Opinioni

Accade in Sicilia

Sono lontani i tempi del 61-0 con cui la maggioranza dei siciliani, alle politiche del 2001, regalò un successo storico a Berlusconi e all’allora Casa delle Libertà. È già lontano persino il 2012, con l’esperienza vincente, alle regionali, di Rosario Crocetta e della sua larga alleanza. La Sicilia che è tornata al voto per i ballottaggi in diversi comuni, tra cui tre capoluoghi di provincia, ha lanciato un preciso messaggio di rottura.

A Messina, il successo di Renato Accorinti ha sovvertito tutti i pronostici. Il leader del movimento No Ponte, che partecipava con la sua lista civica, al primo turno aveva ottenuto circa il 24% dei consensi, piazzandosi molto lontano da Felice Calabrò, sostenuto dalla grande alleanza Pd-Udc e dal Megafono di Crocetta, che ha sfiorato la vittoria a primo turno con il suo 49,94%. Al ballottaggio le forze in campo erano talmente impari che nessuno si sarebbe atteso quel che poi è accaduto: la vittoria di Accorinti con il 52,6% dei voti.

Grande sorpresa anche a Ragusa, dove a prevalere è stato Federico Piccitto, del Movimento 5 Stelle.
Anche in questo caso, il neosindaco, al primo turno, si era piazzato al secondo posto con il 15%, superando per poco più di cento voti il candidato del Pdl, Antoci (14,5%). In testa, si trovava Giovanni Cosentini, con il 29%, sostenuto da Pd, Udc e Megafono di Crocetta. Al ballottaggio, poi, la lista di Beppe Grillo ha trionfato con quasi il 70% dei consensi. Una dura lezione all’attuale modello di gestione della politica siciliana, ma anche a quella nazionale.

Gli elettori di Messina e Ragusa hanno preferito scegliere chi si è presentato come l’alternativa credibile ai partiti e al gioco delle alleanze irrespirabili. Renato Accorinti, in particolare, partiva dalla sua esperienza di attivista, di uomo del territorio, slegato dai partiti, un po’ alla maniera dei 5 Stelle, ma senza i toni aggressivi di Grillo.
Da pacifista ha scelto di parlare dei temi della sua città, di concentrarsi sulle soluzioni proposte, senza lanciare anatemi o accuse e rispondendo con eguale pacatezza agli attacchi degli avversari, puntando sempre sulla sua idea di una politica che offra “diritti a tutti, favori a nessuno”.

Due rimonte in due capoluoghi che sembravano già destinati a finire nelle mani della vecchia politica. A Messina, Felice Calabrò, sostenuto dall’ex sindaco  Francantonio Genovese, figlio dell’ex senatore DC e nipote di quel Nino Gullotti più volte ministro democristiano, rappresentava l’ideale continuatore di un sistema che non solo non ha portato alcun giovamento alla città, ma che lasciava anche intravvedere l’ombra delle indigeribili consuetudini clientelari.
A Ragusa, la scelta del Pd di candidare Giovanni Cosentini ha spaccato il partito, dentro il quale sono cresciute le proteste per un nome noto per essere un fedelissimo dell’ex presidente della Regione, Totò Cuffaro, e per essere stato a lungo il vicesindaco della giunta uscente di centrodestra guidata da Nello Dipasquale, berlusconiano doc, il quale, nel 2012, ha compiuto il salto della staccionata, candidandosi (e venendo eletto) all’Ars con il Megafono di Rosario Crocetta. Un pasticcio, il frutto di scelte sbagliate dal Pd e dal presidente Crocetta, la percezione di ritrovarsi ingarbugliati negli ingranaggi pesanti di una politica vecchia e stantia, lontanissima dall’idea di cambiamento che serpeggia nel Paese e che in Sicilia, alle scorse regionali, ha trovato uno sfogo nell’affermazione del movimento di Beppe Grillo.

All’interno dell’elettorato del Pd, al secondo turno, in tanti hanno scelto di votare per l’avversario, consegnandogli la vittoria. Questa una delle ragioni della duplice rimonta, a cui si aggiunge certamente il dato dell’affluenza, scesa dal 63,48 al 49,1% a Ragusa e dal 70,22 al 45,81% a Messina.

È però nel terzo comune capoluogo chiamato nuovamente alle urne, Siracusa, che l’astensionismo ha avuto un peso politico. Nella città di Aretusa, governata negli ultimi 20 anni dal centrodestra, il Pd, alleato soltanto con il Megafono di Crocetta, è riuscito a prevalere. Dopo il 31% ottenuto al primo turno, che ha permesso al candidato Giancarlo Garozzo di andare alla sfida decisiva con Paolo Ezechia Reale (27%), sostenuto da liste civiche di centrodestra, al ballottaggio la vittoria è arrivata con un netto 53%.
Ma il Partito Democratico ha poco da sorridere, perché il dato dell’astensionismo è estremamente eloquente. Anche a Siracusa, infatti, il partito si è spaccato dopo l’affermazione di Garozzo alle primarie. Non piaceva il candidato voluto dalla vecchia guardia, la sua radice democristiana, la vicinanza a un grande e discusso vecchio della politica locale, come Gino Foti.
A far storcere ancor più il naso agli elettori, durante la campagna per il ballottaggio, è stata poi la dichiarazione di appoggio da parte dell’ex ministro Pdl, Stefania Prestigiacomo, dell’Udc e di altre aree del centrodestra. Da Garozzo ci si sarebbe aspettato un rifiuto aperto di questo sostegno, rifiuto che non è arrivato.

Così, buona parte degli elettori, non avendo ben chiaro quale fosse il  male minore, stavolta hanno deciso di non andare a votare, determinando un calo vertiginoso della percentuale di affluenza: dal 66,22 al 35%: poco più di un terzo degli elettori ha scelto di affidare la città a una candidatura che non convince. Ben altra storia rispetto a quanto avvenuto negli altri due capoluoghi siciliani impegnati nei ballottaggi. Ad ogni modo, tutti e tre i risultati forniscono un segnale chiaro, che il Pd siciliano e il presidente Crocetta farebbero bene ad ascoltare: la Sicilia vuole cambiare. Anzi, sta già provando a farlo.

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