Viaggiatori omeopatici – Ae 82

Quelli del turismo responsabile sono “numeri omeopatici”, come li definisce Maurizio Davolio, presidente di Aitr, l’Associazione italiana turismo responsabile nata nel 1998. Eppure, dalle università alle agenzie di viaggio ai sindacati, si parla sempre più spesso di viaggi  e vacanze…

Tratto da Altreconomia 82 — Aprile 2007

Quelli del turismo responsabile sono “numeri omeopatici”, come li definisce Maurizio Davolio, presidente di Aitr, l’Associazione italiana turismo responsabile nata nel 1998. Eppure, dalle università alle agenzie di viaggio ai sindacati, si parla sempre più spesso di viaggi  e vacanze sostenibili


Classe 1949, di Reggio Emilia, responsabile di Legacoop turismo, Maurizio Davolio (nella foto) si è sempre occupato di turismo. Oltre a guidare Aitr siede nel comitato esecutivo del Bureau international du tourisme social.



Quanti sono i “viaggiatori responsabili” in Italia?

Lo scorso anno circa 4500 persone sono partite dall’Italia con organizzazioni che si riconoscono in Aitr. Sono numeri omeopatici, ma testimoniano una nuova sensibilità che si sta facendo spazio. È in atto una contestazione del turismo tradizionale nel Sud del mondo, predatorio e per nulla attento alle comunità locali e all’ambiente, e noi crediamo di aver contribuito a tutto ciò. Pensiamo di essere parte di un cambiamento culturale nel modo di concepire e di organizzare i viaggi e le vacanze: per noi è centrale il ruolo della comunità ospitante, che deve essere sovrana nel decidere se e quale tipo di turismo vuole, e che deve essere beneficiaria netta delle ricadute economiche del turismo in termini di occupazione e territorio.



L’intento è nobile, ma in pratica chi prende le decisioni? E quali sono quei Paesi che possono permettersi di dire no a un villaggio turistico?

È vero, ci sono governi o amministrazioni locali che tradiscono anche l’interesse delle loro popolazioni. Per questo noi diciamo che non basta fare un accordo con il ministro, ma bisogna coinvolgere i pescatori, i contadini, le popolazioni locali, insomma i cittadini. Deve esserci una presa di coscienza e un protagonismo delle popolazioni locali: questo avviene con i nostri micro-operatori, con la rete di alberghi, ristoranti, guide, trasporti locali.



In termini economici, quanto resta di un viaggio alle popolazioni locali?

Per quanto riguarda il turismo tradizionale circa il 20 per cento di quanto si paga in agenzia. Noi arriviamo a circa il 40 per cento: puà sembrare ancora poco, ma si tenga conto che il peso del volo di trasferimento, quando parliamo di viaggi nel Sud del mondo, in genere è enorme. In ogni caso il turismo responsabile raddoppia la ricaduta economica sulle comunità locali, e nel Sud del mondo tutto questo è estremamente significativo. C’è inoltre un problema di trasparenza e di equità: non basta infatti dire che si utilizzano risorse locali -guide, trasporti, alberghi-, bisogna anche fare attenzione a non favorire il boss locale, o le organizzazioni che già sono forti ma che, forse, soffocano gli attori più piccoli. Ecco, organizzare un viaggio responsabile significa essere attenti a questa complessità.



C’è un problema di marchio sul turismo responsabile? Così come è successo per i fondi etici proposti anche dalle “banche armate”, dobbiamo aspettarci “viaggi responsabili” organizzati dai grandi tour operator?

È chiaro che anche grazie ai nostri numeri, e alle nostre tante attività culturali, nelle scuole, nei mass media, si aprono spazi di attenzione che fino a poco tempo fa erano tabù.

Così i tour operator tradizionali, pur non organizzando viaggi che si possono definire di turismo responsabile, possono però introdurre una serie di accorgimenti che hanno ricadute importanti sulle comunità locali e sull’impatto del turismo. Si possono per esempio scegliere in prevalenza fornitori locali invece di grossisti o di grandi catene, e questo a partire dagli acquisti alimentari ma anche nella scelta degli arredi, persino delle stoviglie.

E si può avere attenzione anche per il risparmio energetico e delle risorse idriche, tenendo conto che campi da golf o piscine hanno bisogno di grandi quantità d’acqua e talvolta finiscono con il ridurre le possibilità di accesso a un bene primario per le popolazioni locali.

Tutto questo può migliorare il rapporto con i lavoratori, con la gente; insomma, si tratta di andare verso un turismo che prova a non presentarsi più con un volto ostile o indifferente alle condizioni della popolazione, come avviene spesso dove esistono i resort, vere e proprie enclave nel Sud del mondo che finiscono con il far crescere un clima rancoroso invece che di incontro. È chiaro che tutto questo è significativo, perché non è con i nostri 4.500 viaggiatori che si gioca il cambiamento: in questo senso è più importante un microcambiamento nel mercato globale che un grande cambiamento in una piccola nicchia.



Qual è la dimensione “nazionale” del turismo responsabile?

Tra i nostri 80 soci, 40 si occupano in tutto o in parte di Italia. C’è un grande fermento nel nostro Paese. Aitr è nata con i viaggi nel Sud del mondo ma abbiamo imparato presto che i principi del turismo responsabile devono poter riguardare anche i Paesi di turismo sviluppato. Anche in Europa si deve puntare a un incontro autentico e non folclorizzato con le culture e i luoghi, a valorizzare i prodotti tipici, a favorire un certo stile di incontro e di scambio. Proprio su questi temi abbiamo organizzato uno dei due forum annuali di Aitr,

in genere dedicati uno al Sud del mondo e l’altro all’Italia. Il prossimo sarà a Roma nell’ultimo week end di maggio. Anche a livello politico qualcosa si sta muovendo: fino a qualche tempo fa il governo ci ignorava, ora invece esprimiamo un membro nella Consulta dell’Enit e siamo invitati alla Conferenza nazionale per il turismo. Ci candidiamo inoltre per gestire un osservatorio sugli impatti positivi e negativi del turismo sul territorio. Nella carta dei diritti del turista abbiamo insistito perché fossero anche inseriti i doveri, proprio sulla base della nostra esperienza di rispetto delle comunità locali, delle culture e dell’ambiente. Aitr collabora tra l’altro con alcuni master universitari, e i nostri temi finiscono sempre più spesso in tv e sui giornali. C’è sicuramente molto interesse da parte dei giovani, del mondo della scuola, dell’ambientalismo, del mondo cattolico, di una parte della sinistra. Anche i sindacati, partiti dal “turismo sociale” per chi non poteva permettersi le vacanze, si stanno interessando a una prospettiva più ampia.



Aitr ha recentemente cambiato statuto aprendosi anche alle realtà profit e la decisione è stata presa dopo un lungo dibattito. Che cosa cambia?

Sì, il nuovo statuto è stato approvato alla fine del 2005 e ha aperto l’associazione anche alle realtà profit; abbiamo discusso molto anche perché temevamo un’invasione, che poi non c’è stata. Per il momento su 80 soci c’è solo una snc, una società di capitali. Fin dall’inizio Aitr ha riunito soggetti diversi, tour operator di turismo responsabile, ong e associazioni, e forse il tema più rilevante è stato proprio quello di conciliare piccoli e grandi. Abbiamo trovato un buon equilibrio, che è quello di una testa un voto: così Pindorama (storico operatore di turismo responsabile, ndr) pesa come Arci o come Cts, che hanno centinaia di migliaia di soci. Le quote di adesione ad Aitr sono differenziate (da 180 a 600 euro) ma il voto è uno.



Può succedere che un grande tour operator entri in Aitr?

No, non ce la farebbe. Proprio con il nuovo statuto abbiamo messo a punto un sistema di verifica più severo delle richieste di adesione. Inoltre il nuovo socio deve sottoscrivere un’autodichiarazione molto dettagliata, in cui deve dichiarare tra l’altro che i suoi viaggi sono prevalentemente di turismo responsabile, il che è auspicabile ma, allo stato attuale, poco credibile. In 4 o 5 casi abbiamo detto di no a qualcuno.



Come si finanzia Aitr?

Con le quote soci, un po’ di progetti, e quest’anno con 50 mila euro a fondo perduto dati da Legacoop turismo; a parte quest’anno quindi, in cui abbiamo una entrata straordinaria, il bilancio è di circa 20 mila euro. Le voci di spesa riguardano soprattutto le missioni all’estero, la gestione del sito e della news letter, qualche consulenza per la gestione amministrativa o informatica.



Per finire: si dice “turismo responsabile” o “turismo sostenibile”?

Responsabile. Il turismo sostenibile è un tipo di approccio. Noi invece partiamo dalla centralità delle comunità ospitanti. Questo fa la differenza.



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