Inchiesta

A Mosul, in Iraq, la diga degli italiani

È la più grande del Paese: la Trevi spa di Cesena si è aggiudicata l’appalto per la manutenzione. La commessa vale 273 milioni di euro, ed è stata assegnata con procedura d’urgenza. L’Italia potrebbe inviare fino a 500 soldati per presidiare il cantiere, secondo il ministro della Difesa Roberta Pinotti

Tratto da Altreconomia 183 — Giugno 2016

A quaranta chilometri a Nord-ovest della città di Mosul, in Iraq, sorge la più grande diga del Paese. Il bacino artificiale ha un volume di 11 chilometri cubi, e oggi l’acqua tocca i 319 metri. La barriera è stata costruita sul fiume Tigri tra il 1981 e il 1986 da un gruppo di imprese italo-tedesche, e assicura l’approvvigionamento di energia elettrica a oltre 1,7 milioni di persone. È un’infrastruttura gigantesca, di cui fin dal 1984 un rapporto di osservatori svizzeri aveva registrato le debolezze strutturali, specialmente delle fondamenta sorte sopra a roccia permeabile. La guerra del 2003 ha poi stravolto le attività di manutenzione, condannandola al rischio crollo.

L’ultimo studio sugli impatti di un possibile tracollo della diga è stato curato da un gruppo di ricerca del Joint Research Centre (JRC) della Commissione europea, pubblicato a metà aprile 2016. Le conclusioni sono allarmanti: qualora anche solo un quarto del fronte della diga dovesse cedere, con l’acqua nel bacino a un livello di 330 metri, la città di Mosul verrebbe investita in poco più di un’ora e mezza da un muro d’acqua alto fino a 25 metri. La capitale, Baghdad, verrebbe sommersa da 8 metri d’acqua dopo tre giorni e mezzo. Ciò significa che sei milioni di persone, un sesto della popolazione irachena, si ritrova oggi a rischio alluvione, per un’area di 7.200 chilometri quadrati.

Nonostante il quadro apocalittico, dipinto non soltanto dal JRC, sia stato definito “esagerato” da alcuni ufficiali e ingegneri iracheni -come riportato a marzo dal quotidiano inglese the guardian-, il consiglio dei ministri dell’Iraq ha comunque deciso di conferire l’incarico dei lavori di manutenzione al gruppo italiano “Trevi”, e lo ha fatto all’inizio del febbraio di quest’anno. L’assegnazione, stando a quanto dichiarato da uno dei due amministratori delegati, Stefano Trevisani, non è avvenuta attraverso una gara internazionale ma dopo una “procedura di urgenza” iniziata nell’ottobre 2015 che non ha seguito “il normale iter e la normativa per i bandi di gara ministeriali”.

A marzo 2016, “sotto la supervisione del ministero delle Risorse idriche iracheno”, Trevi ha stipulato il contratto d’appalto per un valore di 273 milioni di euro. Aveva visto giusto il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, che già nel dicembre 2015, in audizione presso il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (COPASIR) aveva “fornito la notizia” che il “consolidamento” della diga di Mosul sarebbe stato “affidato a una società italiana”. Non solo. Stando alle agenzie, infatti, Pinotti avrebbe dichiarato che “prima ci dovrà essere l’assegnazione formale della commessa” e soltanto dopo “ci sarà la pianificazione per l’invio di 450-500 militari italiani chiamati a presidiare il cantiere”.
Trevi dà uno spaccato della diplomazia militare-industriale italiana: la “TREVI-Finanziaria Industriale Spa” (colosso con sede legale a Cesena che nel 2015 ha registrato ricavi per 1,3 miliardi di euro, in costante crescita dal 2009), infatti, è sì controllata dalla famiglia Trevisani -attraverso la società semplice Trevi Holding-, ma il secondo azionista, con il 16,852%, è lo Stato, attraverso due società di Cassa depositi e prestiti (Fondo strategico Spa e FSI Investimenti Spa). 

È il motivo per cui -stando alla titolare del ministero della Difesa- l’Italia si candida a diventare il secondo contingente militare in Iraq, dietro agli Stati Uniti. 

 

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