Vita militante – Ae 91

Da don Milani al consumo critico, passando per Genova e la rete Lilliput. Francesco Gesualdi si racconta nel nuovo libro di Altreconomia All’inizio degli anni Ottanta Francuccio Gesualdi pubblicò un massiccio volume intitolato “Economia”. Era un vero e proprio manuale,…

Tratto da Altreconomia 91 — Febbraio 2008

Da don Milani al consumo critico, passando per Genova e la rete Lilliput. Francesco Gesualdi si racconta nel nuovo libro di Altreconomia

All’inizio degli anni Ottanta Francuccio Gesualdi pubblicò un massiccio volume intitolato “Economia”. Era un vero e proprio manuale, con un obiettivo evocato nel sottotitolo (“Conoscere per scegliere”): si proponeva di rendere i temi e i problemi dell’economia accessibili a tutti, grazie a un linguaggio semplice e a un ampio spettro di riferimenti alla vita quotidiana. Era la lezione di Barbiana applicata a una materia che i più giudicano ostile.

Quel libro fu venduto in poche copie ed è scomparso dalla circolazione, ma è un documento importante, perché testimonia uno sforzo che Gesualdi non ha mai interrotto. L’obiettivo di allora e di oggi è quello di sottrarre l’economia al controllo esclusivo dei tecnici,

di considerarla una disciplina fra le altre, da mettere quindi al servizio della comunità, subordinandola alle finalità sociali della cittadinanza. Molto tempo è passato dall’uscita di quell’ambizioso manuale, che passava in rassegna i principali aspetti del capitalismo e del socialismo e li esponeva con la massima semplicità.

“Economia, conoscere per scegliere” era dunque concepito con lo stesso spirito  che aveva portato i ragazzi di Barbiana a scrivere la famosa “Lettera a una professoressa”. Non a caso una citazione da quel celebre testo compare nella prima pagina del manuale: “La cultura vera, quella che ancora non ha posseduto a nessun uomo, è fatta di due cose: appartenere alla massa e possedere la parola”. “Tradurre” in linguaggio corrente i concetti economici, significa quindi offrire alla “massa”, ossia ai cittadini, gli strumenti per essere attivi, sfuggire al controllo dei potenti, ribellarsi alla condizione di sudditi. Occorre “possedere la parola”, perciò il linguaggio di “Economia” è schietto e diretto, e volto anche a smascherare l’uso ideologico del linguaggio. Qualche esempio. Sul profitto. “Remunerazione del capitale’ significa ‘ricompensa per avere messo il capitale’”. Da qui si capisce che è il modo di parlare di chi riconosce al padrone il diritto ad avere un guadagno”. Sul liberismo. “La gara, la concorrenza, per i liberisti doveva diventare il pernio attorno a cui far ruotare ogni aspetto della vita economica e sociale […]. Così a scuola si daranno i voti per escludere i meno intelligenti. Per spronare i giovani a studiare, si insegnerà a provare gusto nel passare avanti agli altri, a volersi fare una posizione nella vita più bella degli altri, più ricca degli altri, più elevata degli altri. In fabbrica si convinceranno gli operai a lavorare diligentemente per passare di grado, per prendere più salario degli altri”. La conclusione del libro: “La soluzione vera, per quanto lungo e indiretto possa essere il cammino, sta allora nell’abbattere questo sistema e volerne costruire un altro tutto teso alla ricerca di un solo scopo: il benessere di tutti gli uomini della Terra”.

Sono solo assaggi ma testimoniano un approccio assolutamente inconsueto quando si parla di economia. D’altronde Francuccio rivendica la sua condizione di militante e la necessità di utilizzare i concetti dell’economia come strumenti per comprendere il mondo e puntare a cambiarlo.

Nei libri successivi, e in particolare in “Sobrietà”, uscito nel 2005, Francuccio si è rimesso al tavolino per immaginare, sul piano teorico, un’economia diversa dal capitalismo, e lo ha fatto alla sua maniera: mettendo a fuoco gli interessi della comunità, facendo tesoro delle sperimentazioni in corso, uscendo dagli schemi che pure vengono normalmente considerati come “naturali”, ad esempio riscoprendo il tempo come forma di contributo individuale alla collettività.

Le proposte di Francuccio sono per lo più snobbate dal mondo accademico e a volte ispirano diffidenza anche in molti studiosi e attivisti che pure si ritengono “avversari” del sistema oggi dominante. Le ragioni che spiegano questa freddezza vanno ricercate probabilmente nella radicalità di Francuccio, che nega legittimità al sistema capitalistico e alla centralità del mercato, e nella sua autentica libertà intellettuale, che può risultare spiazzante, ad esempio quando non esita a ricercare anche nei sistemi socialisti e collettivisti alcune risposte ai quesiti posti dall’economia della sobrietà, o quando contesta il produttivismo della sinistra tradizionale, incurante dei limiti ambientali allo sviluppo.

Nel libro appena pubblicato, frutto di una serie di incontri avvenuti fra aprile e giugno 2007, Francuccio ripercorre le tappe del suo impegno, dalla scuola di don Lorenzo Milani all’inizio della vita adulta dopo la morte del priore (era il 1967 e Francuccio aveva 18 anni), fino all’espatrio in Bangladesh “dalla parte degli ultimi” e il ritorno in Italia, “dalla parte sbagliata del mondo”. Nell’intervista sono ricostruiti la nascita del Centro nuovo modello di sviluppo, i legami internazionali che portarono all’idea di compilare la Guida al consumo critico, i retroscena delle principali campagne di pressione. Forse per la prima volta Francuccio affronta anche una riflessione sulle “radici barbianesi” del suo impegno sociale e politico.

Quel che emerge, in mezzo a molte altre cose, è la particolare attenzione prestata ai diritti dei lavoratori e alla necessità di immaginare un’economia a prevalente controllo pubblico. Nel piccolo universo che potremmo  definire -com’è d’uso in Francia- degli “altermondialisti”,

è un approccio tutt’altro che scontato.

I diritti dei lavoratori sono tradizionale competenza dei sindacati e l’economia pubblica è un antico cavallo di battaglia della sinistra storica: gli uni e l’altra sono però rimasti piuttosto distanti dal movimento dei Forum di Porto Alegre e hanno in larga misura ceduto alla vulgata liberista e “sviluppista” che ha travolto anche il modello socialdemocratico. D’altro canto, nel piccolo mondo dell’altra economia, è finora mancata una seria riflessione sul ruolo dello stato nell’economia, come sulla gestione democratica e partecipativa dei beni comuni, e si è privilegiata la sperimentazione all’interno o ai margini dell’economia di mercato.

Su questi punti Francuccio non esita a polemizzare e a indicare la necessità, per i vari spezzoni di “economia alternativa”, di affrontare con rigore i nodi teorici della “economia di giustizia” da costruire.

Insomma, questo libro non è un’autobiografia, né una pacificata ricostruzione di una storia d’impegno civile, ma un nuovo contributo di un militante che non si stanca di battersi per la giustizia sociale.

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