Opinioni

Bloccare le migrazioni? Un danno

La demografia e alcuni variabili economiche -come quelle legate al welfare- spiegano perché fermare i flussi dal Sud del mondo sarebbe "del tutto sbagliato", scrive Alessandro Volpi: nei Paesi ricchi la popolazione in età lavorativa calerebbe di 4,5 milioni di euro all’anno; in Italia, di 7 milioni tra il 2015 e il 2035. Nel nostro Paese mancherebbero 7 miliardi di euro per garantire le copertura della Legge di stabilità  

Il tema cruciale delle migrazioni non è certo riducibile ai soli numeri. Ma è dai numeri che bisogna partire per comprendere i caratteri essenziali di un fenomeno così complesso e per definire le politiche e le scelte culturali necessarie per affrontarlo. 

Alcuni studi recenti forniscono, in tal senso, indicazioni decisamente rilevanti. 
1) Sarebbe del tutto sbagliato, anche ammesso che fosse possibile, bloccare i flussi migratori. Nel caso in cui i Paesi più ricchi decidessero di blindare le proprie frontiere, le loro popolazioni in età lavorativa scenderebbero, nel periodo compreso tra il 2015 e il 2035, da 753 a 644 milioni, con una perdita secca di 4,5 milioni di potenziali lavoratori l’anno e con conseguenze insostenibili sul mercato del lavoro e sul versante del sistema fiscale e pensionistico. Stime non troppo dissimili valutano che per salvare le pensioni degli europei servirebbero ben 250 milioni di immigrati entro il 2060.

Per l’Italia questi numeri produrrebbero effetti assai pesanti: in un Paese in cui si è assistito, a partire dal 1975, a un crollo delle nascite, per mantenere costante la popolazione in età lavorativa dovranno entrare ogni anno 325mila potenziali lavoratori, una quantità molto vicina a quelli entrati nel ventennio precedente. Se ciò non avverrà, il numero dei potenziali lavoratori calerà, tra il 2015 e il 2035, da 36 a 29 milioni, con una forte diminuzione del numero dei giovani, da 11,2 a 9,7 milioni, e con un’altrettanto marcata crescita del numero degli anziani, che aumenteranno da 13,3 a 17,8 milioni; una rappresentazione demografica con queste caratteristiche è inconciliabile con qualsiasi ipotesi di sostenibilità economica e fiscale. 

2) Sarebbe del tutto impensabile anche immaginare che i Paesi più poveri blocchino le migrazioni, blindando i propri confini in uscita. Secondo le stime delle Nazioni Unite, nel 2015 la popolazione dell’Africa sub-sahariana era composta da 962 milioni di persone, di cui oltre il 63% erano giovani con meno di vent’anni. 
Nel 1950 la popolazione di quelle stesse aree non arrivava a 180 milioni: è evidente che tassi di crescita demografica di siffatte proporzioni generano, inevitabilmente, continui flussi migratori.
Qualora tutti i Paesi poveri chiudessero le loro frontiere, nel giro di vent’anni la popolazione in età lavorativa, compresa fra i 20 e i 64 anni, salirebbe in maniera vertiginosa a 850 milioni unità, con una crescita di 42 milioni l’anno e con un consumo di risorse e un impoverimento dei territori dai tratti assolutamente brutali.

3) Come già accennato, bloccare le migrazioni, nello specifico italiano, rappresenterebbe un danno economico importante. Nel 2014, secondo le stime dell’Istat, quasi il 9% del Pil italiano, pari a 123 miliardi, è stato generato da cittadini stranieri che hanno garantito anche 16,6 miliardi di entrate fiscali, a fronte di 13,5 miliardi di euro di uscite, con un saldo finale positivo di 3,1 miliardi per il sistema economico nazionale. 
Un simile beneficio dipende in larga misura dal fatto che nella popolazione straniera siano un numero molto limitato gli anziani e i pensionati, e dunque la spesa loro destinata per pensioni e assistenza sanitaria resta molto bassa; la popolazione con più di 75 anni rappresenta infatti l’11,9% tra gli italiani e solo lo 0,9% tra gli stranieri.
Più in generale, senza il contributo degli stranieri, servirebbero 7 miliardi di euro in più per garantire le coperture della Legge di stabilità. Oltre a questi macronumeri i flussi migratori hanno prodotto in Italia anche benefici più specifici: uno di questi è rappresentato dal contributo fornito dalla disponibilità di lavoro domestico da parte degli immigrati rispetto alla possibilità per le donne italiane di lavorare. Colf e badanti hanno consentito alle donne italiane di avere più tempo per il proprio lavoro, e ciò ha permesso al tasso di occupazione femminile nell’età compresa fra i 15 e i 64 anni di restare stabile negli ultimi anni intorno al 48%. E questo nonostante l’inasprirsi della crisi che, al contrario, ha determinato una riduzione del tasso di occupazione maschile dal 70% del 2008 al 65% del 2015. 



"Dare” i numeri fa ben emergere l’esigenza di non cadere nella trappola delle soluzioni sloganistiche, tanto didascaliche quanto prive di reale fondamento. 

 
* Alessandro Volpi, Università di Pisa
 

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia