Economia

Vaccini anti crisi

L’industria farmaceutica affronta la congiuntura delocalizzando i centri di ricerca e buttandosi su prodotti più remunerativi. Il caso Glaxo a Verona Fra qualche mese Francesco non avrà più un lavoro. Ma questa non è la solita storia di precariato in…

Tratto da Altreconomia 116 — Maggio 2010

L’industria farmaceutica affronta la congiuntura delocalizzando i centri di ricerca e buttandosi su prodotti più remunerativi. Il caso Glaxo a Verona

Fra qualche mese Francesco non avrà più un lavoro. Ma questa non è la solita storia di precariato in periodo di crisi economica: Francesco è un ricercatore della GlaxoSmithKline, un colosso mondiale dell’industria farmaceutica da oltre 33 miliardi di euro di fatturato.
Il Centro ricerche di Verona dove lavora verrà chiuso entro fine 2010 perché l’azienda si aspettava in bilancio un più 14%, anziché il più 11% risultato a consuntivo. Due erano le alternative per i vertici della Glaxo: o guadagnare di più -“ma a posteriori è un po’ difficile” dice sorridendo amaramente Francesco- o tagliare in risorse umane. Rimarranno a casa in 550, una stima per difetto, che non tiene conto dell’indotto qualificato che ruota attorno al principale centro di ricerca europeo per le malattie psichiatriche. “Dopo 15 anni di studi, ricerca e pubblicazioni stavamo raggiungendo l’obiettivo che ci eravamo prefissati: trovare delle molecole in grado di sostituire i farmaci utilizzati nella cura per l’ansia, la depressione, la dipendenza da sostanze psicotrope, che hanno gravi effetti collaterali -prosegue Francesco- ma i vertici dell’azienda ci hanno risposto che vogliono investire in settori che garantiscano un miglior rendimento”. È lo stesso amministratore delegato Luc Debruyne, in una nota rilasciata al termine di un incontro sulla questione con ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, a svelare la strategia della multinazionale: “interrompere la ricerca in alcune aree terapeutiche che presentano un rapporto meno favorevole rispetto ad altre fra gli investimenti necessari e la possibilità di scoprire terapie utili”.
Fra queste aree terapeutiche, viene specificato, “sono stati scelti per la dismissione alcuni settori delle neuroscienze” che riguardano i centri di Verona e di Harlow in Gran Bretagna. Quello che non dice Debruyne nella nota è quali siano le aree che presentano un rapporto “più” favorevole ma è sufficiente documentarsi su alcuni siti di analisi finanziaria per scoprirlo: “La produzione di vaccini è uno dei trend emergenti del settore -si legge su FinanzaWorld-. I tempi di approvazione sono più rapidi (rispetto ad altre produzioni) e la competizione è minore. E infatti Glaxo ha 24 nuovi vaccini in fase di test, di cui 7 nell’ultima fase prima dell’approvazione finale”. Stessa strategia viene adottata da altri giganti del settore, come Novartis e Merck, che grazie alla produzione dei vaccini hanno registrato crescite del 57 e del 126%. Questi risultati finanziari non sono solo dovuti al successo dei prodotti in commercio, ma anche al cambiamento del sistema di ricerca: anziché investire in laboratori interni, le multinazionali del farmaco hanno contemporaneamente iniziato un’aggressiva campagna di acquisizioni di centri di ricerca esterni, disolocati in particolare nei Paesi emergenti: Cina, India e Brasile.
A fronte di università di ottimo livello, il costo per ricercatore è inferiore rispetto a quello pagato in Europa. “Per loro fare ricerca significa ricercare nuovi biotech da comprare” conclude Francesco, prima di rientrare nell’imponente palazzone di acciaio e vetro alla periferia di Verona.
In un sistema di libero mercato, non si può impedire a un privato di scegliere la strategia commerciale che ritiene migliore. Tuttavia la scelta della Glaxo di lasciare a casa 550 lavoratori altamente qualificati senza possibilità di ricollocazione nel Paese ha provocato una reazione sconcertata da parte del Governo e perfino del Capo dello Stato. Intervenendo recentemente a Verona, Giorgio Napolitano ha lanciato un appello affinché il capitale umano del Centro ricerche non venga disperso.
Più diretto il ministro all’Economia Giulio Tremonti, che ha chiesto che vengano restituiti gli aiuti statali percepiti, una posizione già anticipata da Sacconi: “chi vuole dismettere farà i conti con il Governo sul dare e sull’avere”. Non saranno conti facili da fare: è vero che gli investimenti in ricerca in Italia sono fra i più bassi d’Europa, ma le multinazionali del farmaco godono anche di una serie di incentivi e detrazioni fiscali in caso di assunzione di nuovo personale e, dopo il “caso Glaxo”, il Governo sta valutando un’ulteriore erogazione di aiuti per il mantenimento dei posti di lavoro nel settore.
Ma il vero colpaccio delle imprese farmaceutiche con i Governi di tutto il mondo sono stati i contratti di fornitura per i vaccini legati alle “emergenze” pandemiche: le virgolette sono dovute all’apertura dell’inchiesta da parte della commissione Sanità del Consiglio d’Europa contro le multinazionali impegnate nella produzione del vaccino per l’H1N1, accusate di aver influenzato la decisione dell’Organizzazione mondiale della sanità di dichiarare la pandemia e costringere così gli Stati di tutto il mondo a comprare il loro prodotto in quantità enormi, senza badare a spese e a condizioni a dir poco favorevoli per le aziende. Accusa pesantissima, parzialmente confermata dal consigliere speciale dell’Oms Keiji Fukuda, che ha ammesso errori e confusione nella gestione dell’emergenza. Nel frattempo le milioni di fiale vendute a peso d’oro giacciono inutilizzate nei magazzini e manca poco alla scadenza della loro validità. Solo in Italia, il ministro Ferruccio Fazio ha parlato di 12 milioni di dosi inutilizzate. 
In questo senso, la posizione di Vittorio Agnoletto, medico e politico che da oltre 20 anni si batte nella lotta contro il virus dell’Aids, è molto netta: “L’unica, vera strategia delle multinazionali farmaceutiche è quella di creare il bisogno di farmaci, con ogni mezzo ed al minor costo possibile”.
I colpi assetati dai giganti globali in questa direzione sono diversi e non sempre seguendo le vie della legalità. La procura di Milano ha disegnato uno scenario inquietante: nelle pagine dell’inchiesta condotta con la Guardia di Finanza si parla di una tangente da 100mila euro stanziata nel 2005 da un colosso farmaceutico per un mediatore e per un senatore, allo scopo di far registrare un nuovo farmaco anti-infertilità a un prezzo maggiore.  E di fondi neri aziendali per 2,7 milioni di euro nel 2002-2006, creati con false fatture d’acquisto di decine di migliaia di “libri scientifici”, per corrompere medici e far sì che sempre più endrocrinologi prescrivessero ai pazienti l’ormone della crescita commercializzato dalla ditta. Per queste due imputazioni di corruzione la Procura di Milano ha chiesto al gip Gaetano Brusa che la divisione italiana della multinazionale sia temporaneamente interdetta dal contrattare con il Servizio sanitario nazionale. 
Per chi si muove nel lecito, l’arma migliore è il marketing: il 30% dei budget delle imprese finisce in pubblicità, più o meno esplicita. Grazie all’approvazione di leggi ad hoc, gli scaffali dei supermercati dei Paesi occidentali si sono riempiti di prodotti parafarmaceutici per ogni esigenza facendo lievitare i fatturati di due cifre, mentre è pressante l’invito alla vaccinazione preventiva per ogni forma di virus influenzale invernale. Anche le disfunzioni croniche sono un mercato appetibile: si pensi a malattie diffuse come il diabete, per il quale, però, la ricerca di un vaccino va a rilento. Come sembrano non avere ancora uno sbocco realistico gli studi sul vaccino contro l’Hiv “Le multinazionali farmaceutiche agiscono globalmente come un enorme cartello in grado di fare pressioni su qualsiasi ente governativo -conclude Agnoletto-. L’esclusività dei principi attivi di cui detengono il brevetto fa sì che siano in grado di determinarne il prezzo e non hanno alcun interesse a ‘svenderlo’ per la cura di malattie diffuse nei Paesi più poveri”.
Tutto questo nonostante le enormi donazioni, pubbliche e private, fatte in questa direzione. Un mondo sano, per qualcuno, è un disastro.

Ricerca di buon senso
Le parole di Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano

Dottor Garattini, che cosa pensa della chiusura del Centro di ricerca Glaxo di Verona?
È un fatto estremamente grave. Per la GlaxoSmithKline l’Italia è un mercato importante e il licenziamento di centinaia di ricercatori mi sembra un atto ingiustificato. Non dimentichiamoci che la Glaxo ha ricevuto dalla sanità pubblica somme molto ingenti per la vendita di vaccini, non ultimo quello contro il virus dell’H1N1. Sarebbe stato opportuno attendere i risvolti commerciali dei prodotti che si stavano sviluppando a Verona e mantenere i posti di lavoro, se non altro per correttezza nei confronti del Paese.
Un suo ex collaboratore, che abbiamo intervistato in queste pagine, ha puntato il dito proprio su questo: non esiste etica nel comportamento del management della Glaxo, se non quella delle regole di mercato.
Non dobbiamo dare per scontato che l’industria farmaceutica debba seguire puramente il fine del business. Credo che, in questo senso, ci dovrebbe essere una pressione da parte dell’opinione pubblica e della politica affinché questo non accada. Cosa accadrebbe se lo Stato decidesse di punto in bianco di non pagare più le forniture farmaceutiche? Gli stessi impegni degli enti pubblici devono essere assunti anche dai privati, piccoli o grandi che siano. Glaxo dall’Italia ha ricevuto, e tanto: è giusto che assuma degli impegni che vadano al di là del semplice accordo commerciale.
È una questione di buon senso.
Un buon senso che sembra scarseggiare in Italia.
Sì, negli ultimi 20 anni ho visto praticamente scomparire la ricerca italiana. Pensiamo alla Carlo Erba. Il problema è che non è più conveniente mantenere qui, e in Europa in generale, i propri laboratori. Cina, India e Brasile sono i luoghi appetibili in questo momento: hanno buone università e forniscono risorse umane preparate ad un costo inferiore. E non dimentichiamoci che questi Paesi rappresentano la nuova frontiera del mercato: la loro progressiva crescita economica fa sì che le multinazionali del farmaco vedano una proficua espansione in quelle aree.
Ma che senso ha, per la ricerca farmaceutica, seguire le indicazioni di mercato anziché gli indici sulla salute?
Nessuno e, secondo me, non è una strategia valida neanche a livello di mercato, nel lungo termine. Ad esempio le ricerche neuroscientifiche che vengono svolte a Verona hanno un bacino di utenza altissimo, una volta che sia consentito al personale impegnato di raggiungere dei risultati. Pensiamo anche alle grandi sfide che la ricerca sta affrontando e che deve vincere: l’Aids, i tumori, le oltre 6mila malattie rare e quelle del sistema nervoso centrale, alle quali lavorano in Glaxo fino alla dismissione. Ognuna di queste sfide non rappresenta solo uno stimolo etico per ogni ricercatore ma anche una fetta di mercato. Forse più difficile da conquistare ma senz’altro cospicua.
Lei lavora da anni all’Istituto Mario Negri che, nell’interesse pubblico, si occupa di formazione e informazione; che messaggio vuole lanciare in conclusione di questa intervista?
Che l’Italia ha diritto di avere ricerca, non mercato. 
GlaxoSmithKline è stata oggetto di una vicenda giudiziaria, nel 2003, che ha visto gli alti vertici della consociata italiana inquisiti con oltre 500 medici dal Procuratore della Repubblica di Verona, per il reato di comparaggio (prescrizione di farmaci di una ditta produttrice in cambio di regali o denaro di quest’ultima a medici del Servizio Sanitario Nazionale). È tra le multinazionali farmaceutiche che più spesso ricorrono al prepensionamento ed alla mobilità del personale assunto a tempo indeterminato al fine di “ridurre i costi strutturali fissi” anche quando non vi è la necessità di ristrutturazione imposta da fatturato calante. La consociata italiana, dal 2001 (data di fusione con la SmithKline Beecham) al 2008, ha epurato molto del personale della SmithKline Beecham con sede a Baranzate  di Bollate (Milano) ed ha ripetutamente incentivato all’esodo il personale della GlaxoWellcome di Verona. Sempre a Verona, l’ennesima mobilità -iniziata nel 2008- prevede molti esuberi nel personale a tempo indeterminato. Nel settembre 2008 ha ricevuto dal ministero della Sanità oltre 24 milioni di euro per finanziare il settore di ricerca pre-clinica proprio in Italia. Sempre da settembre 2008 GlaxoSmithKline comunica l’ennesima mobilità con un taglio del 30% del personale del settore pre-clinico, ed in particolar modo a Verona. Il 22 dicembre 2009 è stata oggetto di uno sciopero per il tentativo di esternalizzare 130 lavoratori dipendenti dei servizi interni, scioperi che continueranno anche nei primi mesi del 2010. www.gsk.it

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia