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Tre questiti sul nucleare


Governo, Confindustria e mass media lavorano di concerto a costruire nel nostro Paese un’immagine positiva del l’energia nucleare. L’Italia, però, ha già scelto: a vent’anni dal referendum sul nucleare, secondo noi restano valide le ragioni di chi ha detto “no” all’atomo. Per questo ri-pubblichiamo l’articolo di Emilio Novati con il quale, nel novembre del 2007, facevamo il punto sui tre grandi problemi che continuano ad accompagnare questa tecnologia: i costi, la sicurezza delle centrali (una, svizzera, nella foto) e la gestione delle scorie radioattive.

All’argomento dedicammo anche un dossier nel settembre 2005.

Vent’anni dal referendum sul nucleare in Italia (9 novembre 1987), e ventuno dall’esplosione del reattore di Chernobyl (26 aprile 1986): due eventi da ricordare assieme. I nuclearisti sostengono che l’esito di quel referendum fu un tragico errore, motivato da una paura irrazionale: il ripetersi di quel che era da poco successo. Sulla base di questa presunta irrazionalità, oggi Enel sta contravvenendo a una delle indicazioni di quel referendum, il terzo quesito che ha abrogato la norma che consentiva all’Enel di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all’estero. In realtà c’erano allora ottime ragioni per opporsi al nucleare. Le stesse che valgono anche oggi, e si riducono ai tre grandi problemi che accompagnano la tecnologia nucleare fin dalla sua nascita.

di Emilio Novati

I costi innanzi tutto, tanto alti che il nucleare è economicamente sostenibile solo se è sovvenzionato dallo Stato, e anche così non è facile convincere i privati a investire nel settore. Non è certo un caso se da trent’anni non è più stata ordinata nessuna nuova centrale nucleare negli Usa, dove pure non mancano le spinte favorevoli del governo, né si può dimenticare la brutta esperienza di British Energy, la compagnia privata inglese cui furono affidati in gestione, nel 1996, otto impianti nucleari e che nel giro di sei anni arrivò al collasso finanziario per l’incapacità di sostenere i costi operativi. L’unica centrale attualmente in costruzione in Europa, quella di Olkiluoto in Finlandia, è di fatto fuori mercato. La società committente, Tvo, è formata da un gruppo di grandi industrie finlandesi, che si impegnano a garantire l’acquisto dell’energia elettrica prodotta, anche se si prevede che costerà tre volte tanto rispetto a una centrale a gas. Anche la Francia, dove il ruolo dello Stato nel sostenere l’industria nucleare è sempre stato evidente, pare intenzionata a costruire nuove centrali. Una scelta legata alla volontà di sviluppare e mantenere una propria filiera nucleare, anche per scopi militari. Lo stesso motivo che spinge i governi di Cina e India, i due Paesi dove nei prossimi anni si costruiranno il maggior numero di centrali nucleari.

Qui sta il secondo grosso problema, quello della sicurezza delle centrali e dell’intero ciclo del combustibile, sia rispetto a eventuali incidenti che rispetto al suo possibile uso militare. Nessuno è ancora in grado di escludere la possibilità di incidenti gravi. Si può fare il massimo per ridurne la probabilità, ma l’avvento dei tanto decantati reattori intrinsecamente sicuri (di quarta generazione) è ancora lontano. Ci vorranno almeno una trentina d’anni. Gli errori umani o strumentali sono ancora possibili e le conseguenze possono essere catastrofiche. La migliore dimostrazione che questo rischio esiste è che nessuna compagnia assicurativa è disponibile a stipulare una polizza che copra interamente le responsabilità verso le popolazioni interessate.

Nel caso di Chernobyl si parla di centinaia di miliardi di dollari, una cifra che farebbe fallire qualunque compagnia e che infatti è stata spalmata sui contribuenti e sulle migliaia di volontari che continuano a dare il loro aiuto alle popolazioni colpite. Oggi che il “sarcofago” in cui è custodito il nocciolo radioattivo della centrale si sta deteriorando in modo preoccupante, non si sa bene chi pagherà il miliardo di euro necessari per costruire una nuova copertura. Ma è il secondo aspetto della sicurezza a essere ancor più drammatico, come insegna il caso attualissimo dell’Iran, l’inseparabilità tra usi civili e militari della tecnologia nucleare. Qualunque Paese che punta all’indipendenza energetica, un obiettivo certamente legittimo, e volesse perseguirla anche nel settore nucleare, deve dotarsi di una filiera di arricchimento dell’uranio e di processamento del combustibile esausto che può essere utilizzata anche per produrre armi nucleari. L’unico modo per evitarlo è costringere quel Paese a dipendere dalle potenze nucleari per le sue forniture di combustibile, rinunciando così a ogni ambizione di autonomia.

Il terzo problema è quello delle scorie radioattive che le centrali nucleari producono durante il funzionamento e al momento della loro chiusura. Nessun Paese è riuscito a costruire un deposito per quelle scorie, che rimangono altamente radioattive per centinaia di migliaia di anni. È semplicemente impossibile garantire la custodia in assoluta sicurezza di queste scorie per un tempo così lungo, tutto quello che si può fare è cercare di valutare i rischi e quantificare il costo della loro riduzione sotto una soglia accettabile. Ma qual è questa soglia accettabile, e che diritto abbiamo di stabilirla in nome delle generazioni future?

Il problema, già grave, diventerà drammatico con lo smantellamento delle molte centrali prossime alla fine del loro ciclo di vita. La dismissione di una centrale nucleare richiede tempi lunghi, basti pensare che i piani per quelle italiane, messe fuori servizio negli anni 80, prevedono la restituzione delle aree libere entro il 2018-2020. La Sogin (sotto) ha condizionato il rispetto dei tempi alla realizzazione, entro il 2009, del Deposito nazionale per le scorie ad alta attività. Un’evenutalità che appare improbabile. La scelta contro il nucleare era, e resta, ben motivata, e il referendum di vent’anni fa conferma il suo valore impegnativo e squisitamente politico. Una scelta che non si poteva allora, e non si può oggi, lasciare ai tecnici. Si tratta di decidere se le risorse pubbliche devono andare a sostenere una tecnologia costosa e rischiosa o destinate allo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili e al risparmio energetico.

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