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Economia / Varie

Una pace ostinata

Sono lontani i tempi delle manifestazioni oceaniche, e il pacifismo non è più la “seconda potenza mondiale”, come lo definità un editorialista del New York Times. Oggi il movimento italiano si interroga sul proprio futuro e sulle strategie in un mondo pieno di guerre, tra disobbedienza civile e la richiesta di una legge per istituire una Difesa civile non armata e non violenta

Tratto da Altreconomia 170 — Aprile 2015

Nel 1917, a Grande guerra in corso, lo scrittore Stefan Zweig tenne a Berna un discorso al Congresso internazionale delle donne per l’intesa fra i popoli. Zweig celebrò Bertha von Suttner, l’aristocratica austriaca, oggi dimenticata, che era stata autrice nel 1889 di un testo profetico fin dal suo titolo: “Giù le armi”. Nel 1917, nel pieno della più sanguinosa delle guerre, disse Zweig, comprendiamo meglio il suo messaggio: “Quando la prima volta lanciò nel mondo la sua parola d’ordine: ‘Giù le armi!’ la gente accorse e la ascoltò con interesse. Ma quando poi seguitò a ripetere sempre la stessa cosa: ‘Giù le armi! Giù le armi’ la curiosità si trasformò in noia”.
È passato quasi un secolo e le guerre sono combattute in modi nuovi, mentre le voci del no sembrano sempre più flebili; forse sono noiose.
Il sociologo Alessandro Dal Lago sostiene che le strategie militari includono ormai un ruolo attivo dei media in modo che la guerra diventi uno show planetario, nel quale “lo spettatore è parte indispensabile dello spettacolo”. I nuovi conflitti sono guerre civili con ingerenze esterne, come in Ucraina o in Siria; guerre neo coloniali, come succede in Africa per lo sfruttamento di minerali e altre risorse preziose; guerre civili tout court come in Colombia; guerre d’occupazione e di resistenza, come in Israele-Palestina; guerre per i confini, come fra Pakistan e India; guerre di cosiddetta lotta al terrorismo come in Libia, Iraq e Afghanistan… Si potrebbe continuare con la casistica e con gli esempi, perché l’elenco è lunghissimo, a testimoniare una trasformazione che si può leggere  anche attraverso le parole di due papi a un secolo di distanza le une dalle altre. Per un Benedetto XV che nel 1917 parla di “inutile strage”, c’è un Jorge Maria Bergoglio, cioè papa Francesco, che nel 2014 durante una messa al Sacrario militare di Redipuglia afferma: “Stiamo vivendo una terza guerra mondiale, combattuta a pezzi, con crimini, massacri, distruzioni”. È una guerra totale che non ha più bisogno d’essere dichiarata ufficialmente.

Singoli governi, improvvisate coalizioni di stati, organizzazioni sovranazionali decidono di volta in volta di passare all’azione con le armi, mentre le Nazioni Unite sono a malapena consultate o chiamate a ratificare decisioni già prese. La guerra è cambiata perché sta diventando permanente, parte strutturale del sistema di potere globale, quasi una condizione esistenziale. E a prima vista non c’è nemmeno una Bertha von Suttner che riesca a gridare forte: “Giù le armi!”. I cittadini, come dice Dal Lago, sono spettatori di un “peep show”, lo spogliarello che sembra rubato ma invece è allestito per il guardone nascosto. Che fine ha fatto il movimento pacifista? Dove sono le bandiere arcobaleno? Perché non si vedono grandi manifestazioni di piazza? E forse la domanda più importante è un’altra ancora: l’idea di pace ha davvero un futuro?
I pessimisti hanno buoni argomenti. Le guerre si moltiplicano e stanno diventando così familiari che il ricordo delle grandi manifestazioni del febbraio 2003, con milioni di persone in piazza contro l’annunciata aggressione all’Iraq, sembra appartenere a un’altra epoca. Un’epoca nella quale il pacifismo era la “seconda potenza mondiale”, secondo la valutazione di un editorialista del New York Times. Era un giudizio decisamente azzardato, ma piacque così tanto che qualcuno finì per crederci e oggi vive una delusione cocente, da crepuscolo della “lotta al disarmo”. È davvero così? L’idea di pace è relegata in un angolo della storia?
Forse no, a sentire gli attuali protagonisti dell’azione contro la guerra. Dice Francesco Vignarca, portavoce della Rete Disarmo (www.disarmo.org): “Non riusciamo a portare milioni di persone in piazza, ma il movimento per la pace è maturato e oggi ha una capacità propositiva che prima mancava. Si riesce a lavorare in rete come prima non avveniva. Abbiamo competenze di altissimo livello. La campagna per la proposta di legge d’iniziativa popolare sulla Difesa civile non armata e non violenta (www.difesacivilenonviolenta.org) sta procedendo meglio del previsto, tanto che non riusciamo a rispondere a tutte le richieste di intervento che ci arrivano da ogni parte d’Italia” (il 22 maggio oltre 50mila firme sono state consegnate alla Camera dei Deputati, ndr). Vignarca ha l’ottimismo di chi lavora sul campo. Ricorda la lotta condotta contro l’acquisto degli aerei da combattimento F-35, la nascita in parlamento di un intergruppo per la pace composto da circa 70 deputati (di Pd, Sel, M5S), la nuova attenzione posta sul commercio delle armi. Dice Vignarca: “Sondaggi seri e concordanti dicono che l’80% della popolazione è favorevole a una riduzione della spesa militare”. Come dire: le nostre proposte sono ben radicate nella società. D’altro canto il Sipri, nel suo Rapporto 2014, mostra che le spese militari su scala mondiale sono sostanzialmente stabili attorno a quota 1.700 miliardi di dollari; erano 1.286 nel fatidico 2003; 1.562 nel 1989, anno simbolo per la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda. L’industria militare mondiale gode dunque di ottima salute.

Giulio Marcon
è una figura storica del pacifismo italiano e in senso più lato dell’azione civile per un’economia di giustizia. È stato fra i fondatori di Ics e di Lunaria, portavoce della campagna “Sbilanciamoci!”. Oggi è deputato, eletto nelle liste di Sinistra Ecologia e Libertà. Non è preoccupato per l’assenza del movimento dalle piazze. “Io sono stato segnato dall’esperienza della guerra in Jugoslavia: in quella fase Alex Langer cominciò a parlare di ‘pacifismo concreto’, che andava oltre i proclami, le dichiarazioni di principio e si misurava con l’azione quotidiana, sul campo. È la strada che dobbiamo seguire”.
La proposta di legge d’iniziativa popolare sulla difesa civile non armata riprende un’antica idea dell’area nonviolenta: la costituzione di corpi civili di pace da usare come forze di prevenzione e di pronto intervento.
Il testo della legge prevede la creazione di un Dipartimento ad hoc ed è prevista una dotazione iniziale di cento milioni di euro (il bilancio del ministero della Difesa, giusto per avere un termine di paragone, si aggira attorno ai 20 miliardi di euro all’anno). Marcon, da deputato, non si fa illusioni: “Una maggioranza favorevole alla nostra proposta al momento non c’è. Ma intanto c’è la campagna e poi chi avrebbe detto, un anno fa, che sarebbe passato il mio emendamento sulla sperimentazione dei Corpi civili di pace?”.
Nel 1990 il parlamento approvò una legge -la 185- sul controllo del commercio delle armi. Negli ultimi anni il governo è stato spesso inadempiente e non ha presentato le dovute relazioni al parlamento, ma la 185 resta uno strumento chiave per intervenire sul sistema industriale che alimenta la cultura della guerra. Ne servirebbero altri. Dice Marcon: “Vorrei riprendere e aggiornare una vecchia proposta di Raniero La Valle per l’attuazione dell’articolo 11 della Costituzione. Era una legge quadro sulla pace: prevedeva un insieme di norme sull’obiezione di coscienza, sulla difesa non armata, sulla partecipazione ad organismi internazionali”.
L’azione parlamentare, in questa fase storica, offre in verità pochi spazi e Marcon lo sa meglio di altri. È sua la denuncia della trasformazione di fatto dell’articolo 78 della Costituzione, che permetterebbe la dichiarazione dello stato di guerra da parte di un’unica forza politica, grazie alla legge elettorale maggioritaria in gestazione e al monocameralismo in arrivo. È vero che l’Italia non ha mai dichiarato lo stato di guerra, ma il caso è rivelatore della leggerezza con la quale si affronta la questione.Ammette Marcon: “è passata l’idea che la guerra sia uno strumento della politica estera, una delle opzioni possibili per sostenere interessi geopolitici di ogni genere. Dobbiamo tornare ad Alberto Moravia: la guerra dev’essere un tabù, come l’incesto e il cannibalismo”.

Da Moravia in poi, va detto, non sono stati fatti passi avanti. Non sono nemmeno emerse nuove figure di riferimento, pensatori e attivisti capaci di indicare strade inedite. Personaggi come Aldo Capitini, Ernesto Balducci, Giorgio La Pira, Alex Langer non hanno avuto eredi (Vignarca dice però che in assenza di simili picchi si è formata una buona “middle class”). La “terza guerra mondiale” si nutre di conflitti politici, nazionalistici, economici, ambientali. Il “Giù alle armi!” di Bertha von Suttner dev’essere ripreso ma anche aggiornato.
Mao Valpiana, presidente del Movimento nonviolento (nonviolenti.org) fondato nel 1961 da Aldo Capitini, è stato fra gli organizzatori nella sua Verona dell’Arena di pace e disarmo, il 25 aprile 2014. È forse l’evento più significativo degli ultimi tempi, in una fase segnata dalla rottura in seno alla Tavola della pace, storica organizzatrice della Marcia biennale Perugia-Assisi, con l’uscita di alcune grandi organizzazioni (Arci, Acli, Cnca, Legambiente, Focsiv e molte altre) e la nascita di Rete della Pace. “Il nostro movimento è meno visibile di qualche anno fa -dice Valpiana-, ma la nostra capacità di proposta è migliorata e nella crisi morale e direi antropologica del nostro tempo, siamo fra i pochi movimenti che propongano degli ideali e diano una possibilità di riscatto alla politica”. Vignarca racconta gli incontri all’interno delle scuole: “All’inizio vieni vissuto come un illuso, nei ragazzi prevale l’idea che solo la forza militare possa contrastare l’Isis. Poi si ragiona sugli esiti reali delle ultime missioni militari e viene fuori lo spessore delle nostre proposte”. Mao Valpiana prova a immaginare gli interventi possibili, in condizioni ideali dal punto di vista della nonviolenza, nelle emergenze in Ucraina e Libia: “Diciamo che avremmo a disposizione dei veri Corpi civili di pace, professionalizzati e di respiro europeo, come proposto da Alex Langer all’inizio degli anni 90. Avremmo anche la polizia internazionale dell’Onu, altra struttura mai realizzata. E saremmo in grado, se le nostre proposte di vent’anni fa fossero state accolte, di contenere e controllare la diffusione degli armamenti. Non dico che avremmo la soluzione in tasca, ma almeno gli strumenti per affrontare queste crisi in modo diverso”.
Gandhi al suo tempo si impegnò per indirizzare le coscienze e le organizzazioni verso una cultura e un’economia di prevenzione delle guerre. Una prospettiva che diventa cruciale nel nuovo scenario dei conflitti, spesso condotti per accaparrarsi risorse scarse, e di fronte a un’idea di sicurezza che diventa pervasiva, investendo sia l’ordine interno ai singoli Paesi sia l’ordine internazionale, sacrificando diritti, libertà, democrazia. La terza guerra mondiale è in fondo una guerra ai viventi -umani, animali e piante-, una guerra totale al pianeta. È il punto che sta a cuore a Nanni Salio, presidente del Centro studi “Sereno Regis” (serenoregis.org) di Torino: “Io non credo che al momento esista un vero movimento per la pace. Esistono molte lodevoli iniziative ma restano frammentate. Manca una struttura organizzativa e logistica adeguata all’impegno che dobbiamo affrontare”. Salio rimarca un grave difetto nella linea d’azione del movimento. “Non esistono al momento campagne importanti di disobbedienza civile e senza queste non potremo avere risultati. Oggi avremmo bisogno di azioni dirette, sullo stile di Turi Vaccaro, e di campagne in grado di fare pressione sulle istituzioni e spingerle a reagire sul terreno della repressione. Solo così potrà nascere un movimento forte, visibile, in grado di vincere”. Per Nanni Salio la nonviolenza attiva dev’essere il cuore della strategia: “In Italia abbiamo avuto la fase dell’obiezione di coscienza al servizio e alle spese militari, ora dovremmo pensare nuove azioni, come a suo tempo si fece a Comiso e in modo limitato e discontinuo al Dal Molin di Vicenza. Dobbiamo formare i giovani, abbiamo bisogno di persone disposte ad agire e a farsi arrestare quando necessario, meglio se di età avanzata, perché sono più rispettate. Io credo che in Italia queste persone ci siano, quello che manca è il contesto”. Luisa Morgantini, altra figura storica del pacifismo italiano, oggi si occupa soprattutto della Palestina; fra tante sconfitte, dice, c’è una nota positiva: “La nonviolenza si sta radicando. Dal 2005 in poi sono spuntati in Palestina numerosi Comitati per la resistenza nonviolenta e stanno lottando contro la costruzione del muro, la colonizzazione delle terre, insieme con gruppi israeliani e internazionali”.

Sullo sfondo, secondo Salio, c’è la necessità di ridefinire il profilo politico del movimento per la pace: “A me pare che siano sottovalutate due questioni centrali: il riarmo nucleare e il cambiamento climatico. Sul primo punto mi limito a dire che il cronometro del Bulletin of the Atomic Scientists (http://thebulletin.org) indica 3 minuti al disastro: nel 2012 erano 5, dieci anni prima erano 7. Quanto ai cambiamenti climatici, credo che tutti i movimenti dovrebbero allargare la propria agenda e mettersi insieme e lavorare a un cambiamento strutturale dell’economia”.
Il no alla guerra non può essere solo un no alle armi, come i pacifisti sanno da tempo. E se la nonviolenza, come diceva Capitini, può essere “un varco nella storia”, c’è da immaginare un mondo nuovo. Naomi Klein ha intitolato il suo libro sul clima “Una rivoluzione ci salverà”: vi sostiene che l’attuale sistema economico è incompatibile con la tutela della vita sul pianeta.
Stefan Zweig un secolo fa disse di Bertha von Suttner: “L’esempio di questa donna nobile mostra che non si deve identificare successo con incisività: non è detto che in futuro sia infecondo quello che al momento pare inefficace”. La storia del movimento per la pace è piena di indicazioni preziose e il suo cantiere delle idee è sempre aperto, ma l’ottimismo deve fare i conti con il cronometro degli scienziati: 3 minuti alla mezzanotte. —
 

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