Interni / Reportage

Cassibile, come (non) è cambiato lo sfruttamento dei braccianti

I migranti impiegati nei campi del siracusano -nella raccolta di patate e fragole- hanno un contratto ma le paghe restano basse e le irregolarità in busta sono frequenti. Mentre i caporali restano il perno del reclutamento

Tratto da Altreconomia 217 — Luglio/Agosto 2019
© Dino fracchia/Buena Vista Photo

Cassibile, le cinque del mattino di un giorno di primavera. Un esercito stanco di uomini appare dai bordi della lunga via che taglia in due l’abitato di questa frazione rurale a pochi chilometri da Siracusa. Sono tutti africani, braccianti stagionali che giungono qui e si fermano, da febbraio a fine giugno, principalmente per la raccolta di fragole e patate. Sono coperti dai giubbotti, dopo l’ennesima notte trascorsa tra le tende e le baracche di cellophane sparse tra alberi e sterpaglie di un campo agricolo. Raggiungono la zona centrale, dove si trova la fontanella comunale, non lontano dalla piazza e dalla chiesa. Si fermano e aspettano. Altri proseguono per arrivare all’altra fontanella, che invece si trova all’ingresso opposto di Cassibile. Pian piano arrivano file di auto, furgoni, furgoncini di ogni tipo. Gli autisti sono quasi tutti nordafricani. Sono i caporali. Hanno lo sguardo duro, parlano poco. Si fermano, caricano i lavoratori, ripartono verso i luoghi di lavoro, che si trovano non solo a Cassibile e nei dintorni di Siracusa ma anche in altri comuni della provincia: Avola, Pachino, Floridia, Rosolini, Augusta. Un rito che prosegue almeno fino alle sei e mezzo. Qualcuno rimane fermo. Non è stato scelto. Troppo vecchio, troppo esile o magari troppo ribelle. Perché se il giorno prima hai osato lamentarti per la paga o per una pausa pranzo non concessa, il giorno dopo non lavori più. Scene come queste sono quotidiane e si ripetono, con le stesse modalità e negli stessi luoghi, da circa vent’anni. Nonostante ci siano state inchieste a raccontare lo sfruttamento e le condizioni di schiavitù, e nonostante sia stata nel frattempo approvata la legge n.199/2016 sul caporalato, non è cambiato niente. O meglio, se qualcosa è cambiato, non sono certo le condizioni di vita dei lavoratori migranti. Rispetto ad alcuni anni fa, a Cassibile, anche in virtù di alcune operazioni condotte da procura di Siracusa e Guardia di Finanza, le aziende hanno iniziato a contrattualizzare gli stagionali. Quasi tutti i braccianti, infatti, raccontano di avere un contratto in essere. Cinquanta euro al giorno, che però non arrivano mai interamente al lavoratore. E qui c’è il segno di come la situazione dei diritti ristagni e si perda in quel sistema illegale di intermediazione rispetto a cui la gran parte delle imprese chiude occhi e orecchie, sfruttando anche la carenza delle attività ispettive.

La baraccopoli nelle campagne vicino a Cassibile (SR) dove i lavoratori stagionali vivono in condizioni difficili. Per il 2019 il Comune di Siracusa aveva promesso l’allestimento di un campo attrezzato, con moduli abitativi e servizi igienici, gestito dalle associazioni di volontariato. Ma il protocollo d’intesa è stato firmato a stagione ormai conclusa – © Massimiliano Perna

Domanda e offerta si basano ancora sul ruolo primario dei caporali. I proprietari terrieri fanno i contratti, ma ricorrono ai caporali per il reclutamento della manodopera, legittimandone potere di controllo e influenza sui lavoratori. Al caporale vengono riconosciuti 5 euro per ogni migrante “assunto”, soldi che vengono sottratti alla paga dei braccianti, costretti inoltre a sborsare dai 3 ai 7 euro per il trasporto, a seconda della distanza del luogo di lavoro. Perché qui a Cassibile, dove quest’anno i braccianti sono stati circa 300, i caporali operano per aziende che hanno sede in tutta la provincia di Siracusa e anche nel catanese. Nessun lavoratore può decidere di recarsi al lavoro con i propri mezzi, perché dal giorno successivo sarebbe “licenziato”. Così i braccianti, alla fine, devono cedere e pagare il “pizzo” per il trasporto. Ma quel che è ancora peggio è l’assoluta inconsistenza dei contratti, come denuncia Moussa, cinquantacinquenne maliano, da 25 anni in Italia. “Ho fatto tanti lavori -racconta-  dal pastore all’operaio in molte fabbriche, nelle fonderie, sempre con contratto. Quest’anno ho scelto di venire a Cassibile. Mi hanno assunto a marzo per due mesi, ma dopo tre giorni ho avuto un problema con la schiena e i caporali mi hanno detto che non potevo lavorare più. Nonostante il contratto sono stato lasciato a casa”. “Nessuna lettera di licenziamento -continua- né una comunicazione scritta. Al posto mio va un altro che fisicamente mi somiglia. Lavora con il mio contratto, che risulta ancora attivo. L’azienda non ha detto nulla, tanto nessuno controlla. Solo che così io non posso essere assunto regolarmente da nessun’altra parte”. Accanto a lui, Lamine, 35enne del Gambia, annuisce e aggiunge: “Le aziende fingono di non sapere. Molte affidano le paghe ai caporali, consapevoli che poi questi tratterranno una percentuale dei soldi. Ma anche chi ci paga con accredito su carta bancaria o postale, ci frega. Perché i cedolini ce li danno molto tempo dopo e quando andiamo a controllare giorni lavorati e paga, ci accorgiamo quasi sempre che abbiamo preso meno di quanto ci spetterebbe”. Cassibile è una delle 80 aree agricole italiane (censite dall’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil – flai.it) interessate dal fenomeno del caporalato. In questi anni, sono cambiate le forme, ma la condizione di sfruttamento è identica, come immutate sono le condizioni di vita. Se la legge 199/2016 ha avuto una generale efficacia sul piano repressivo, fornendo ai magistrati maggiori strumenti (inasprimento delle pene per i caporali, introduzione della responsabilità penale per le imprese), è sul piano della prevenzione e dei controlli che la norma risulta molto carente. In particolar modo, come illustrato dal “Quarto rapporto su agromafie e caporalato” della Flai, pur essendo in aumento le segnalazioni da parte degli ispettorati del lavoro (dalle 9 del 2016 alle 94 del 2017), il numero di aziende sottoposte a controllo dagli ispettorati è diminuito del 10%. Allo stesso modo, non vi sono interventi preventivi per spezzare il dominio dei caporali, ad esempio riguardo al trasporto nei luoghi di lavoro. A ciò si aggiungano l’inerzia delle istituzioni locali, che polverizzano possibili progetti di soluzione del problema, e le scelte del governo di distruggere le baraccopoli senza però provvedere alla creazione di luoghi di accoglienza per i lavoratori, che in gran parte sono regolari e soprattutto fondamentali per l’economia della zona. “Se non ci fossero loro noi saremmo rovinati -dichiara a denti stretti una imprenditrice che opera a Cassibile-, le patate rimarrebbero a terra e avremmo un danno di migliaia di euro”. Una verità assoluta, che però non basta a spingere chi ha bisogno di manodopera a occuparsi della legalità dell’intermediazione e delle condizioni di vita dei lavoratori, costretti a vivere nei campi, nelle baracche diroccate. Quest’anno, il Comune di Siracusa aveva promesso l’allestimento di un campo attrezzato, con moduli abitativi e servizi igienici, che doveva essere gestito dalle associazioni di volontariato. Una soluzione concretizzatasi solo a stagione praticamente finita, con il protocollo d’intesa firmato in prefettura il 23 maggio scorso, dopo numerosi incontri e ostacoli, legati anche a una scarsa compartecipazione economica delle associazioni datoriali. Una soluzione in ogni caso tardiva e che, comunque, non risolverebbe il vero punto debole della lotta al caporalato: le misure di contrasto preventivo, come denuncia Padre Carlo D’Antoni, parroco di Siracusa che da anni presta la sua assistenza ai lavoratori stagionali, portando beni di prima necessità e rintracciando le loro esigenze sanitarie legate alle dure condizioni di vita e di lavoro.

80 le aree agricole italiane interessate dal fenomeno del caporalato e censite dall’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil. Tra queste c’è anche Cassibile

Il 27 luglio 2018 il sacerdote aveva consegnato al sindaco di Siracusa un piano per risolvere la questione Cassibile che prevedeva un campo attrezzato in un terreno comunale gestito dal volontariato. “E soprattutto la creazione simultanea di un ufficio nel quale far incontrare domanda e offerta di lavoro, guidato da associazioni, sindacati e Comune -spiega-. Una sorta di agenzia di collocamento nel quale i lavoratori dovrebbero iscriversi e alla quale i datori di lavoro potrebbero rivolgersi per assumerli e pagarli regolarmente”. Si era pensato, inoltre, di organizzare delle navette per accompagnare i lavoratori nei campi e poi riportarli indietro. Un piano che però è rimasto in gran parte inattuato, anche per la tardiva azione delle istituzioni, avviata solo a febbraio 2019, quando c’erano già 15 lavoratori accampati nelle campagne di Cassibile. Come a San Ferdinando, nella piana di Gioia Tauro, o a Foggia e in altre realtà, anche a Cassibile rimane tutto com’era. Gli scenari sono praticamente gli stessi, così come le situazioni di degrado indotte da chi continua a trattare da emergenza un flusso che si ripete ogni anno da due decenni. Anche qui, ogni tanto arrivano le ruspe a sgomberare i terreni dagli alloggi di fortuna dei lavoratori. Casualmente, come accade con gli incendi, ciò avviene sempre alla fine della stagione di raccolta o nei periodi appena successivi. Quando gli stagionali non servono più.

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