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La Banca europea degli investimenti compie 60 anni, tra princìpi nobili e grandi opere inutili

Con un budget di quasi 70 miliardi di euro l’anno, la BEI è sempre stata, e rimane tutt’oggi, l’istituzione finanziaria europea che presta e investe più risorse a favore del settore privato, prime tra tutte le “grandi opere” in partnership pubblico-privato. I contestati casi del Mose e del Passante di Mestre. Fino ad arrivare al gasdotto TAP

Il quartier generale della Banca europea degli investimenti a Lussemburgo © Falkenstein/imageBROKER

Venerdì 22 giugno i governatori della Banca europea degli investimenti (BEI) si riuniranno a Lussemburgo per festeggiare i suoi sessant’anni. La banca di investimento dell’Unione è infatti nata nel 1958 per finanziare lo sviluppo interno di un’Europa appena uscita dal secondo conflitto mondiale e in fase di pieno boom economico. Da allora moltissimo è cambiato nell’Ue allargata ai Paesi dell’Europa centrale e dell’Est. Troppo poco forse è cambiato nella struttura della banca stessa, che a detta di chi ha analizzato con occhio critico sia il suo funzionamento che le politiche e gli ambiti di azione, sembra avere più di qualche questione da sistemare. O meglio, è molto significativa la discrepanza tra gli obiettivi -come l’operato fuori dal territorio dell’Unione, che la Banca sostiene sempre di più- e la tipologia dei progetti finanziati. O ancora tra le politiche -ad esempio contro la corruzione o per il clima- e la lunga lista di progetti oggetto di indagini oppure estrattivi che la banca finanzia ancora.

Con un budget di quasi 70 miliardi di euro l’anno, la BEI è sempre stata, e rimane tutt’oggi, l’istituzione finanziaria europea che presta e investe più risorse a favore del settore privato, prime tra tutte le fantomatiche grandi opere in partnership pubblico-privato. Grandi opere che come abbiamo spiegato nella pubblicazione di Re:Common Malaffare Italiano, denaro europeo, sono veicoli indiscussi per i governi di ogni colore di “sviluppo” e “rilancio dell’economia”, ma altrettanto spesso lo sono di illegalità, riciclaggio e corruzione. L’Italia purtroppo ha un record piuttosto negativo a riguardo. Lo dimostra il giudizio epocale del caso Mose, chiusosi lo scorso settembre con 19 patteggiamenti e otto rinvii a giudizio nel processo per corruzione più grande dopo quello di “Mani Pulite”. Un’indagine durata anni, che ha visto coinvolte le sfere politiche e istituzionali a tutti i livelli, ma soprattutto che in oltre duemila pagine ha raccontato un vero e proprio sistema corruttivo in cui “la grande opera” -il Mose, appunto- emerge come funzionale a generare fondi neri che servono a foraggiare un vero e proprio sistema, ben al di là della lettura corruttiva classica della mazzetta legata a ottenere “un favore”.

La storia del Mose narra di un livello di collusione diffuso e ramificato, che coinvolge un’incredibile rete di persone tra imprenditori, consulenti, società cartiere, dirigenti e politici in posizioni chiave trasversalmente a tutte le istituzioni. Incredibile anche il collegamento con le diverse “mega opere” in costruzione in Italia, a cui la “politica” avrebbe dovuto aprire le porte alle società parte del Consorzio Venezia Nuova e ai suoi sub-contrattati. Progetti come l’Expo 2015 di Milano, su cui è stata aperta un’indagine a parte, o altri mai indagati come il Passante di Mestre, forse la grande opera “veneta” che è costata di più, e che però, come dicono in molti, “almeno è stata completata”, anche se al costo esorbitante di quasi un miliardo di euro.

L’aspetto forse ancora più incredibile di queste storie che potrebbero sembrare molto “italiane”, è che invece proprio il Mose (e in misura ancora maggiore il Passante di Mestre) sono le due grandi infrastrutture che hanno ricevuto il maggiore sostegno proprio dall’istituzione finanziaria europea più importante. Ci si attesta su 1,5 miliardi di euro per il Mose, concessi dalla BEI fra l’aprile 2011 e il febbraio 2014, quindi un anno dopo i primi arresti mossi dalla Procura di Venezia. Per il Passante, nel giugno 2011 la BEI ha erogato il primo prestito di 350 milioni di euro destinato alla CAV, la società partecipata da Anas e Regione Veneto messa in piedi per la costruzione della tratta autostradale. Pochi anni dopo, nell’aprile 2016, la BEI ha partecipato a un’operazione finanziaria per ridurre il rischio e migliorare il rating del debito della CAV, che così è stato rivenduto sul mercato finanziario grazie allo strumento del project bond.

Se la BEI avesse applicato la politica di “tolleranza zero” per la corruzione, questi prestiti non sarebbero dovuti essere concessi. O almeno, a rigor di logica, i manager lussemburghesi avrebbero dovuto attendere la fine del “processo Mose” prima di concederli. Anche perché se il processo si è chiuso solo a settembre, i primi patteggiamenti risalgono a diversi anni fa, e già nel 2013 tutto lasciava intendere l’entità del caso che la Procura si trovava ad affrontare. Forse le procedure interne della Banca dovrebbero essere più stringenti, sta di fatto che dopo le migliaia di progetti finanziati in sessant’anni, la BEI sembra ancora non essere ben attrezzata per fare fronte a casi di questa portata.

In quanto istituzione pubblica, il ruolo della BEI va oltre quello di garantire la redditività finanziaria della Banca. Essa ha il compito di garantire che i progetti vadano a beneficio dei cittadini europei e degli Stati membri anche in termini economici. Cosa che non si può certo dire per il Mose, ma neanche ad esempio per la “Salerno Reggio Calabria”, “l’autostrada del disonore” anche questa al novero delle peggiori partnership pubblico privato finanziate dalla BEI.

Chissà se il nuovo ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha nel suo mandato anche le diverse questioni che riguardano la BEI e il suo ruolo in Italia e nel mondo. Chissà se vorrà affrontare la questione dello stallo del meccanismo di denuncia indipendente, che ad esempio sul caso TAP (il controverso gasdotto tra il mar Caspio e il Salento, che la BEI ha finanziato a febbraio) si è dimostrato del tutto inadeguato a gestire le decine di denunce sottoposte da cittadini direttamente impattati dal progetto in Grecia, Albania e Italia. È dal 2015, ovvero da quando la società TAP ha avanzato la richiesta di un prestito di 2 miliardi di euro alla BEI, che residenti e istituzioni locali hanno chiesto alla Banca di ascoltare le loro ragioni in merito agli impatti sull’ambiente e sull’economia della Regione, ma anche sul rischio industriale, causati dalla pipeline. Quest’ultima questione è oggetto di scontro istituzionale tra Comune, Regione e ministeri dal 2014. Il TAP è divenuto un “caso” anche per il management della Banca proprio perché nessun progetto finanziato dalla BEI ha ricevuto così tante denunce. Eppure la banca ha scelto di non prenderle in considerazione prima della discussione del prestito, e si ritrova ora a dover gestire una situazione ancora più complessa, con danni forse già irreversibili, un’inchiesta della magistratura aperta, uno dei due cantieri sotto sequestro e la tensione sociale alle stelle. Tutto ciò nonostante le linee guide interne che parlano di consultazioni dei cittadini interessati da progetti che la banca si appresta a finanziare e di meccanismi di reclamo e denuncia efficaci e indipendenti che la banca dovrebbe garantire.

Vedremo se “il governo del cambiamento” sarà in grado di prendere in mano le numerose questioni aperte e fare in modo che questo anniversario della BEI diventi anche un momento di svolta per l’istituzione.

* Re:Common

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