“Affittate Alex” – Ae 71

Dall’assemblea nazionale di Lilliput è emersa una Rete che non ha perso la voglia di agire, creare e, soprattutto, sperimentare. Nonostante i problemi e le debolezze “Affittare Alex”, dove Alex sta per Zanotelli. L’appunto, scritto sul foglione bianco appeso al…

Tratto da Altreconomia 71 — Aprile 2006

Dall’assemblea nazionale di Lilliput è emersa una Rete che non ha perso la voglia di agire, creare
e, soprattutto, sperimentare. Nonostante i problemi e le debolezze

“Affittare Alex”, dove Alex sta per Zanotelli. L’appunto, scritto sul foglione bianco appeso al muro,

è il primo della lista tra le proposte per finanziare la Rete, ma non è stato preso sul serio (almeno per ora). Lilliput costa solo ventimila euro all’anno, poco più dello stipendio mensile di un parlamentare, e non c’è bisogno di “mettere sul mercato” -per serate e iniziative varie- il missionario comboniano, notoriamente capace di riempire le sale. Dovrebbero bastare

le vendite di magliette e i contributi dei nodi, più le sottoscrizioni mensili di qualche sostenitore: perciò la Rete, riunita a Roma a metà marzo per la quarta assemblea nazionale, ha lasciato Alex libero da ogni incombenza.

Lilliput in questi anni ha compiuto molti miracoli e uno di questi è l’esiguità dei suoi costi. Il bilancio della Rete, con pochissime voci e cifre minuscole, fa quasi tenerezza. Certo, in controluce vi si leggono anche i punti dolenti. L’organizzazione reticolare, il no alla gerarchia spinto fino a rinunciare al ruolo di portavoce, la preferenza per il metodo del consenso sono scelte che si pagano in termini di scarsa efficacia nell’intervento politico quotidiano e di fragilità complessiva.

Per questo l’assemblea di Roma alla vigilia pareva quasi un canto del cigno, in cui leggere il declino dei movimenti sociali. In un testo che ne illustrava i contenuti, Riccardo Troisi e Alberto Castagnola del nodo di Roma -attivista di Pax Christi il primo, economista controcorrente il secondo- descrivevano una parabola allarmante: dagli 800 gruppi e associazioni del 2000-2001 si è passati ai 250 attuali, distribuiti in 40 nodi locali. Stanchezza? Disaffezione al modello reticolare? Effetto collaterale dell’arretramento generale dei movimenti? “Noi preferiamo una valutazione più dura e realistica -scrivevano Troisi e Castagnola, in perfetto stile lillipuziano- cioè pensiamo a delle difficoltà che pervadono la società civile italiana di fronte alla necessità di collegarsi in reti molto numerose per poter fare massa critica verso i drammatici problemi internazionali e nazionali”. Un’altra questione, scrivevano, riguarda il linguaggio con cui rivolgersi “a strati di popolazione condizionati e disabituati a reagire in modo personale”.

Pareva che problemi giganteschi, di tipo organizzativo, culturale, politico, stessero per abbattersi sulla fragile Rete, oltretutto coinvolta nel generale riflusso dei movimenti sociali. Date queste premesse, era lecito aspettarsi un’assemblea in affanno, dubbiosa, magari depressa.

E invece domenica 12 marzo verso l’una, al momento di leggere il documento finale, i volti dei partecipanti (circa 150, oltre il doppio rispetto alle attese) erano raggianti, come eccitati. Il testo è stato accolto con applausi e ululati di giubilo. Possibile? Possibile. Le parole di quel testo, steso sabato notte da un gruppo di lavoro che ha sperimentato per l’ennesima volta la scrittura collettiva, hanno condensato emozioni, impegno, entusiasmo. È nato un nuovo patto della Rete, si chiama “Capaci di futuro”. Problemi e debolezze non sono scomparsi, ma il “miracolo” lillipuziano prosegue. Rispetto agli inizi, molte cose sono cambiate. Il Tavolo intercampagne, che è stato a lungo la “testa pensante”, non esiste più: da mesi ha smesso di riunirsi. Le grandi associazioni nazionali che formavano l’ossatura della rete partecipano sempre meno alle attività

ed è stato disdetto anche il contratto con l’addetto stampa. In compenso si sono moltiplicate le adesioni individuali ed è aumentato il lavoro dei nodi, con la partecipazione di comitati e piccoli gruppi. La novità più grande e incoraggiante è la crescita dei nodi nel Sud. Lilliput ha cambiato pelle.

Al seminario di lavoro su “Sviluppo e grandi opere” il facilitatore ha disegnato su una cartina d’Italia una mappa delle “lotte” che venivano via via presentate: a Ferrara c’è la questione di una centrale elettrica troppo grande, in Val di Susa la nota battaglia contro la Tav, sul Pollino la mobilitazione contro un’insostenibile centrale a biomasse, a Napoli si combatte contro la privatizzazione dell’acqua, sullo Stretto prosegue l’incessante lavoro di informazione e persuasione contro il ponte. La cartina si è riempita di pallini rossi, uno per ogni contenzioso aperto. Tutto bene, ma vista da questa angolatura, ha osservato qualcuno, Lilliput sembra un movimento ambientalista tradizionale: dov’è la novità? Non è che la Rete sta perdendo la sua forza innovativa?  L’obiezione è fondata ma un po’ ingenerosa, perché attorno a queste lotte sta fiorendo una rete nella rete, che dice “un no per proporre cento sì”, come sostiene Renato dei comitati “No ponte”: lo sforzo comune è volto alla ricerca di alternative concrete sul piano dei trasporti, dell’energia, dell’uso del territorio.

La parola chiave è più che mai sperimentazione. E non è un caso che il seminario più partecipato sia stato un altro, dedicato alle Reti di economia solidale, aperto a soggetti esterni a Lilliput. Qui la Rete ha mostrato il meglio di sé. In quest’altra mappa da disegnare sul profilo dello Stivale, ci sono quelli del Nord-Ovest in pista ormai da qualche anno: a Milano, Torino, Como, in Brianza è tutto un fiorire di documenti, progetti e fiere, di rapporti intessuti con gli enti locali e di relazioni forti con Gas e botteghe del mondo. C’è chi lavora a una “filiera del pane” e chi presenta progetti all’Unione Europea. Ci sono quelli del Trentino, che hanno lo slancio seguito a una riuscita edizione locale di “Fa’ la cosa giusta!”, e le reti in costruzione lungo l’Adriatico, nelle Marche e in Abruzzo, con decine di soggetti coinvolti e progetti sempre più ambiziosi. A Roma la città dell’Altra economia sarà presto una realtà, anche se le associazioni di base sono mobilitate in via permanente per evitare che gli apparati politici e amministrativi prendano il sopravvento.

E poi, anche qui, c’è la gente del Sud.

In Calabria, in una delle aree più problematiche del Paese, la Locride, è nata “Goel”, una rete di cooperative sociali che include gli esclusi fra gli esclusi: dagli ex detenuti ai figli dei mafiosi, inibiti ad agire dalle stessi leggi antimafia. Le cooperative producono vino, olio e altri prodotti. Si stanno preparando a gestire i locali di un carcere dismesso e vorrebbero lanciare un progetto di turismo responsabile.

È questa una rete di economia solidale? Probabilmente sì, anche se nessuno si è preso finora la briga di confrontare quel che si fa con quanto dicono i “testi”.

E poi c’è Palermo. Lì stanno lanciando un progetto di consumo critico che ha scaldato i cuori: si tratta di spingere i consumatori a fare acquisti dai commercianti che rifiutano di pagare il pizzo. È questa la Rete che propone, sperimenta,  prova a dare forma concreta a quell’idea di “economia di giustizia” che Lilliput espone come una bandiera. 

Un amico sincero della Rete come Nanni Salio, del Centro Sereno Regis di Torino, ha fatto notare quanto sia ancora immatura in Italia la cultura della nonviolenza e della disobbedienza civile, di fronte al precipitare del bellicismo, che moltiplica le guerre. La capacità organizzativa dei movimenti sembra inadeguata a sostenere il confronto.

È difficile negarlo e dentro Lilliput lo sanno. Nessuno si fa illusioni, ma non si è persa la voglia di agire.

Una rete che nasce nel 1999

L’avventura della Rete di Lilliput è cominciata nel 1999, con l’intento di coordinare a livello locale e nazionale una serie di associazioni e campagne. Nel manifesto fondativo si legge, fra l’altro: “Diamo avvio alla Rete di Lilliput per unire in un’unica voce le nostre molteplici forme di resistenza contro scelte economiche che concentrano il potere nelle mani di pochi e che antepongono la logica del profitto e del consumismo alla salvaguardia della vita, della dignità umana, della salute e dell’ambiente”. Alex Zanotelli e Francesco Gesualdi sono

i principali ispiratori della Rete; fra i promotori Pax Christi, Wwf, Mani Tese, Ctm-altromercato, Roba, Associazione delle botteghe del mondo, Campagna per la riforma della banca mondiale, Sdebitarsi. I primi incontri nazionali a Marina di Massa (ottobre 2000 e gennaio 2002) gettano le basi pratiche e organizzative della Rete. Per info:
www.retelilliput.org

 

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