Opinioni

Ben venga il caos, perché l’ordine non ha funzionato

La realtà è caotica, dove caos è sinonimo di "complessità". L’economia, che cerca di far ricadere questa complessità in sistemi più semplici, e razionali, sbaglia. Le scelte prese secondo questo criterio, non cercano il risultato socialmente migliore. Come dimostra l’incredibile concentrazione della ricchezza denunciata da Oxfam, secondo cui nel 2016 l’1% della popolazione ne deterrà più del 50%

Tratto da Altreconomia 168 — Febbraio 2015

La scienza non è un semplice accumulo di conoscenza, né può essere intesa come un processo ordinato, consistente nel fare domande, lavorando per trovare le risposte. L’epistemologo Thomas Kuhn sosteneva che le idee banali possono essere facilmente assimilate, mentre quelle che richiedono una “riorganizzazione” della nostra immagine del mondo suscitano ostilità. Queste sono le “rivoluzioni”: le vecchie teorie raggiungono un vicolo cieco, e ne nascono di nuove.
Ad esempio, la meccanica quantistica ci ha insegnato che la realtà non è fissa e ordinata -come abbiamo studiato a scuola-, ma è solo interazione intrisa di probabilità, e il mondo un pullulare continuo e irrequieto di cose, “un venire alla luce e un continuo sparire di effimere entità” (come ha ben scritto il fisico Carlo Rovelli).

La realtà è caotica, laddove però caos non è sinonimo di casualità, semmai di “complessità”, e la nostra comprensione della società è necessariamente più faticosa (ma non meno affascinante: “Ben venga il caos, perché l’ordine non ha funzionato” è un noto aforisma di Karl Krauss).
L’economia cerca invano di far ricadere la complessità in sistemi più semplici, fallendo: “In nessun campo della ricerca empirica è stata usata una macchina statistica così massiccia e raffinata, con risultati così modesti” ha detto un giorno il premio Nobel 1973 per l’economia  -e socio dell’Accademia dei Lincei- Wassily Leontief, che pure spese gran parte della sua vita professionale a portare la matematica dentro la dottrina economica.

Più recentemente, nel 2002, il premio Nobel per l’economia è stato assegnato non a un economista ma allo psicologo Daniel Kanheman (insieme al collega Vernon Smith). La motivizione recitava “per avere integrato risultati della ricerca psicologica nella scienza economica, specialmente in merito al giudizio umano e alla teoria delle decisioni in condizioni d’incertezza”: in sostanza Kanheman ha dimostrato che i processi decisionali umani violano sistematicamente alcuni principi di razionalità, mentre le teorie economiche assumono che il comportamento degli “agenti decisionali” sia razionale e finalizzato alla massimizzazione dell’utilità. L’idea che gli uomini facciano scelte logiche coerenti in base alle loro particolari preferenze in termini di produzione e consumo è semplicemente errata: siamo esseri illogici, impulsivi, spesso inconsapevoli, manipolabili. Una verità nota a chiunque abbia un minimo di esperienza di marketing, pubblicità, packaging.

Nel 1982 venne ideato un esperimento, da allora ripetuto migliaia di volte in decine di Paesi. È noto come “il gioco dell’ultimatum” e consiste nell’assegnare a un individuo una somma di denaro, da suddividere con un’altra persona. Se  il primo decide di non condividere il denaro, questo non verrà dato a nessuno dei due. Se il secondo rifiuta l’offerta, ancora una volta niente soldi per entrambi.
La logica vuole che il primo individuo dia il meno possibile al secondo: avrà ottenuto una somma alta, e il secondo accettando potrà sempre dire “meglio di niente”. Nella realtà però le cose vanno diversamente. Nella maggior parte degli esperimenti condotti, le persone tendevano a cedere fino alla metà della cifra, e ad accettare solo cifre ritenute “eque”, disdegnando le “briciole” (probabilmente sono i comportamenti che terreste anche voi). I risultati variano da Paese a Paese, da cifra a cifra e da contesto a contesto, ma questa storia sembra dirci che il nostro modo di agire e di comprendere quello che succede è pervaso di considerazioni morali. L’utilitarismo economico si concentra su che cosa produce il risultato migliore, noi su chi, e su come.

È per questo che ci indignano i dati pubblicati recentemente in un rapporto della ong Oxfam, nel quale si conferma che la ricchezza mondiale si concentra sempre più nelle mani di un numero incredibilmente ristretto di persone. Entro il 2016 l’1% della popolazione mondiale avrà più del 50% delle ricchezze, ovvero più del restante 99% della popolazione. Non solo: la ricchezza dei primi 80 multimiliardari è raddoppiata tra il 2009 e il 2014: oggi equivale a quella detenuta da 3,5 miliardi di persone, tutte insieme.
Sarà forse l’esito di scelte razionali, ma è inaccettabile. —

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