Amazzonia, le speranze nelle mani di una donna – Ae 64

Numero 64, settembre 2005 Nata tra i seringueiros, i raccoglitori di caucciù, analfabeta fino a 17 anni, Marina Silva è oggi ministro dell’Ambiente in un Paese, il Brasile, sotto attacco per lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali. Questa intervista racconta…

Tratto da Altreconomia 64 — Agosto 2005

Numero 64, settembre 2005

Nata tra i seringueiros, i raccoglitori di caucciù, analfabeta fino a 17 anni, Marina Silva è oggi ministro dell’Ambiente in un Paese, il Brasile, sotto attacco per lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali. Questa intervista racconta la straordinaria vicenda umana e politica di una donna considerata la voce principale dell’Amazzonia e l’erede di Chico Mendes, il sindacalista ucciso nel 1988 per le sue lotte a favore dei “senza diritti”

Figlia di “seringueiros” nordestini, Maria Osmarina (detta Marina) Silva è nata nel 1958 a Seringal Bagaso, una sperduta piantagione di caucciù nello stato amazzonico dell’Acre, all’estremità nord-occidentale del Brasile. Insieme agli 11 fratelli e sorelle (ma tre sono morti nei primi mesi di vita) ha trascorso un’infanzia povera, aiutando il padre nell’estrazione del lattice dagli alberi della gomma e la madre nei lavori del campo. Analfabeta fino ai 17 anni, come la maggior parte delle persone della zona, Marina è oggi personaggio di primissimo piano del Brasile, ministro dell’Ambiente nel governo Lula.

In questi anni l’ho incontrata in diverse occasioni, pubbliche e private (tra l’altro, come ministra e amica dei movimenti di base, Marina Silva è venuta più volte in Italia). L’intervista che segue è una sintesi di lunghe conversazioni nella sua luminosa casa nella zona Sud del lago di Brasilia, dove abita con il marito e i 4 figli, e nel suo “Gabinete” di ministro dell’Ambiente, il secondo dei 17 palazzi simmetrici che il famoso architetto Oscar Niemeyer aveva progettato nell’Esplanada dos Ministérios, il cuore del potere brasiliano.

Di Marina bisogna ricordare che fino al 1975 è vissuta con la famiglia d’origine tra i seringueiros, a volte in condizioni di semi schiavitù, in un ambiente contaminato dal mercurio che ha segnato profondamente il suo fisico fragile (ancora oggi ha una salute precaria, deve ricorrere a un regime alimentare rigidissimo e passa lunghi periodi in cura negli ospedali). Dopo essersi trasferita a Rio Branco, capitale dell’Acre, Marina prima trova lavoro come domestica, poi entra in convento come aspirante novizia. Impara a tempo di record a leggere e a scrivere, lascia la vocazione religiosa, si iscrive all’università e si dedica all’impegno sindacale prima e politico dopo. In Acre fonda la Cut (sindacato unico del lavoratori) di cui diviene vice coordinatrice, accanto a Chico Mendes (presidente fino all’88, anno in cui viene ucciso), uno dei tre uomini che più segnano la sua vita.

Nell’85, madre di due figli, si laurea in storia e inizia a insegnare. Nello stesso anno si iscrive al Pt (il Partito dei lavoratori).

Nell’88 si candida come consigliere comunale a Rio Branco e ottiene il maggior numero di voti e l’unico seggio del Pt nella Camera municipale. Due anni dopo, nelle elezioni dello stato dell’Acre, è la deputata più votata. Nel ’94, all’età di 36 anni, viene eletta al Senato federale, e diventa la senatrice più giovane della storia della Repubblica brasiliana, la più votata del suo Stato. Nel 2002, viene rieletta con il triplo dei voti.

Per quattro anni consecutivi viene indicata come uno dei cento parlamentari più influenti del parlamento brasiliano. Nel 2003 il presidente Lula la nomina ministro dell’Ambiente. È considerata non soltanto la voce principale dell’Amazzonia ed “erede spirituale” di Chico Mendes, ma anche importante riferimento nella politica brasiliana.

Che difficoltà affronti come donna all’interno di uno scenario politico concepito e gestito con modalità maschili?

Non nego che talvolta sia più difficile ottenere spazi e considerazione. Però una delle differenze del governo Lula è in questo ambito: siamo 4 donne all’interno dell’équipe ministeriale (su 35 dicasteri, circa il 10%). Esiste una Segreteria con status di ministero che si occupa espressamente della questione femminile, in un Paese dove la cultura machista è prevalente. Molto cammino resta ancora da compiere: nelle istituzioni esistono grosse sacche di ostruzionismo e di arroganza su questo come su altri temi, legati alla questione dei diritti umani in generale. Basti pensare alla difficoltà che incontrano ancora le minoranze etniche o razziali nel vedere riconosciuti i propri diritti costituzionali, al fenomeno del lavoro in schiavitù, alle azioni illegali di distruzione dell’ambiente.

Come riesci a conciliare il tuo impegno politico e sociale con quello di moglie e di madre?

Con un confronto costante di condivisione nella mia famiglia e nel circuito delle persone più vicine. Nonostante i mille impegni, discutiamo delle priorità di ciascuno e di tutti e di come realizzarle in modo condiviso. Credo, come donna, di avere il dovere ed il piacere di dedicare tempo e cuore alla mia famiglia, a mio marito e ai miei quattro figli, cercando di non penalizzarli troppo a causa degli impegni di governo. Credo però anche, e la vita me lo ha confermato, che ogni persona deve poter dar corpo alle proprie scelte con responsabilità ma anche con autonomia, senza dover sacrificare ideali e capacità.

Quale è stato il contributo della cultura nonviolenta nelle conquiste politiche e sociali brasiliane?

Oltre all’apporto culturale e intellettuale di persone e movimenti che anche in Brasile hanno rappresentato un grande modello per le lotte sociali (Gandhi su tutti), la presenza della cultura e delle pratiche nonviolente sono state un riferimento molto chiaro. In Amazzonia ad esempio abbiamo utilizzato ai tempi di Chico Mendes la tecnica degli empates, cioè di movimenti di contadini organizzati che resistevano pacificamente opponendo la loro presenza fisica e i loro corpi all’avanzata delle forze di distruzione della foresta.

Le organizzazioni indigene brasiliane stanno da decenni tentando di difendere i loro diritti e le loro terre adottando nella grande maggioranza dei casi azioni di pressione politica e di sensibilizzazione senza fare alcun uso della forza. Anche la cultura prevalente all’interno del Partito dei lavoratori, di cui faccio parte, ha ereditato nella prassi una cultura di lotta politica coraggiosa ma totalmente pacifica, così come tale cultura nonviolenta è presente nel Dna e nell’azione di tutte le forze che si richiamano a valori religiosi o ambientali e persino nei principali sindacati e movimenti della società civile organizzata brasiliana. Non è poco per un Paese come il nostro che ha ripetutamente vissuto sotto dittature militari e che è passato per secoli di colonialismo selvaggio. In questo senso è importante anche citare l’eredità culturale di Paulo Freire, che ha ideato l’educazione popolare e che ha posto le basi di tutti i movimenti sociali e politici progressisti in Brasile.

Quali possibilità di cambiamento si sono create con politiche governative nuove come l’economia solidale?

Dopo quasi tre anni di governo credo che nonostante le moltissime cose che restano da fare e la coscienza che non stiamo realizzando tutto ciò che era nei nostri sogni iniziali, in diversi settori abbiamo tracciato le linee strategiche per un reale cambiamento, che possa permettere al nostro Paese di ridurre i gravi problemi sociali, di equità nella gestione delle ricchezze, di regolamentazione delle riforme fondamentali necessarie (terra, salari, finanza, lavoro, salute, ecc.), di conquista di un ruolo importante nel panorama internazionale, come punto di riferimento per uscire dalle gabbie macro-economiche delle grandi potenze politiche, militari, finanziarie.

In questo quadro possiamo leggere le conquiste che come governo stiamo promuovendo nell’ambito di settori come il microcredito per le famiglie più povere, il commercio equo e solidale diffuso, i mercati locali che promuovono prodotti del territorio, un turismo meno predatorio e più responsabile, l’appoggio all’agricoltura familiare, alle cooperative, all’economia solidale, alle cisterne per l’acqua e alla luce elettrica nelle aree rurali flagellate dalla siccità e, in campo ambientale, a progetti di recupero di aree degradate, inquinate o distrutte. Oppure, campagne e politiche di lotta a piaghe ancora forti nel nostro Paese, come il lavoro schiavo o il turismo sessuale.

Che valore ha la tua presenza nel governo?

Il mio principale ostacolo come ministro dell’Ambiente è lo stesso del presidente Lula: i brasiliani e il mondo intero si aspettano da noi un grande sforzo di innovazione. Sappiamo che in quattro anni non arriveremo a risultati definitivi, ma stiamo provando a gettare le basi per un nuovo sviluppo, che sia davvero sostenibile, in termini economici, sociali, ambientali, culturali. Siamo al governo e dobbiamo assumerci pienamente questa responsabilità, senza rinunciare agli ideali di giustizia che abbiamo perseguito durante tutta la nostra vita. Questo per me significa cercare di andare oltre il possibile, essere capaci di rispettare le diversità di interessi esistenti nella società, dialogare con tutti e soprattutto difendere gli interessi di coloro che non hanno riconosciuti i più elementari diritti che ogni essere umano dovrebbe avere: lavoro e cibo.

Perché il governo ha di fatto legalizzato la soia geneticamente modificata?

C’era una situazione di illegalità diffusa, migliaia di produttori coltivavano e commercializzavano soia geneticamente modificata. Per due anni abbiamo emanato decreti legge che tamponavano l’esistente. Ma per affrontare l’argomento in modo più strutturale abbiamo preparato un testo di legge ispirato al principio di precauzione, che stabiliva tre regole fondamentali: promuovere e finanziare la ricerca, tutelare il consumatore rendendo obbligatoria l’etichetta sulla provenienza del prodotto, prescrivere una serie di indagini preliminari prima del rilascio del permesso per la coltivazione.

Purtroppo l’opposizione di una grossa parte dell’industria ha stravolto il testo originale e le garanzie ambientali sono state cancellate.

Non siamo contro la biotecnologia, ma a favore delle regole.

Un’ultima domanda: la foresta amazzonica continuerà a essere devastata?

Abbiamo fatto partire un programma di prevenzione e controllo della deforestazione che ha prodotto qualche risultato pratico. Fino al 2003 la distruzione cresceva al ritmo del 28% annuo.

In questi ultimi due anni l’aumento è sceso al 2%. Le azioni intraprese, anche grazie al monitoraggio satellitare, sono state molte: multe, confisca delle attrezzature utilizzate per la distruzione, come trattori, piste di atterraggio illegali, serbatoi per il combustibile. Finora sono stati devastati 60.000 chilometri quadrati, circa il 15% dell’Amazzonia. Queste grandi aree vengono coltivate e poi abbandonate, perché diventano improduttive. Noi abbiamo approvato un progetto che consiste nell’utilizzare le aree già deforestate per la coltivazione, senza avanzare a oltranza.

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Grandi speranze ancora da realizzare

Manca poco più di un anno alle elezioni in Brasile: il governo Lula, insediatosi l’1 gennaio 2003 dopo la storica vittoria elettorale dell’ottobre 2002, compie tre anni di mandato ed è al centro delle polemiche. Le speranze suscitate dall’avvento del Pt, il Partito dei lavoratori, sono andate in parte deluse, in particolare per quel che riguarda le politiche macroeconomiche (debito pubblico, commercio estero, moneta) e le riforme (a cominciare da quella agraria), nonostante il grande lavoro di base che, come racconta anche in queste pagine Marina Silva, è stato realizzato.

La credibilità del governo e dei partiti che formano la maggioranza è scossa anche da scandali e accuse di corruzione.

Durissime le battaglie che hanno riguardato il ministero dell’Ambiente, dallo sfruttamento delle risorse dell’Amazzonia alla legalizzazione della soia ogm.

In più di un’occasione si è parlato di dimissioni di Marina Silva, in polemica con le decisioni del governo.

Gigi Eusebi, autore dell’intervista pubblicata in queste pagine, è stato cooperante in Amazzonia in un progetto con le popolazioni indigene, poi coordinatore del Comitato progetti del Consorzio Ctm oltre che responsabile del settore progetti America Latina.

È da poco rientrato in Italia dopo due anni di lavoro a Brasilia nel governo Lula, dove si è occupato di promozione dell’agricoltura familiare e dell’economia solidale presso il ministero dello Sviluppo agrario, per conto del quale continua ora ad operare come consulente.

Tre uomini importanti

Ci sono tre uomini che Marina Silva cita sempre tra i suoi maestri: il padre, Chico Mendes e Clodovis Boff.

Quest’ultimo, come recitano le biografie ufficiali, fratello di Leonardo, contribuì parecchio nell’incamminare Marina sulle vie della teologia della liberazione, delle comunità di base, dei movimenti popolari e sindacali, delle politica di partito. Clodovis ha rafforzato l’idea delle relazioni di amicizia tra il movimento popolare e le lotte popolari, sindacali e politiche.

Ma il momento della svolta ha coinciso con gli anni di conoscenza e vicinanza con Chico Mendes: “Chico Mendes era il mio eroe vivente. È stato il mio educatore diretto. Molto di quello che ho imparato con Chico è stato per osmosi: un apprendimento di cose non sentite, bensì vissute.

I valori cristiani dei diritti umani, della lotta all’esclusione sociale, della trasformazione e così via mi accompagnavano fin da piccola. Quando poi venni in contatto con la teologia della liberazione ebbi una visione più elaborata della fede cristiana e del messaggio del Vangelo.

Quando nel 1988 mi candidai a Rio Branco, era un periodo di grandi scontri in tutta l’Amazzonia -Chico fu assassinato nel dicembre di quell’anno- e tutti vivevamo con lo spirito perennemente armato per la lotta”.

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