Ai confini della maquila – Ae 61

Numero 61, maggio 2005 Salari equi, giornata di otto ore, ferie retribuite. Una cooperativa di donne, in una “zona franca” del Nicaragua, trasforma il sogno in realtà: dimostrando che anche qui si può lavorare senza sfruttare MANAGUA – Una nuova forma di…

Tratto da Altreconomia 61 — Maggio 2005

Numero 61, maggio 2005
 
Salari equi, giornata di otto ore, ferie retribuite. Una cooperativa di donne, in una “zona franca” del Nicaragua, trasforma il sogno in realtà: dimostrando che anche qui si può lavorare senza sfruttare
 
MANAGUA – Una nuova forma di maquila. L’esperienza di una cooperativa di donne in Nicaragua racconta come l’industria tessile nel Sud del mondo, spesso in mano ad impresari senza scrupoli e gestita nel disprezzo dei più elementari diritti dei lavoratori, possa essere organizzata in modo diverso.
La Cooperativa maquiladora mujer “Nueva vida international” (Comamnuvi) produce magliette realizzate in gran parte con cotone biologico ed è una speranza che si è trasformata in realtà. In Nicaragua la cooperativa dà lavoro a 55 persone alla periferia di Ciudad Sandino, in uno dei quartieri più difficili di Managua: il 90% della produzione viene esportato negli Usa e s’incomincia a pensare anche ai canali del fair trade.
Ma stiamo parlando di una mosca bianca: fuori da Nueva Vida, e in tutto il Centro America, le maquiladoras sono industrie di assemblaggio che realizzano solo una parte del processo produttivo, lavorando per il mercato estero grazie alle commesse da parte di marchi prestigiosi e catene di grandi magazzini.
I settori trainanti del comparto sono il tessile e i microcomponenti per l’industria elettronica e automobilistica. Le imprese operano in regime di “zona franca”, che prevede agevolazioni sull’affitto dei terreni e l’allacciamento elettrico ed idrico, detrazioni fiscali, facilitazioni economiche per l’esportazione dei prodotti finiti o semi-lavorati e per l’acquisto dei macchinari.
Oggi la maquiladora “Nueva Vida International” è in attesa del riconoscimento governativo: presto potrà operare in regime di zona franca ma -assicurano i fondatori- “non cambieremo i regolamenti interni, che resteranno gli stessi perché sono quelli che caratterizzano la nostra esperienza”: un salario degno, fino a 200 dollari al mese, sei volte quello pagato in Nicaragua dall’industria maquiladora, indicizzato in base alla variazione del cambio tra la moneta nazionale ed il dollaro, per salvaguardarne il potere d’acquisto. Un orario di lavoro adeguato, mai più di 8 ore al giorno, dal lunedì al venerdì. Ferie e tredicesima garantite a tutte le lavoratrici. Una gestione partecipata dell’azienda e, a fine anno, la suddivisione degli utili tra tutte le socie della cooperativa. Conquiste che fanno di “Nueva vida” un’esperienza unica.
Le altre lavoratrici della zona franca, al contrario, hanno orari lunghissimi, con obiettivi di produzione di 2-3.000 pezzi al giorno (contro i 500 richiesti dalla Cooperativa “Nueva vida” alle sue operaie), che portano a giornate estenuanti in cambio di un salario misero, repressione sindacale e violazione dei diritti umani e dei lavoratori.
“L’idea di una cooperativa che operasse come una maquiladora -racconta Yadira Vallejos, una delle socie di Comamnuvi- nacque nel 1999, subito dopo l’uragano Mitch. La maggior parte di noi viveva a Managua, sulle sponde del Lago Xolotlàn, e a causa delle inondazioni fu trasferita a Ciudad Sandino”.
“Nueva vida” nacque per ospitare 1.200 famiglie di sfollati, circa 6 mila persone, dopo aver affrontato l’emergenza grazie agli aiuti forniti da organizzazioni internazionali. Per riuscire a sopravvivere, un gruppo di donne iniziò ad organizzarsi con il sostegno di una ong statunitense, la Jubilee House Community-Centro pro Desarrollo en Centroamerica (Cdca, www.jhc-cdca.org), che finanziò l’acquisto del materiale da costruzione e dei macchinari.
“Una sfida enorme -continua Yadira- perché abbiamo passato un lungo periodo lavorando alla costruzione del capannone che oggi ospita l’attività produttiva e alla formazione delle donne, senza stipendio e con la necessità di mantenere le nostre famiglie. All’inizio eravamo circa 50. Abbiamo chiesto agli uomini se fossero interessati a partecipare a questa attività, ma nessuno si è reso disponibile, pensando fosse assurdo lavorare senza un salario”.
Le donne decisero così di andare avanti da sole, lavorando per due anni e mezzo senza guadagnare nulla, facendosi aiutare dalle famiglie o dai parenti. Allo stesso tempo hanno avviato un percorso di formazione per imparare ad usare le macchine ma, soprattutto, a gestire e amministrare una cooperativa. “Alla fine eravamo rimaste in 12”, cioè le fondatrici della cooperativa.
Oggi il lavoro è costante: “Attualmente -dice Yadira- stiamo producendo prevalentemente magliette unisex, utilizzando in gran parte cotone biologico. Acquistiamo la materia prima all’estero, perché in Nicaragua il cotone non viene coltivato. Il prodotto finito viene poi venduto quasi esclusivamente negli Stati Uniti, alla compagnia Maggie’s Organics nel Michigan (www.organicclothes.com/
story.html) e alla Chiesa presbiteriana. Solo il 2-3% della nostra produzione è destinato al mercato nicaraguense”.
Il prossimo obiettivo è “far sì che tutte le donne che lavorano per ‘Nueva vida’ diventino socie della cooperativa, e quindi impegnate attivamente nel progetto e non soltanto lavoratrici”.
Per associarsi è necessario versare una quota di circa 350 dollari, che può però essere suddivisa anche in piccole quote mensili.
È la prima volta che una maquiladora è di proprietà delle persone che vi lavorano. Ed è un progetto che cresce, e replicabile anche altrove. “Nella zona di Ciudad Sandino la gente si è resa conto dell’importanza di questo progetto e ci chiede di poter lavorare per la cooperativa. Abbiamo anche contatti con altre realtà, soprattutto femminili, interessate a riprodurre la nostra esperienza. A Corinto, ad esempio, un gruppo di donne sta facendo un grosso sforzo per iniziare un’attività come la nostra, dedicandosi però alla produzione di pantaloni”.
Oggi anche gli uomini guardano con interesse all’esperienza di “Nueva Vida”, e molti chiedono di poter  entrare nella cooperativa. Qualcuno, che aveva bisogno di lavorare, è già stato inserito, anche se Yadira assicura che la maggioranza delle lavoratrici saranno sempre essere donne, come nelle maquilas tradizionali.
Se gli affari continueranno a crescere ci vorrà molto meno dei sette anni previsti per l’estinzione del debito iniziale con la Jubilee House Community, e le donne di “Nueva Vida” saranno allora le uniche proprietarie di un sogno che, con il proprio lavoro, hanno saputo trasformare in realtà. 
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Un paio di jeans, 27 centesimi l’ora
Per ogni paio di jeans prodotti da una maquiladora in Nicaragua e venduti negli Stati Uniti a 35 dollari, al lavoratore resta meno del 2%. La retribuzione media oraria nelle maquilas nicaraguensi è di 27 centesimi di dollaro.
Un recente studio della Mesa laboral de sindicatos de la maquila, il tavolo di lavoro dei sindacati delle maquiladoras del Nicaragua, permette di tracciare il quadro dell’industria d’assemblaggio nel Paese centroamericano e della condizione dei lavoratori impiegati nel settore.
Il salario attuale per gli operai delle maquilas, fissato per tutti i lavoratori delle industrie della zona franca nell’agosto del 2003, è di 1.077 cordobas al mese, pari a 67 dollari. Le socie della  cooperativa “Nueva vida internacional”, invece, di dollari ne guadagnano in media circa 200.
Nel 2003 il salario minimo bastava a coprire metà del prezzo del paniere dei beni di base, ma nel settembre del 2004 il salario in termini reali è calato di circa il 7%. Dati importanti se pensiamo che oggi il settore delle maquiladoras è il settore di punta del commercio estero nicaraguense, con un fatturato pari al 41% dell’export del Paese, che nel 2004 era di 846 milioni di dollari.
All’inizio dell’anno scorso si contavano 77 imprese, per un totale di 60.495 dipendenti. Tredici anni fa, quando le prime maquiladoras arrivarono in Nicaragua, le imprese del settore erano solamente 8 e davano lavoro a 1.003 dipendenti. (lm)
 
Nell’inferno di ciudad juàrez, Messico
Ciudad Juárez è un girone infernale: è l’amara realtà raccontata da Maquilas, documentario nato da una collaborazione tra Legambiente e Cgil e prodotto da Fandango. Il filmato racconta la drammatica situazione delle maquiladoras messicane (circa 400) e in particolare di quelle di Ciudad Juárez, cittadina di confine in mezzo al deserto, separata dal Texas da una rete di metallo altra tre metri. “Un caso molto interessante -spiega Legambiente- per raccontare in modo esemplare gli effetti negativi della globalizzazione capitalista esercitata dai Paesi ricchi, Stati Uniti in testa, e degli accordi commerciali che qui sono stati siglati negli ultimi decenni”.

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