Agricoltura familiare: una risposta alle promesse che il mercato non mantiene

“L’Africa non deve dipendere da nessun altro continente per la sua alimentazione. Potrebbe bastare a se stessa se la sua agricoltura familiare non fosse ostacolata da fattori come le nefaste regole commerciali sottoscritte dai nostri Governi sotto pressioni esterne:  come la Tariffa esterna comune (la tassa unica in vigore sulle merci importate) così bassa da non offrire nessuna protezione contro le pratiche di dumping, e ora gli Accordi di Partenariato Economico che l’Unione Europea cerca di fare accettare ai Paesi africani.”

Così Ndiogou Fall, Presidente del “Réseau d’Organisations Paysannes et de Producteurs agricoles de l’Afrique de l’Ouest” – ROPPA, durante il seminario organizzato oggi 17 febbraio alla Facoltà di Economia dell’Università Roma Tre da diverse organizzazioni della società civile, come Crocevia e Terra Nuova in collaborazione con Coldiretti e l’Università Roma Tre e sostenuto da Tradewatch, dal titolo “L’Europa e gli Accordi di Partenariato Economico (APE) con i Paesi del Sud del mondo: commercio o sviluppo?”. Dal 2002 l’Unione Europea sta negoziando con le sue ex-colonie dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico, (definiti gruppo ACP) gli Accordi di Partnership Economica (Economic Partnership Agreements, o più brevemente APE), nell’ottica, presente anche in sede Wto, di massima liberalizzazione dei mercati.

Nella realtà però, l’ingresso nella Wto ha già generato in molti Paesi europei importanti riduzioni delle superfici coltivate, soprattutto quelle più produttive. Le aziende agricole capaci di esportare, offrono impieghi agricoli a contenuto tecnologico diverso o più alto rendendo i lavoratori del settore familiare poco adatti ad occupare eventuali disponibilità di lavoro, nel Nord come nel Sud del mondo.  Per l’Africa il libero mercato non si è tradotto in nuove opportunità: una gran parte delle esportazioni dei Paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (il 60% del totale), sebbene questi siano sul mercato globale da moltissimi anni, si concentra su appena 9 prodotti, e la partecipazione dei Paesi ACP al commercio mondiale è caduta dal 3,4% del 1976 al 1,1% del 1999.

Ma anche l’Europa (e l’Italia) rischiano molto Frutta e verdura, che rappresentano in media il 16% della produzione agricola dell’Unione, vengono abbastanza trascurate all’interno degli interventi della Politica Agricolo Comune (PAC). 14 gruppi di prodotti sono stati identificati come “sensibili” perché a rischio di concorrenza con i paesi afro-mediterranei, ma non solo. Parliamo della maggior parte dei prodotti presenti sulla tavola e nella campagna italiana: pomodori, cipolle, olio d’oliva, nocciole, arance, mandarini, limoni, uva da tavola, melone, fragole, fiori, patate, riso e vino. I prodotti prevalentemente a rischio di concorrenza per le pratiche di liberalizzazione (frutta, verdura e olive) rappresentano più del 45% del valore aggiunto agricolo di 8 regioni italiane, 8 regioni spagnole, 8 regioni greche, 5 regioni olandesi, 4 regioni belghe, una regione  portoghese e 1 regione francese.

Secondo Nora McKeon, di Terra Nuova/EuropAfrica, “come Europa e come società civile dobbiamo contrastare gli Accordi di partenariato economico perché costituiscono una minaccia ancora più grave dei negoziati WTO: – in Africa, dove rischiano di dare il colpo di grazia all’agricoltura familiare che fa vivere la grande maggioranza della popolazione; – in Italia dove sostengono, ancora una volta, ad una logica che porta beneficio all’industria agro-alimentare e danni ai produttori, ai consumatori, all’ambiente”. Gli accordi” continua Nora McKeon “vengono negoziati sotto silenzio e senza trasparenza. Nessuno ne parla. Persino i governi e il Parlamento europeo hanno difficoltà a seguire e a controllare i passi della Commissione. E se pensiamo che in questi accordi l’Europa ha un ruolo di primo attore, il deficit democratico diventa pesante”.

Per Antonio Onorati del Centro Internazionale Crocevia “L’UE è la prima potenza agroalimentare della Terra ma usa la sua forza per imporre un modello di agricoltura basato sulla competitività delle proprie multinazionali agroalimentari ottenuta grazie a bassi prezzi pagati agli agricoltori. Un disegno strategico ingiusto, insostenibile e miope che distrugge le agricolture familiari, in Europa come nei Paesi del Sud, cioè la base stessa della produzione agricola destinata al mercato interno. Solo ideologhi incalliti “o politici cinici – secondo Onorati – possono sinceramente credere che coltivare ortaggi di controstagione in Sahel o nella midija algerina con la poca acqua disponibile ed esportarli in Europa possa in qualce modo essere vantaggioso per le popolazioni rurali dei due lati del Meditteraneo. Un non senso che non può essere affrontato né con la carità né con le buone intenzione, ma con forti strumenti di protezione e di sostegno a quell’agricoltura che, basata sul lavoro, è la meglio attrezzata a produrre stabilmente cibo per ogni Paese: l’agricoltura familiare e contadina.”

Un caso esemplare: l’Africa occidentale

Il 97% dei prodotti che provengono dall’ Unione monetaria dell’Africa Occidentale (UEMOA) entrano sul mercato europeo senza subire tassazioni sull’import. La maggior parte fanno parte del settore agricolo ed evitano per il 95% le restrizioni legate alla politica agricola comune (PAC) per la loro natura tropicale. L’UE si assicura, però, ben il 49,9%delle importazioni dei Paesi UEMOA, mentre l’UEMOA fornisce appena l’1% delle importazioni dell’Unione 

Le nostre proposte

Gli APE e non possono prescindere da una forte politica di sviluppo rurale. Il commercio ha senso solo se accompagnato o ancor meglio preceduto e sostenuto da una forte politica per lo sviluppo dei territori rurali, nel Nord come nel Sud del Mondo, promossa e finanziata sia dai governi locali sia dai fondi europei e globali.

Per questo siamo convinti che:

– Il commercio può avvenire ed avere un influsso positivo sulle economie dei Paesi interessati soltanto se governato da regole chiare e uguali per tutti, dove per uguali non si intende “le stesse”, ma che offrano le stesse possibilità.

– Ogni Paese ha diritto alla sovranità alimentare, nel nord come nel Sud del mondo. Per questo c’è la necessità di prevedere una moratoria ai negoziati, per permettere ai Paesi più fragili di rafforzarsi e raggiungere il livello strutturale necessario per confrontarsi con l’UE. La “reciprocità” va intesa in questo senso;

– C’è bisogno di promuovere, innanzi tutto, il commercio Sud-Sud e di prossimità tra soggetti con pari potenzialità.

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