Agricoltura da occupazione

Tra riforma agraria e agrobusiness: in Brasile, il Movimento Sem Terra festeggia 25 anni di lotta contro il latifondo interrogando il governo Lula   Sarandí (Rio Grande do Sul – Brasile) – Le terre erano lasciate dai latifondisti in pasto agli…

Tratto da Altreconomia 103 — Marzo 2009

Tra riforma agraria e agrobusiness: in Brasile, il Movimento Sem Terra festeggia 25 anni di lotta contro il latifondo interrogando il governo Lula  

Sarandí (Rio Grande do Sul – Brasile) – Le terre erano lasciate dai latifondisti in pasto agli immensi allevamenti bovini quando, nel 1981, in piena dittatura, avvenne la storica occupazione della fazenda Annoni nel Rio Grande do Sul. Erano 8.500 famiglie, il primo nucleo di quello che sarebbe diventato -nel 1984- il Movimento dei lavoratori rurali senza terra. Oggi, fuori dall’insediamento, “assentamento”, che ospita le 418 famiglie che hanno conquistato legalmente le proprie terre, il paesaggio disegna invece infiniti campi di soia transgenica resistente agli erbicidi e destinata in buona parte all’esportazione, diventando mangime animale per le “vacche grasse” dell’Europa e per la voracità della Cina.
Un unico tipo di seme geneticamente modificato, detenuto e commercializzato dalla Monsanto, ha rimpiazzato decine di diverse varietà: basta una sola coltivazione -insieme al vento che spazza le regioni del Sud- per contaminare irreversibilmente i campi nel raggio di chilometri.
Più a Nord, nelle zone calde degli Stati di Sao Paolo, Paranà, Goias e Mato Grosso, il business si chiama invece canna da zucchero, ottimo per la produzione di agrocarburante nella tentazione dell’autonomia energetica in cui è caduto il quinto Paese più grande del mondo. Nel 2007 il Brasile, che insieme agli Usa produce il 70% dell’etanolo di tutto il mondo, ha raggiunto la cifra record di 7 milioni di tonnellate di canna da zucchero prodotte. Un affare che fa gola: la maggior impresa brasiliana del settore, la Cevasa, è stata comprata meno di due anni fa dal colosso americano Cargill. Sulla costa atlantica proliferano invece le piantagioni di eucalipto: insieme al pino quest’albero veloce e redditizio occupa 5,3 milioni di ettari di terra, e rappresenta una miniera d’oro per le industrie che esportano pasta di cellulosa sui mercati statunitensi ed europei. Mais, soia, canna ed eucalipto coprono oggi l’80% dell’area coltivata di tutto il Brasile, e sono sempre più in mano alle imprese straniere: dal 2003 al 2007 gli acquisti di terre da parte di queste sono saliti del 347%, e il 55% delle loro proprietà si trova nella regione amazzonica (vedi Ae 100).
Sono tre gli assi portanti dell’agrobusiness, il nuovo “nemico” per i contadini dell’Mst, il movimento rurale più forte al mondo, capace nei 25 anni di vita -festeggiati a Sarandì, nella fazenda Annoni, a fine gennaio 2009- di portare a conquistare la terra 370mila famiglie: 7,5 milioni di ettari sottratti al latifondo. “All’inizio del movimento -ci spiega Joao Pedro Stedile, storico leader dell’Mst e portavoce della campagna internazionale Via Campesina- il nemico principale era il latifondo, perché aveva in mano le terre e c’era la possibilità reale che venisse fatta una riforma agraria capace di distribuire la terra e generare una certa ricchezza di cui si potesse giovare la borghesia industriale. Dagli anni 90 la classe dominante brasiliana è tornata nuovamente all’interesse agricolo e negli ultimissimi anni ha assunto il volto delle imprese transnazionali che controllano il modo di produrre, le sementi, i fertilizzanti, i veleni, le macchine, il commercio agricolo e i prezzi”. Secondo Stedile e i numerosi “quadri” Sem Terra che lavorano sulla base del movimento per indirizzare la produzione verso un modello alternativo, “il capitale transnazionale ha stretto una forte alleanza con i latifondisti”. “Prima era più facile -spiega ancora Stedile-: occupavamo il latifondo e la gente sfidava il fazendeiro (latifondista, ndr). Oggi è diverso: dietro il fazendeiro c’è una grande impresa e lo Stato brasiliano che li protegge, mettendo in primo piano la produzione e non l’eliminazione della povertà e della diseguaglianza”.
Le ragioni della produttività agricola contro quelle del sostegno alla piccola produzione sono uno degli ambiti di contesa maggiore fra Mst e governo Lula e una delle ragioni più forti della disillusione nei confronti del reale cambiamento. “L’agrobusiness -afferma Stedile- ha bisogno ogni anno di ingenti finanziamenti statali e dipende totalmente dal petrolio: come può un’agricoltura che utilizza risorse esauribili garantire la sovranità alimentare?”.
Un concetto, quello della sovranità alimentare, al centro delle azioni e delle rivendicazioni dei Sem Terra. La richiesta rivolta al governo è quella di aiutare l’agricoltura “familiare”, di sostegno alle piccole proprietà nell’ottica di finanziare prioritariamente l’autonomia alimentare dei contadini. Il governo sta portando avanti progetti specifici, ma i fondi rimangono spesso “incastrati” nelle pieghe della burocrazia. “Degli 1,65 miliardi di reais (560 milioni di euro, ndr) stanziati nel 2008 dal ministero per lo Sviluppo agrario -spiega Edelcio Vigna dell’Istituto di studi socioeconomici del Brasile- appena il 44,24% sono stati effettivamente erogati.
I tre programmi specifici, ‘Pronaf’, ‘Credito Fundiario’ e ‘Fomento a assistencia tecnica e exstensao rural para agricultor familiar’ hanno permesso l’attuazione di appena il 12,5% di quanto stanziato, 807 milioni di reais sono rimasti nelle casse statali. Ogni centesimo non assegnato rappresenta una violazione dei diritti umani fondamentali delle persone che vivono nella campagna e lavorano pesantemente per mantenere la propria dignità”. La sconfitta della fame negli “assentamentos”, gli insediamenti in cui gli ex senza terra esercitano la proprietà divisa in piccoli appezzamenti, è una delle più importanti conquiste dell’Mst. Il concetto di sovranità alimentare viene “esercitato” tramite la diversificazione della produzione, abbandonando le monocolture e riqualificando le terre prosciugate dai latifondisti con l’agricoltura intensiva. Una sfida non facile, perché puntare sulla monocoltivazione, magari con sementi transgeniche, può anche portare qualche soldo in più laddove ci sia un grosso mercato a cui collegarsi. I Sem Terra non si limitano ad accompagnare le occupazioni: seguono accampamenti e insediamenti tramite un lavoro di base di coscientizzazione e formazione costante: “Stiamo portando avanti -ci racconta Luis, giovane agronomo che collabora con il movimento- un intenso lavoro di formazione tecnica dedicata ai giovani. Il nostro lavoro ha l’obiettivo di fare in modo che la produzione preveda la massima diversificazione per permettere il soddisfacimento delle necessità di base degli ‘assentamentos’. L’idea è quella di mettere in vendita sui mercati locali solo quello che eccede rispetto ai bisogni alimentari di base. Anche l’agricoltura agroecologica ha avuto una grande crescita e adesso è presente nei programmi di formazione dell’Mst”. “Diffondere prodotti agroecologici sui mercati locali -spiega Marina Dos Santos, un’altra delle leader storiche dell’Mst- è anche un modo per coscientizzare le città su un certo tipo di produzione”. I risultati sono stati importanti: oggi nel Paese l’Mst ha attivato più di 400 fra associazioni e cooperative che lavorano in forma collettiva, oltre a 140 piccole e medie agroindustrie che lavorano e commercializzano frutta, ortaggi, latte, granaglie e carni e producono autonomamente semi biologici. Realtà che resistono, nonostante le minacce dell’agrobusiness. “Le principali sfide che abbiamo di fronte -aggiunge Marina Dos Santos- sono continuare ad organizzare i lavoratori rurali senza terra, utilizzando il meccanismo dell’occupazione del latifondo improduttivo, lottare per la riforma agraria, per la distribuzione della terra e della ricchezza, per la creazione di lavoro, la produzione di alimenti e il recupero ambientale del paese”.
A Sarandì, l’Mst ha annunciato nuove occupazioni per il 2009: risponde così a una campagna mediatica che vorrebbe il movimento ormai debole.

Riso e miele biologici dagli insediamenti al mercato
L’etichetta del movimento
Sulla confezione c’è scritto “prodotto della riforma agraria”. È l’orgogliosa “etichetta” che nell’“assentamento” della località Nova Santa Rita, nella regione metropolitana di Porto Alegre, la cooperativa Coonpar appiccica al riso che produce nei 200 ettari di terre sottratte al latifondo. Trenta delle 100 famiglie che fanno parte dell’insediamento si sono riunite in cooperativa per coltivare insieme e avere più forza nella vendita sul mercato locale.
Il riso è biologico e si giova di fertilizzanti rigorosamente naturali, a base di aglio, olio e sapone. “Un tecnico agricolo dell’Mst regionale -ci racconta Bose, uno dei lavoratori della cooperativa- ci sta aiutando nella ricerca dei migliori metodi per la coltivazione biologica. Quella di coltivare solo con prodotti naturali è un’esigenza che è venuta appena ci siamo insediati: alcuni dei nostri compagni si erano avvelenati gravemente usando fertilizzanti chimici molto potenti”. La Coonpar è in grado di vendere il prodotto finito dopo aver costruito un piccolo stabilimeto di lavorazione costato mezzo milione di reais, poco più di 160mila euro. “Produciamo sia riso integrale che bianco. Ne destiniamo una parte ai consumi delle  famiglie dell’assentamento, e l’altra va sul mercato. Anche se è difficile resistere però alle sue leggi: abbiamo vinto un bando pubblico di fornitura alla Prefettura, e grazie a questo sopravviviamo, ma è il mercato centrale di Porto Alegre che decide i prezzi e noi dobbiamo adattarci”.
Lo stesso problema di resistere al mercato lo hanno anche gli apicoltori di Oziel Pereira, “assentamento” nei pressi della città di Remigio, nello Stato della Paraiba, a migliaia di chilometri di distanza da Porto Alegre, direzione nordeste. Josivan, giovane coltivatore dell’Mst, ha messo su insieme al fratello un apiario, dopo aver seguito un corso per diventare tecnico agricolo grazie a un programma di formazione dell’Mst finanziato dall’Ong italiana Mani Tese. Vendere il miele non è facile, anche perché è considerato un bene di lusso nel Nordeste brasiliano. Grazie anche a una legge del governo federale, che impone alle scuole di acquistare dai coltivatori della zona prodotti tipici biologici e nutrienti per i ragazzi, Josivan e gli apicoltori della zona hanno già avuto un ordine di 400 chili dalle scuole di Remigio. “Siamo in nove nella zona a produrre miele -racconta Josivan-. Mettendo insieme gli sforzi siamo riusciti a costruire un piccolo laboratorio professionale dove possiamo filtrare il miele, mettere i resti nella centrifuga e farlo depositare in contenitori d’acciaio per far venire a galla le impurità”. Nelle stagioni in cui ci sono meno fiori e quindi meno nutrimento per le api, le aiutano con una “pappa” di algaroba, una leguminosa non commestibile per l’uomo che cresce in abbondanza nella zona. L’apicoltura è un mezzo prezioso per aumentare anche la fertilità. “Abbiamo calcolato -dice ancora Josivan- che la pollinizzazione delle api ha aumentato la produttività dei terreni del 40%. Per alcuni frutti, come la maracujà, addirittura del 60%. Una buona dose di miele poi lo usiamo per i consumi nostri: è molto nutriente insieme ai tanti frutti delle nostre terre”. Più naturale di così.

Una riforma difficile
In Brasile nessun governo ha mai avuto la volontà di attuare una vera riforma agraria. L’unica opportunità che esiste per ottenere le terre è occupare quelle incolte o a produttività scarsissima e richiedere all’Incra, Istituto nazionale per la colonizzazione e la riforma agraria (www.incra.gov.br), il riconoscimento della proprietà divisa in piccoli appezzamenti.
Significa passare qualche anno “accampati” sotto teloni di plastica o in baracche di legno, coltivando senza nessuna certezza per il futuro e subendo le pressioni della polizia, dei latifondisti e spesso dei loro uomini armati. Il procedimento di assegnazione delle terre alle famiglie occupanti può durare anni: dopo aver aperto un’istruttoria, l’Incra valuta se le terre siano effettivamente incolte e calcola l’indennizzo da pagare al latifondista per l’esproprio che varia in base alla qualità e fertilità, alle infrastrutture presenti e alla presenza di sistemi di irrigazione.

Attacco al latifondo
Negli ultimi anni la concentrazione delle terre in Brasile ha visto un processo di lenta erosione. Nel 1992 le proprietà più grandi di 2000 ettari erano il 39,9% delle terre totali. Oggi sono il 31,6% e sono cresciute di piccole percentuali le proprietà minori. Il numero delle occupazioni di terre, che non vengono portate avanti solo dall’Mst, è cresciuto sotto il governo Lula: 2.913 dal 2003 al 2008, per un totale di 344.000 famiglie occupanti. Durante gli otto anni dei governi di Fernando Henrique Cardoso, dal 1994 al 2002 erano state circa 3800. Ancora oggi esistono nel paese 120 milioni di ettari di terre improduttive e 4 milioni di famiglie senza terra. E ad attendere di ricevere le terre occupate ci sono ancora 150mila famiglie associate al Mst in tutto il Paese, 900 accampamenti che diventeranno “assentamentos”, andando ancora un po’ ad erodere il dato “maledetto”: il 46,8% delle terre tutt’oggi in mano ad appena l’1% dei proprietari terrieri brasiliani.
Proprio per la paura che l’agrobusiness porti ad aggravare questa situazione, la Via Campesina ha chiesto al governo di proibire la vendita di terre a società straniere.

Una nuova campagna, “sui binari della giustizia”
Un inferno di ferro e carbone
Le miniere di ferro di Vale, nel Carajas, in piena foresta amazzonica, appaiono dalla riprese aeree come paesaggi lunari. Qui si estraggono ogni anno 100 milioni di tonnellate di minerale: Vale è la prima impresa del mondo per estrazione di ferro, la seconda in assoluto fra le minerarie. Fattura 32 miliardi di dollari, più del Pil del Kenya. Dopo la privatizzazione, fino al 1997 era controllata dal governo brasiliano, si è lanciata in una intensa campagna acquisti che l’ha portata in Canada, Indonesia, Australia, Mozambico, Europa. Oltre al ferro, oggi produce anche nickel, alluminio, rame, manganese.
Dal Carajas, 900 chilometri di ferrovia, gestita da Vale, collegano le miniere al mare. Nella mente degli ingegneri che l’hanno costruita c’era solo il trasporto delle merci, neanche un pensiero per la gente che ci vive intorno. Senza protezioni, né passaggi sopraelevati, decine di convogli transitano lungo la ferrovia tutti i giorni: gli animali sono travolti a centinaia, talvolta muoiono anche gli esseri umani. Intere comunità indigene sono state divise, private del loro habitat naturale e del loro tessuto sociale. Ma il peggio è che la ferrovia ha richiamato molte altre attività, prima fra tutte le fonderie, in parte di proprietà della stessa Vale. I cui forni, grandi come case, hanno bisogno di tanto carbone: così sono spuntate come funghi le carbonifere, la cui materia prima è il legname, risorsa abbondante in Amazzonia ma non infinita. La foresta ha lasciato il posto alla terra nuda, e le carboniere hanno impiantato piantagioni di eucalipto, una pianta a rapida crescita. Gli ambientalisti hanno protestato, ma i faccendieri hanno fatto spalluccie: “Dov’è il problema? Anche gli eucalipti sono alberi”. Il problema è la biodiversità: nella foresta si contano migliaia di specie vegetali, in piantagione una. Il problema è anche la violazione dei diritti umani: nelle carboniere esiste il lavoro schiavo, disperati caduti nella trappola per fame e violenza. Anche il carbone viaggia lungo la ferrovia, senza teloni, e una scia di pulviscolo si deposita ovunque. L’aria si inquina e insorgono bronchiti, polmoniti e tumori. La situazione è particolarmente grave ad Açailandia, una cittadina di 100mila persone lungo la ferrovia: al pulviscolo del carbone si somma quello rilasciato dalle fonderie. Ad Açailandia vive una comunità di comboniani che ha deciso di passare all’azione, non più disposta ad assistere passivamente all’agonia di un popolo. Insieme a sindacati, esponenti universitari e gruppi di base ha organizzato la campagna “Sui binari della giustizia”, per chiedere a Vale di istituire un fondo di miglioramento sociale e ambientale, di restituire alla comunità una parte dei profitti per riparare i danni provocati dalla sua attività. Vale ha messo in moto l’intero meccanismo distruttivo: l’unico modo per uscire da questo gioco perverso è attribuire alle imprese la totale responsabilità delle loro attività. La posizione dei comboniani di Açailandia è coraggiosa, e avrà qualche possibilità di successo solo se sarà sostenuta. La campagna ci chiama in causa: i minerali sono componenti fondamentali del nostro stile di vita e, che ci piaccia o no, siamo parte del problema.
Francesco Gesualdi
Chi vuole “coinvolgersi” può contattare il gruppo di sostegno italiano: binaridigiustizia@gmail.com

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia