Diritti / Attualità

La violenza di genere spinge le giovani nigeriane verso la tratta

Una ricerca di Actionaid e BeFree evidenzia come il 61% delle richiedenti asilo nigeriane tra il 2016 e il 2017 abbia subito abusi nel Paese d’origine. E il “Decreto sicurezza” ha reso più difficile per le associazioni individuare e tutelare le vittime di tratta

Violenze sessuali, abusi dentro e fuori il contesto familiare, tentativi di matrimonio forzato sono tra i principali fattori che spingono le giovani donne nigeriane a lasciare il proprio Paese con l’obiettivo di raggiungere l’Italia e l’Europa. La violenza di genere, si configura quindi come un vero e proprio “fattore di espulsione”, che relega le donne ai margini della società nigeriana, fino a spingerle alla partenza (l’emigrazione appare come una delle poche possibilità di mobilità sociale). A trarre beneficio di questa situazione, sono i trafficanti. Che con la promessa di un lavoro ben retribuito attirano le donne nella rete della tratta e della prostituzione.

È quanto emerge dal rapporto “Mondi connessi. La migrazione femminile dalla Nigeria all’Italia e la sorte delle donne rimpatriate” realizzato da ActionAid insieme a “BeFree” cooperativa impegnata contro la tratta, le violenze e le discriminazioni di genere. Il cuore della ricerca è l’analisi di 60 verbali di audizioni di donne nigeriane, segnalate come presunte vittime di tratta presso la Commissione territoriale di Roma, tra il 2016 e il 2017. Nel 61% dei casi analizzati -si legge nello studio- la ragione principale dell’espatrio è la violenza di genere, mentre il 33% delle donne che hanno presentato domanda d’asilo indica come ragione principale della partenza una condizione di estrema povertà. Si tratta di giovani donne (nel 66% dei casi l’età è compresa tra i 19 e i 24 anni) e il loro arrivo in Italia è molto recente (nell’86,7% dei casi tra il 2015 e il2017). Nella quasi totalità dei casi provengono dallo Stato di Edo (nel Sud del Paese) dove la tratta “è un fenomeno strutturale ed endemico, dovuto alle condizioni economiche, politiche e socio-culturali”.

 In generale, le donne nigeriane vittime di tratta sono poco istruite, provengono da famiglie povere e numerose. Secondo quanto riferisce EASO (European Asylum Support Office) nel Sud del Paese la violenza fisica nei confronti delle donne ha un’incidenza del 52%; insufficienti appaiono le misure messe in atto dal governo, tanto che il 45% delle donne non ha mai cercato aiuto.

“Vedere l’incidenza che ha avuto la violenza di genere nella decisione di queste donne di lasciare il proprio Paese non ci ha sorpreso. Tra le donne che seguiamo, come associazione ‘BeFree’, questo elemento è molto presente nel loro contesto d’origine”, puntualizza Francesca De Masi della cooperativa “Be Free” e co-autrice della ricerca. Matrimoni forzati, maltrattamenti in famiglia, abusi sessuali da parte del partner, di familiari o di persone esterne alla famiglia stessa sono solo alcuni indicatori di un fenomeno estremamente ampio e complesso. Ma che spesso non viene individuato, in Italia, dalle Commissioni territoriali. “A differenza di quanto avviene, ad esempio, per le mutilazioni genitali femminili, la violenza di genere difficilmente viene considerata dalle commissioni un motivo valido per ottenere protezione internazionale -sottolinea Francesca De Masi-. Eppure si tratta di un fenomeno trasversale a tutte le classi sociali e presente in tutti i Paesi”.

La popolazione nigeriana in Italia sembra avere vita difficile: nel primo semestre del 2017 è stata una delle nazionalità con il maggior numero di dinieghi (il 70% delle domande presentate) da parte delle Commissioni territoriali per l’asilo. E le recenti modifiche introdotte dal “Decreto sicurezza” (113/2018) hanno determinato un peggioramento delle condizioni di accoglienze, della possibilità di riconoscimento delle vittime di tratta e della loro tutela. “L’articolo 18, che prevede per le vittime di tratta la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno, non è stato modificato, ma ci sono altri aspetti che ci preoccupano e che si possono ripercuotere anche sulle donne vittime di tratta”, sottolinea Francesca De Masi.

La prima criticità riguarda una modifica poco nota apportata dal “Decreto sicurezza”, ovvero l’impossibilità di presentare richieste d’asilo reiterate: “La domanda d’asilo presentata da una persona che si trova in fase di esecuzione di un provvedimento di espulsione è irricevibile: non arriva nemmeno in commissione d’asilo”, spiega De Masi. Obiettivo del provvedimento è quello di evitare così che vengano presentate domande d’asilo “strumentali” a prolungare la permanenza in Italia. “In realtà noi ci troviamo molto spesso in questa situazione -spiega De Masi-. Le donne che noi incontriamo sono state istruite dai trafficanti sulla storia da raccontare in commissione e vengono diniegate. Una stretta così dura sulle richieste reiterate significa non dare la possibilità alle donne vittime di tratta di raccontare la propria storia, quella vera, emersa dopo un percorso con le associazioni anti tratta come la nostra”.

Un’ulteriore criticità è legata alla cancellazione della protezione umanitaria. Secondo le stime dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, su 3.590 domande d’asilo presentate nel 2016 da donne nigeriane ben 990 (il 25,7% del totale) ha potuto beneficiare di questa forma di protezione. Solo 455 donne hanno ottenuto asilo politico o la protezione sussidiaria. Con la precedente normativa, le Commissioni territoriali e gli organi giudiziari hanno riconosciuto in numerose occasioni la protezione umanitaria alle donne nigeriane anche in ragione delle violenze subite nei Paesi di transito. L’abrogazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, si legge nel rapporto, “porterà inevitabilmente a un aumento delle persone prive di un permesso di soggiorno e quindi della minima tutela possibile”.

Inoltre, sempre per effetto del “Decreto sicurezza” i richiedenti asilo e per i beneficiari di protezione umanitaria non potranno più accedere al sistema Sprar. “Nel nostro Paese c’è storicamente una difficoltà rispetto all’accoglienza di queste donne: i posti in strutture protette sono pochi rispetto al numero di cui ci sarebbe bisogno -spiega Francesca de Masi-. Per questo, abbiamo sempre cercato di inserire queste donne, così vulnerabili, nel sistema Sprar e non nei Centri di accoglienza straordinari. Avevamo molte donne che, con una protezione per motivi umanitari avrebbero potuto essere inserite nello Sprar, adesso questo non succede più. La legge, ha reso queste donne ancora più vulnerabili”.

A questa situazione si unisce il progressivo svuotamento dell’articolo 18. “La normativa non prevede l’obbligo di denuncia da parte della vittima di tratta per poter ottenere il permesso di soggiorno -spiega Francesca De Masi-. Oggi, anche a seguito della crescente criminalizzazione dei migranti, le questure applicano l’articolo 18 solo su parere favorevole del PM a seguito di denuncia-querela già presentata all’autorità giudiziaria.

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