Opinioni

Adesso basta

La crisi e l’Italia, l’Europa e l’eccesso di austerità che porta a recessione e deflazione. Nella riflessione di Duccio Valori, già Direttore centrale dell’IRI, una riflessione sul ruolo possibile dello Stato e sullo smantellamento (che continua) dell’intervento pubblico nell’economia. Con un quesito irrisolto: "Perché il più corrotto -e corruttore- degli Enti, come l’ENI, non è stato liquidato con le altre partecipazioni statali?"

Siamo arrivati a un punto di non ritorno. L’eccesso di austerità imposto dalla UE all’Italia e ad altri Paesi membri dell’Euro si sta rivelando per quello che è, cioè una ricetta per la recessione e la deflazione.
Gli Stati membri erano impreparati, e che lo fossero lo dimostra la stessa Germania, accanita fautrice dell’austerità, che oggi si trova alle prese con un sensibile calo dell’attività industriale. La crisi generalizzata porta con sé, inevitabilmente, un calo delle quotazioni delle materie prime, a cominciare dal petrolio: e se questo, in sé, per un Paese come l’Italia, forte consumatore di idrocarburi, non sarebbe un gran male, lo diventa invece come sintomo di un  malessere ampiamente generalizzato.
L’Italia è si è trovata particolarmente impreparata: per imitare pedissequamente i modelli altrui, il nostro Paese ha liquidato l’impresa pubblica proprio quando ne avrebbe avuto più bisogno; ha preso a modello il federalismo altrui per realizzare le proprie sciaguratissime regioni, come se il Molise fosse anche lontanamente paragonabile alla California o al Baden Wuerttenberg, e via dicendo.
Ma naturalmente criticare la liquidazione dell’IRI o l’istituzione delle Regioni non è politicamente corretto, e quindi nessuno lo fa.
Ci si potrà, se mai, chiedere come mai siano stati liquidati l’IRI e l’EFIM, e non il più corrotto -e corruttore- degli Enti, come l’ENI, ma a che servirebbe?

Si è detto e ripetuto che l’Europa (ma quale Europa?) non avrebbe consentito anomalie quali l’esistenza delle Partecipazioni Statali, e anche questa è una sciocchezza, perché i Trattati di Roma e gli accordi di Maastricht escludevano gli aiuti di Stato, ma non esprimevano alcuna scelta per le imprese private, contro quelle pubbliche.
Le privatizzazioni, che peraltro hanno avuto nella maggior parte dei casi esiti largamente infausti, sono dovute quindi alla pura imitazione di modelli altrui (vedi Regno Unito!), e non hanno neppure ridotto sensibilmente la mole schiacciante del debito pubblico italiano.

Dunque, abbiamo fatto quanto di peggio si potesse fare per compiacere l’Europa. Ma quale Europa? Oggi, proprio quando ce ne sarebbe più bisogno, l’Europa non c’è.
Lo dimostra, se ce ne fosse la necessità, la risposta maldestra e scoordinata ad una minaccia grave quale quella dell’ISIS: un Paese va, uno manda, uno non va e non manda, e così via.
Lo dimostra la proclamata abolizione delle Province, che invece là sono e là restano, ad imitazione di uno Stato centralista come quello francese (cosa sono i Dipartimenti?) e non di uno Stato federale come quello tedesco.

E lo dimostra ancora di più il rispetto degli accordi: come se dovendo rispettare qualcosa, non sia più giusto rispettare i lavoratori piuttosto che gli accordi.

E allora basta: basta con un Governo che, per rispettare gli accordi, impone non solo nuovi e continui sacrifici, ma anche termini tanto ravvicinati da essere assurdi; basta con un Governo che, sempre per rispettare gli accordi, iscrive tra le entrate certe quelle -assolutamente incerte- legate alla lotta all’evasione; basta, infine, con tutte quelle costose assurdità che ci vengono presentate come inevitabili, quando inevitabili non sono; basta con un’Europa che -non esistendo, e non avendo quindi una conduzione unitaria- ha però un moneta unica, valida però soltanto per alcuni Stati e non per altri.

* già Direttore centrale dell’IRI

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