Interni

Un’altra migrazione

Kumar, indiano del Punjab, ha appena lasciato l’Italia dopo vent’anni: come lui, ogni anno, 200mila persone. E sono dimezzati i permessi di soggiorno per lavoro —

Tratto da Altreconomia 158 — Marzo 2014

“Parto. Vado a lavorare in California, a Long Beach. In Italia non c’è più niente da fare. Tu, Alex, che hai l’iPad mi sai dire dov’è questa città?”. Kumar è arrivato in Italia dal Punjab nel 1992. Negli ultimi dodici anni ha lavorato in una cascina della Pianura Padana, dove si produce il latte per il grana. È uno dei Sikh, centinaia, indispensabili per l’agricoltura della bassa cremonese. Oggi fa parte di un popolo di nuovi emigranti: sono circa 200mila coloro che se ne vanno ogni anno dall’Italia, secondo l’ultima indagine dell’Ismu (Istituto per lo studio della multietnicità, ismu.org). La maggior parte di coloro che “riprovano”, a seguito del fallimento della prima migrazione, sono uomini, single, spesso irregolari oppure gruppi della stessa comunità di appartenenza. Kumar invece lascia a Offanengo (Cr), una moglie, tre figli e l’anziana madre: “Mi dispiace andarmene ora che mi ero comprato una casa, ma come posso pagare il mutuo senza la certezza di un contratto? Sono in Italia da vent’anni. Ero arrivato a guadagnare anche due-tre mila euro al mese. Lavoravo 10-12 ore al giorno nei campi. I miei figli vanno a scuola qui, mia moglie conosce il paese, ma in Italia non c’è più niente da fare. Ho dei parenti in California, mi hanno assicurato che posso fare il camionista trasportando merci verso Vancouver”. Kumar mostra una busta arrivata dagli Stati Uniti. Sente il bisogno di rimettersi in gioco. Il suo obiettivo è portare tutta la famiglia in America: “Inizio io ad andare dall’altra parte del mondo. Vediamo com’è. Mi hanno spiegato che di crisi non se ne sente. Se andrà tutto bene, si trasferiranno anche i miei figli”. I piccoli lo ascoltano curiosi, mentre guardano un film Bollywood. Papà farà da esploratore, e il futuro è tutto da scrivere.

“Di fronte all’aggravarsi della crisi economica e all’aumento della disoccupazione la metà delle persone che migrano tornano nel Paese d’origine, mentre il restante 50% sceglie di cercare fortuna in un altro Stato”, spiega Alessio Menonna, ricercatore Ismu. Il XIX rapporto sulle migrazioni -dell’ottobre 2013- consegna una fotografia preoccupante: nel primo semestre dell’anno scorso i senza lavoro stranieri sono stati 511mila, mentre nel 2012 erano 380mila, già allora 72mila in più (+25%) rispetto al 2011. Nei primi sei mesi del 2013 si è registrato un tasso di disoccupazione del 18%. È nelle regioni tradizionalmente più ricche di opportunità lavorative, quelle Settentrionali, che la disoccupazione ha assunto, in questi ultimissimi anni, un volto sempre più  “multietnico”.
Al Nord si concentra più del 60% della disoccupazione straniera, e nel Nord-ovest quasi un disoccupato su quattro è straniero. Nel Nord-est, invece, il tracollo accomuna italiani e immigrati (40,2% l’incremento del tasso di disoccupazione registrato tra i primi, 42,2% tra i secondi), e questo spiega perché, nonostante il consistente differenziale nei tassi di disoccupazione (pari al 12,4% per gli stranieri, ma “solo” al 4,9% per gli italiani), sia proprio in quel contesto che la percezione collettiva del ruolo dell’immigrazione e del suo impatto sul mercato del lavoro rischia di modificarsi nella maniera più rilevante.

I migranti che abbandonano l’Italia sono per la maggior parte coloro che per primi sono arrivati in Europa: “In Lombardia, nel 2012, l’11,5% della popolazione straniera era intenzionata ad andarsene -spiega Menonna-. Il 4,9% voleva migrare in un altro Stato, mentre il  6,6 % ha espresso la volontà di tornare nel Paese d’origine. Tra quest’ultimi vi sono soprattutto uomini e donne latinoamericani. Filippini, indiani, pakistani e albanesi sognano di rifarsi una vita in Europa, o altrove nel mondo. Siamo di fronte a un fenomeno sempre più in crescita. L’emigrazione di stranieri cresce dell’1% in media ogni anno”.
A riprendere la valigia sono soprattutto coloro che lavoravano nei settori che soffrono maggiormente la crisi: la domanda di manodopera è caduta del 48% nell’industria e del 38% nel settore delle costruzioni. Rispetto ai livelli del 2007, le assunzioni di immigrati nel settore dell’edilizia si sono ridotte dell’80%. Il calo dipende da una minore richiesta di stranieri da parte degli imprenditori, ma anche da una maggiore “offerta” di italiani disposti ad impiegarsi nel settore.

A risentire della crisi, però, c’è anche chi aveva realizzato il proprio sogno: Anwar, 32 anni, di origine giordana, gestiva un ristorante. Era arrivato in Italia nel 2000 per studiare. Aveva iniziato a frequentare la scuola alberghiera e nel frattempo lavorava. Da lì la scalata: aiuto cuoco, chef, capo sala e infine un locale tutto suo, un ristorante-pizzeria in via Washington a Milano. Un sogno infranto. “Ero arrivato ad avere undici dipendenti e 180 posti a sedere. Gli affari -spiega il giovane arabo, sposato con una donna italiana- andavano a gonfie vele fino al 2009. Poi le spese hanno cominciato a superare i ricavi. La clientela era calata ma le tasse restavano quelle di sempre. Non potevo più reggere. Nel 2010 ho abbassato la saracinesca ma non mi sono rassegnato. All’inizio del 2011 ho provato ad aprire un altro locale, più piccolo. Speravo di farcela con minori uscite ma ho raddoppiato i problemi. A quel punto mi sono arreso. Con mia moglie e i due figli abbiamo deciso di partire per la Giordania. Nel mio Paese d’origine ho trovato lavoro in un hotel a cinque stelle, ero ben remunerato. Ora siamo di nuovo in Italia, ma speriamo di fuggire presto. Non possiamo stare continuamente con l’acqua alla gola”.

Anwar ha dovuto mettere nel cassetto i progetti di proseguire a lavorare nel settore della ristorazione. Suo malgrado, come tutti, si è adeguato: ora è occupato in un ufficio nel settore dei trasporti come impiegato. “In questo Paese è diventato impossibile tenere in piedi un’attività. Gli affitti sono rimasti invariati nonostante la crisi; le tasse continuano ad attanagliare chi ha un esercizio commerciale e le spese aumentano ogni giorno. Come si può andare avanti?”, si chiede il giovane giordano.
Le storie si somigliano. Non siamo più di fronte a sporadici casi. Ciò che sta accadendo è una diaspora dei migranti di prima generazione: “All’inizio ad andarsene erano soprattutto le persone con un contratto da dipendenti a fronte di un licenziamento, ma ora conosco piccoli imprenditori edili che sono stati costretti a tornare a casa”, racconta Eyas Alshayeb membro del Comitato di Milano del Consiglio delle relazioni islamiche-italiane.
Ha visto tanti volti rigarsi di lacrime in questi ultimi anni: “Quest’estate ho trovato casa a un amico giordano che fino a poco tempo fa aveva un’impresa edile con trenta dipendenti. Poteva permettersi il lusso di non sporcarsi più le mani e di far lavorare altri per lui. La crisi ha distrutto la sua vita. È arrivato al punto di essere sfrattato. Grazie a una colletta siamo riusciti ad affittare un’abitazione per lui, ma nel frattempo la moglie e i figli sono stati costretti a tornare in Giordania”.

A fare il lavoro della Caritas sono i centri islamici: “Alla moschea di Cascina Gobba -racconta Eyas- raccolgono viveri e contributi economici che destinano ai casi più in difficoltà. Stiamo cercando di far fronte a questo momento che ci ha trovati impreparati”. Resta un fatto: il mercato del lavoro è saturo. È dunque del tutto inverosimile, secondo le stime dell’Ismu, ipotizzare nei prossimi anni una crescita del lavoro straniero simile a quella che ha caratterizzato lo scorso decennio: “L’economia italiana -spiegano i ricercatori nell’ultimo rapporto- avrà una domanda di lavoro straniero che potrà essere più che soddisfatta dagli immigrati presenti o da quelli in arrivo per ragioni umanitarie o familiari”. Non solo. Ad aggravare il quadro è la mancanza di servizi adeguati a favorire l’effettivo incontro tra domanda e offerta di lavoro. Ad esempio, oltre la metà degli stranieri disoccupati nel 2012 ha contattato un centro per l’impiego. Tuttavia, solo il 2,4% ha beneficiato di servizi di consulenza e orientamento, e solo lo 0,4% di un’opportunità di formazione. Appena lo 0,8% ha ricevuto un’offerta di lavoro. Chi vive ancora dall’altra parte del Mar Mediterraneo o in Asia l’ha capito da tempo: in Italia non c’è speranza. Non è un caso se i nuovi permessi di soggiorno rilasciati per motivi di lavoro a soggetti nati in Paesi extra-Ue sono stati in tutto 67mila durante il 2012, quasi dimezzati rispetto al 2011. “Mio fratello -spiega Kumar- se n’è andato prima di me da questo Paese. E con i soldi guadagnati facendo l’agricoltore ha messo in piedi un’azienda in India”. —

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