Opinioni

2013, le sfide per l’Europa

Se il 2012 è stato l’anno delle banche centrali, oggi l’Ue è chiamata a concepire politiche economiche e fiscali in grado di allontanare definitivamente i rischi di insolvenza degli Stati

Fine anno, tempo di bilanci. Il 2012 sarà certamente ricordato come l’anno delle banche centrali, della Bce e della Federal Reserve in particolare. Sono state infatti queste due istituzioni ad impedire che la crisi avesse effetti ancora più gravi di quelli che sta producendo in numerose economie mondiali. L’azione di Mario Draghi come presidente della Bce è stata decisiva, nel corso degli ultimi due anni, in tre circostanze drammatiche. 

Nell’estate del 2011, l’istituto di Francoforte ha acquistato sul mercato secondario larghissima parte dei titoli dei debiti sovrani che restavano invenduti, a cominciare da quelli di Italia e Spagna, pur in assenza di una formale richiesta di aiuto da parte di tali Paesi. 
Tra dicembre dello stesso anno e febbraio del 2012, la Bce ha lanciato un programma di rifinanziamento delle banche europee a un tasso dell’1%, per consentire loro di acquistare ulteriori partite di titoli pubblici e al contempo di gestire i propri debiti, evitando il default. 
Nell’estate, infine, proprio Draghi ha dichiarato espressamente che avrebbe posto in essere tutte le misure necessarie per salvare l’euro, allontanando così gli assalti speculativi che stavano di nuovo colpendo i Paesi più in difficoltà, a cominciare dall’Italia. 

Più o meno contemporaneamente agli interventi della Bce, la Federal Reserve di Ben Bernanke ha seguito una strada ancora più aggressiva: la creazione di carta moneta per stimolare la ripresa dell’economia statunitense, stabilendo come obiettivo della medesima politica monetaria l’abbattimento della disoccupazione al di sotto del 6,5%. Di fronte alla gravità della crisi, dunque, Bce e Fed, agendo con un più o meno esplicito coordinamento, hanno adottato formule assai poco ortodosse, dimostrando di non temere fenomeni di svalutazione né di inflazione -pur di evitare il tracollo del Pil e forse qualche fallimento statale-. 
Non è difficile prevedere cosa sarebbe successo se Draghi e Bernanke non avessero scelto questa soluzione e avessero ascoltato i falchi della Bundesbank o i repubblicani del Tea Party: la miccia accesa in Grecia e in Spagna sarebbe deflagrata con conseguenze pesantissime sulla moneta unica e sul reddito di europei e americani. Sarebbe bene che i pericoli scampati, almeno per ora, non fossero però troppo facilmente rimossi da ricostruzioni “storiche” elettoralistiche pronte a gridare a complotti davvero poco credibili; anche perché quelle stesse politiche monetarie espansive, pur indispensabili, portano con sé inevitabili rischi. 
In Europa si associano a condotte di economia pubblica improntate a un rigido rigore dei conti, che può, se protratto a lungo, inaridire ogni ipotesi di rilancio sia sul piano dei consumi sia su quello degli scambi fra i vari Paesi europei. La scelta della Bce di comprare titoli di Stato di Paesi in difficoltà e di fornire liquidità alle banche perché facessero altrettanto ha vincolato la sua tenuta e quella del sistema bancario alla stabilità dei Paesi indebitati.

Le banche italiane possiedono oggi oltre 350 miliardi di euro in titoli del debito pubblico italiano; è naturale che la loro tenuta e la loro possibilità di erogare credito dipendano dal valore dei titoli italiani, che a sua volta deriva dalla credibilità dei nostri conti pubblici. Gli interessi sul debito sono stati pari a 86 miliardi di euro nel 2012, e ogni scossa degli spread può spingerli in alto a colpi di 5-8 miliardi nel breve periodo.
È evidente che si tratta di una spesa destinata a divenire insostenibile in poco tempo se gli attacchi speculativi contro il debito italiano riprendessero e forse neppure la Bce avrebbe munizioni sufficienti alla sua difesa. Negli Stati Uniti, è stato ormai raggiunto il limite dei 16mila miliardi di dollari come tetto massimo del debito federale, e dunque stanno per scattare le clausole del fiscal cliff che produrrebbero un effetto recessivo pari a 3-4 punti di Pil.
Una recessione americana aggraverebbe certamente la crisi dell’Europa, che deve guardare con attenzione anche al rinascere dei nazionalismi asiatici, in Giappone, in Corea e persino in Cina. Se le banche centrali sono state importanti nel 2012, sarà indispensabile nell’anno appena iniziato, proprio per la loro enorme esposizione, concepire politiche economiche e fiscali in grado di allontanare definitivamente i rischi di insolvenza degli Stati, in modo tale che la Bce e le scelte europee si orientino non al salvataggio ma a un reale sostegno della ripresa economica.
Il prossimo governo italiano dovrà creare le condizioni perché la tenuta dei conti pubblici sia alla base di un nuovo modello europeo centrato sul miglioramento dei redditi e su una loro più giusta distribuzione.

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia