A mali estremi nuovi rimedi – Ae 40

Numero 40, giugno 2003“Fuori Berlusconi dalla mia spesa” è lo slogan della campagna lanciata dal Co.Re. per convincere il Cavaliere ad affrontare il conflitto d'interessi sul monopolio tv“A un governo-azienda non si risponde con le bandiere e con le idee,…

Tratto da Altreconomia 40 — Giugno 2003

Numero 40, giugno 2003

“Fuori Berlusconi dalla mia spesa” è lo slogan della campagna lanciata dal Co.Re. per convincere il Cavaliere ad affrontare il conflitto d'interessi sul monopolio tv

“A
un governo-azienda non si risponde con le bandiere e con le idee, ma mirando al suo punto debole, i soldi”. Così scriveva Umberto Eco, più di un anno fa. Oggi come allora la politica italiana vive l'anomalia del conflitto di interessi: una situazione per la quale il presidente del Consiglio è anche padrone delle più importanti reti televisive private, oltreché proprietario di numerose attività imprenditoriali, molte delle quali nel settore dell'informazione.

Il parlamento non è riuscito a risolvere il conflitto di interessi, questione che sembra essere scomparsa, nonostante la sua gravità e delicatezza, dall'agenda politica.

Più o meno negli stessi giorni in cui Eco definiva il monopolio dell'informazione televisiva come un “fatto nuovo e certamente scandaloso”, un gruppo di persone si incontrava in Rete.

Maturando un'idea: se per Silvio Berlusconi il conflitto di interessi è in realtà una convergenza di interessi, allora la cosa più efficace è trasformare la sua presenza in politica in uno svantaggio per le sue aziende, in particolare per Mediaset (dalla quale dipendono Canale 5, Italia 1 e Rete 4).

Quindi si inventano un boicottaggio, rivolto non alle aziende del premier ma a quelle che sulle sue reti si fanno pubblicità. Il meccanismo è semplice: poiché si tratta di una televisione commerciale, i guadagni di Mediaset dipendono dalla capacità di raccogliere inserzioni pubblicitarie (cosa che avviene attraverso un'altra società del premier, Publitalia). Le aziende che maggiormente pubblicizzano su Mediaset, maggiormente contribuiscono ai suoi guadagni, finanziando di fatto il conflitto di interessi. Quindi? Quindi smettiamola di comprare i prodotti più pubblicizzati sui canali di Berlusconi.

Ecco l'idea. Si compila una classifica dei maggiori inserzionisti e si smette di comprare i loro prodotti.

Il gruppo (persone che vivono in tutta Italia, età che varia dai 20 ai 70 anni) prende il nome Co.Re. (che sta per Consumo Responsabile), dà vita a un sito Internet (www.consumoresponsabile.it) e comincia il monitoraggio. Come i telespettatori che tutte le aziende sognano, registrano i programmi Mediaset delle ore di punta, ma poi si guardano solo le pubblicità.

Ogni mese stilano la classifica dei prodotti più pubblicizzati, e invitano a non acquistarli più, attraverso le pagine web e una mailing list cui, al 20 maggio, sono iscritte 2.500 persone.

Perché la situazione è inaccettabile, spiegano quelli del Co.Re.

Perché Berlusconi ha ormai un vero e proprio monopolio televisivo: rischia di essere compromessa la libertà d'informazione e quindi di essere minata anche la democrazia.

Quelli del Co.Re. non vogliono ovviamente impedire a Berlusconi di governare: vogliono spingerlo a risolvere il conflitto di interessi -almeno nel campo dell'informazione- “nell'unico modo serio: vendendo le reti Mediaset”.

Per far questo potrebbe bastare anche un numero “limitato” di consumatori: secondo il Co.Re., in un mercato in cui le aziende si contendono margini ridottissimi di mercato, anche uno spostamento nei consumi del 2% delle famiglie (1,2 milioni di italiani) basta a farsi sentire.

Per convincere chi ha dubbi circa l'efficacia dell'iniziativa, hanno anche preparato un'analisi economica. Le aziende lavorano in funzione delle aspettative sulle vendite future, spiegano. Aumentare la pubblicità in televisione aumenta le prospettive di vendita, ma fino a un certo punto, oltre al quale investire in caroselli non è più conveniente. Il “fattore consumo responsabile” abbassa questa soglia, facendo sì che investire in pubblicità su Mediaset diventi più velocemente sconveniente (perché a un certo punto si entra nella “lista nera” del Co.Re.). Di fronte a un calo delle vendite i grandi marchi preferiranno farsi pubblicità altrove (sottraendo risorse al Cavaliere) o chiederanno direttamente al Primo ministro di risolvere la situazione.

O almeno questa è la speranza.

A maggio il Co.Re. ha rilanciato la campagna, cui si sono unite altre realtà e hanno aderito molti personaggi. Oggi promuovono il consumo responsabile anche le associazioni dei consumatori, Attac, il Centro nuovo modello di sviluppo, Dario Fo e Franca Rame, Beppe Grillo, don Luigi Ciotti, padre Alex Zanotelli e lo stesso Umberto Eco. Il quale, nel suo intervento, scriveva anche: “Tutti continueremmo a essere ottimi consumatori, tranne che saremmo consumatori selettivi, il che è indice di maturità e motore di sviluppo economico. A nuove forme di governo, nuove forme di risposta politica. Questa sì che sarebbe opposizione”.!!pagebreak!!

Francesco Gesualdi: “Democrazia in pericolo”
“Abbiamo deciso di ricorrere all'arma estrema del boicottagio perché avvertiamo che la democrazia è in pericolo”.

Anche il Centro nuovo modello di sviluppo, fautore di numerose campagne di pressione contro le multinazionali e al quale si deve la famosa “Guida al consumo critico” è tra i promotori dell'iniziativa del Co.Re. Il Centro non si occupa del monitoraggio delle aziende sulle reti Mediaset, ma sostiene e diffonde l'iniziativa.

“Tutta l'informazione televisiva” spiega Francesco Gesualdi, che del Centro è l'anima, è controllata da una sola persona, che può imporre veti e censure su tutto ciò che non è di suo gradimento, mentre può trasformare in propaganda tutto ciò che vuole fare ingurgitare agli italiani”. Da qui la scelta di aderire al boicottaggio delle aziende che si fanno pubblicità attraverso le reti di Silvio Berlusconi. Un boicottaggio diverso da quelli cui siamo abituati, perché non investe aziende colpevoli di sfruttamenti o inquinamento.

“Si tratta infatti di un boicottaggio indiretto. I tentativi precedenti non sono stati molto efficaci nel colpire le attività di Berlusconi. Rivolgendosi alle imprese che rappresentano i guadagni per il presidente del Consiglio, si torna un po' al significato storico del boicottaggio: fare terra bruciata attorno a un soggetto, isolarlo”.

Un boicottaggio politico, più che economico. “Assistiamo sempre più all'invadenza delle imprese nella politica. Sul modello americano, i partiti si stanno allontanando sempre più dalla loro base, ma continuano ad aver bisogno di soldi. Per questo si rivolgono al mondo economico, che è diventato il riferimento.

Per questo colpire chi sostiene economicamente Berlusconi vuol dire colpirlo politicamente”. Funzionerà? “Se avrà un seguito di massa. D'altra parte tutti guardiamo la televisione e andiamo a fare la spesa. Ci sono altri esempi di boicottaggi indiretti andati a buon fine. Quello contro le aziende che investivano nel Sud Africa dell'apartheid, ad esempio, per cui la segregazione razziale era il vero obiettivo. O anche quello degli ananas Del Monte in Kenia: noi stessi ci rivolgemmo a Coop (che acquistava dalla multinazionale alimentare) affinchè facesse pressione. Alla fine ha funzionato”.

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