Banca mondiale e Fmi, il flop di Singapore

Dopo una settimana di lavori si è finalmente chiusa a Singapore un’edizione particolarmente travagliata degli incontri annuali di Banca mondiale e Fondo monetario internazionale. Caratterizzato nella sua parte iniziale dal pesantissimo boicottaggio delle Ong, che protestavano per il divieto d’accesso a Singapore imposto a una trentina di loro autorevoli esponenti, il summit ha poi preso una piega decisamente negativa proprio per i vertici delle due istituzioni di Bretton Woods. Il direttore generale del Fondo monetario, lo spagnolo Rodrigo de Rato, ha sì incassato un assenso quasi unanime sulla sua proposta di riforma degli equilibri di potere all’interno dell’FMI – con significative concessioni a Cina, Messico, Corea del Sud e Turchia – però si è dovuto sorbire l’ostentato malcontento dei Paesi sudamericani e africani. Ovvero di coloro che sono rimasti a secco in termini di quote di potere di voto e che ora si aspettano che de Rato tenga fede alle sue nuove promesse di un’ulteriore revisione degli equilibri interni del Fondo.

di Luca Manes – CRBM/Mani Tese

Ma chi esce con le ossa rotte da Singapore è Paul Wolfowitz che, in qualità di presidente della Banca mondiale, in tanti temevano avrebbe imposto al pianeta le sue nefaste ricette neo-con. E invece l’ex sottosegretario alla difesa Usa ha dovuto fronteggiare una serie di proteste istituzionali che ne hanno indebolito la posizione agli occhi dell’opinione pubblica internazionale. Prima ci hanno pensato gli inglesi, minacciando molto seriamente di ritirare un finanziamento di circa 75 milioni di euro alla Banca qualora quest’ultima non si fosse impegnata ad ammorbidire le draconiane condizioni economiche che impone ai Paesi poveri per avere accesso ai suoi prestiti.

Poi però le critiche sono arrivate copiose anche dall’intero blocco europeo, deluso da come Wolfowitz starebbe conducendo la lotta alla corruzione e la diffusione delle pratiche di “buon governo” a livello planetario. La nuova stretegia sulle due delicate tematiche appena citate è stata quindi approvata solo a condizione che il consiglio direttivo della stessa Banca effettui una supervisione attenta ed efficace. Come dire che gli europei non si fidano, e ne hanno tutti i motivi, visto l’approccio fin troppo discrezionale adottato finora da Wolfowitz nel bloccare o concedere prestiti ai Paesi del Sud del mondo (con tanto di analisti che suggeriscono che il criterio adottato sia quello degli interessi geo-politici americani, e non della lotta alla povertà). Sempre riguardo alla spinosa questione della corruzione, l’idea di un’amnistia per la compagnie macchiatesi di attività illecite in relazioni a progetti finanziati dalla Banca mondiale è stata clamorosamente accantonata. Forse se ne riparlerà in futuro, ma per adesso l’ambizioso piano ideato dal presidente Wolfowitz ha riscontrato tanta diffidenza e poco altro.

Per finire un altro buco nell’acqua, ovvero il nuovo piano di investimenti energetici della Banca, che appare a rischio per mancanza di fondi. Anche questo progetto, però, ha lasciato numerose perplessità, soprattutto agli esponenti della società civile internazionale. Il quadro degli investimenti, infatti, ha ben poco di innovativo in merito al finanziamento e alle promozione delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica. In questa maniera la Banca mondiale non riuscirà ad agire positivamente per limitare i cambiamenti climatici attualmente in atto, né sarà in grado di favorire l’accesso alle fonti energetiche ai più poveri del pianeta, due richieste che erano arrivate all’istituzione direttamente dai leader del G8 durante il summit di Gleneagles nel luglio del 2005. Se si dovessero trovare i fondi si andrebbe a finanziare principalmente opere legate alle tecnologie convenzionali, come il carbone cosiddetto pulito e l’energia idroelettrica, lasciando solo le briciole alle rinnovabili. Così non si ridurranno gli impatti socio-ambientali dei progetti energetici, ma si peggiorerà una situazione già ampiamente compromessa – basta vedere il pessimo record della Banca mondiale per quel che concerne la costruzione di grandi dighe.

Così le istituzioni di Bretton Woods ritornano a Washington senza essere riuscite a ristabilire la loro credibilità, anzi con un livello di conflittualità interno accresciuto rispetto alla vigilia della trasferta asiatica. Un chiaro specchio del mondo che cambia e dell’enorme difficoltà delle due istituzioni guida della globalizzazione liberista di adattarsi a questi mutamenti. E’ chiaro che il G7 che le controlla è ormai alle corde, diviso al suo interno tra le due sponde dell’Atlantico, e non desideroso di cambiare. Singapore è stata solo la prima tappa di un lungo processo di riassestamento della governance globale e dell’allargamento del club dei ricchi alle potenze emergenti, tra diffidenze e conflitti. Il risultato della partita è ancora tutto aperto e forse l’unica certezza è che la maggior parte dei Paesi del pianeta, più poveri e poco influenti, rimarrà tagliata fuori e continuerà ad avere sempre meno voce in capitolo.

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