Aspettando Giuliana

Giuliana SgrenaUna grande giornalista. Giuliana Sgrena, l’inviata del Manifesto, ci ha insegnato molto di come si fa, con passione e competenza, questo mestiere. L’aspettiamo, di ritorno, sana e salva.
E, in un’attesa che invochiamo con tutte le nostre forze breve, vi invitiamo a conoscerla meglio.
Un giorno aveva  accettato di scrivere anche per
Altreconomia, proprio su un’altra guerra, dall’Afghanistan. Abbiamo chiesto ad Andrea Semplici, collega e amico di Giuliana, di raccontarla per noi.

“Vi sono persone che aiutano a riconciliarsi con il proprio mestiere e, cosa ben più importante, con te stesso. Ti fanno vedere, con i loro comportamenti e con le loro parole, l’umanità, lo scopo, le ragioni (che spesso dimentichi) del tuo lavoro. Te ne fanno capire l’importanza.

In un mondo fasullo di giornalisti embedded e di giornalisti che vi spiegano qualunque cosa senza mettere il naso fuori dall’albergo, Ryszard Kapuscinski e Giuliana Sgrena si assomigliano. Anni fa, incontrai Kapu in un albergo della costa adriatica, era in Italia per un incontro dei gruppi di Redattore Sociale. Passammo due giorni a parlare passeggiando lungo una spiaggia invernale. L’intervista vera e propria, con tanto di registratore, avvenne seduti su un letto di una camera d’albergo.
E io mi chiedevo: stavo davvero parlando con il giornalista-mito di intere generazione di aspiranti reporter? Stavo davvero facendo domande all’uomo che era stato capace di raccontarci, forse meglio di chiunque altro, l’Africa, con le sue tragedia e la sua immensa vitalità?
Kapu spiazzava: appariva timido, imbarazzato,  pudico sul suo lavoro. Un uomo gentile, curioso, pieno di dubbi. Da quella conversazione ne uscì un libretto che si chiamò per suo desiderio Questo mestiere non è adatto ai cinici. Già, un cinico non sarà mai chi noi intendiamo per ‘buon giornalista’. 

Penso a Giuliana Sgrena, amica lontana di alcune vecchie storie vissute assieme, e mi accorgo della sua grande somiglianza, umana e professionale, con Kapu. Piccola, dolcissima, dall’apparenza fragile, sorridente, a volte (solo a volte) timida. Serena, anche quando la vedevi fremere di indignazione. Una donna normale, insomma. E con questa normalità ti parla di Algeri, di Kabul, di Baghdad. Soprattutto ti parla della gente che là incontrava.

Giuliana, capace di commuoversi, di sentirsi parte della storia che sempre sta cercando, ma altrettanto capace di raccontarla con passione e grandissima onestà. Sono doti rare in questo mestiere. Ma che (ed è irrilevante e imbecille quel che ne pensa la disonestà di Libero) possono appartenere a ogni persona. Non ci sono ideologie alle spalle dell’onestà intellettuale: Giuliana scrive le stesse cose sul Manifesto e sul settimanale liberal tedesco Die Zeit.
Ti rendi pienamente conto della grandezza di queste doti quando, improvvisamente, una minaccia gravissima cala sulla sorte della persona che le possiede. E ti senti avvolto dall’impotenza. Ammutolito anche tu dal silenzio imposto alla voce di Giuliana.  E allora, mentre ascolti, con ossessione, i telegiornali ed esiti a chiamare amici comuni, scorrono, nella tua testa, altre immagini. Legate all’Africa, alle vecchie storie vissute assieme a Giuliana. Sono un’istantanea allegra e una dolorosa. Il dolore, improvviso e straziante, fu per Ilaria Alpi, l’amica carissima con cui aveva percorso le piste della Somalia. La notizia del suo assassinio ci arrivò di notte.

In Mozambico, dove eravamo, una volta tanto, per scrivere di una pace possibile. Giuliana era seduta nella sua stanza e piangeva. Pianse a lungo. La morte di una sorella, di una donna simile a lei, di una complice sulle strade da battere per capire il mondo, non si può accettare. Giuliana pianse senza smarrire lucidità. La mattina dopo, assieme ad Alberto Negri del Sole 24-Ore (sempre strana questa bella alleanza che allaccia amici-colleghi di giornali ben più potenti, e così diversi, al Manifesto), riuscì, con determinazione, a partire dal Mozambico per cercare di raggiungere, il più in fretta possibile,  Mogadiscio. Perché la storia di Ilaria doveva essere raccontata. Per capire, per sapere, perché rimanesse viva la dignità del suo lavoro. Giuliana non nascose il dolore: ma ne fece una bussola del suo impegno. 

L’altro ricordo è più allegro. Ed è ancora più antico. Eravamo assieme in Eritrea nei giorni del referendum che ne sanciva la libertà e la indipendenza. Allora, il lavoro di Giuliana fu guidato da questa gioia improvvisa, dall’aria di festa che si respirava ad Asmara. Giuliana, ancora una volta meglio di mille analisti, riuscì a raccontarci frammenti di storie che ci facevano capire, fino in fondo, cosa stava accadendo in quel nuovo paese africano.
Oggi noi giornalisti occidentali (e con ben altre colpe gli uomini che tengono in mano le sorti del mondo) tendiamo a interpretare le storie di terre da noi lontane con le nostre categorie, con i nostri punti di vista. Giuliana questo non lo fa: è davvero un megafono, un altoparlante che alza solo il tono della voce, un microfono che ci restituisce la vita vera degli uomini e, soprattutto, delle donne.

Giuliana ci racconta la grande storia con gli occhi di persone che si sono trovati, spesso loro malgrado, ad esserne protagonisti. Il suo giornalismo è il mosaico ricostruito di mille incontri, di testardi tentativi di dialogo, dello sforzo cocciuto di capire: e alla fine riesci a trasmettere a chi ti legge (e Dio solo sa quanto sia importante) un frammento di verità.

Giuliana, al di là del senso di smarrimento per il suo sequestro e la paura per i pericoli che sta correndo, ci manca per questo: chi riesce, ora, a raccontarci quel che davvero sta succedendo a Baghdad? Chi ne è capace se nessuno esce dall’albergo e ci dice che cosa accade nelle strade di quella città? Chi ci ha raccontato cosa davvero è successo durante la battaglia di Falluja? Lo possiamo immaginare, certo, ma nessun giornalista è riuscito ad avvicinarvisi se non attraverso lo schermo dei marines. 

Giuliana, in passato, ha raccontato a noi di Altreconomia il suo lavoro in Afghanistan e in Iraq. Ci aveva raccontato la sua vita quotidiana a Baghdad. Del suo disagio di stare all’hotel Palestine: ‘Il sesto e il settimo piano sono occupati dalla Hulliburton. E io non voglio sentirmi complice’. E, allora, quando poteva Giuliana sceglieva un altro albergo. Certamente meno protetto, ma meno quartier generale di quel circo di militari e faccendieri che è il Palestine.

Con il Manifesto aveva un accordo chiaro: la cronaca può essere seguita dalle agenzie. Sono dispacci che si leggono a Roma, come a Baghdad. Non occorre un inviato per riscriverle. Lei, se è lì, è perché vuole raccontare, vuole uscire per strada, vuole vedere e sapere. Vuole essere il più vicino possibile a quanto accade. Giuliana si comporta da free-lance: cerca le storie,  non va alle conferenze stampa dei portavoce Usa, non aspetta il ritorno di collaboratori iracheni mandati a cercare notizie per conto tuo.

Fare questo mestiere, a questa maniera, è difficile: devi fare conto con la tua paura e anche perché lavori senza soldi, senza le risorse di altri giornali. Ci si arrangia. Nei viaggi che abbiamo fatto assieme eravamo sempre a chiedere ospitalità nelle case di nuovi amici: non potevamo permetterci gli alberghi della grande stampa.
Chiedevamo aiuto – ed è vero: sempre lo abbiamo avuto – dei colleghi con più mezzi. Nei primi tempi di Baghdad, Giuliana era sempre alle prese con un satellitare che si rompeva di continuo. Ma uscire dal Palestine (e da qualsiasi altro albergo: ad Algeri, una delle città che Giuliana più ama, come a Kabul) vuol dire correre dei rischi. Attorno a te non ci sono scorte. Non le puoi pagare, ma, soprattutto non le vuoi, perché vedere il mondo attraverso dei guardaspalle te ne dà un’immagine bugiarda.

Bernardo Valli, un altro giornalista di grandissima onestà e capacità, si è posto la domanda: ‘E’ giusto correre questi rischi? Vale la pena?’. Sì, ne vale la pena. Il posto di chi interpreta il ‘meglio giornalismo’ è quello più vicino alle cose che accadono. ‘Chi ne sta lontano è portato ad adeguare alle proprie idee fatti remoti riferiti dagli altri’.
Per questo, Giuliana, donna contro questa guerra infame e devastante, non poteva che essere lì. Per le strade di Baghdad. A raccontare le persone che, comunque, vivono in mezzo a questo conflitto. Perché davvero questo mestiere non è adatto ai cinici e agli indifferenti.” 


Andrea Semplici

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