Altre Economie

Una crisi di nervi

Le difficoltà economiche ostacolano l’accesso alle cure psicologiche. Si moltiplicano gli esempi di centri terapeutici con tariffe accessibili.

Tratto da Altreconomia 124 — Febbraio 2011

“La psicoterapia serve a migliorare la qualità della vita. Ma ci sono persone che non possono permettersela, soprattutto in questo momento di crisi economica. Noi cerchiamo di aiutarle”. La voce è coperta dal rumore del traffico fiorentino. In via Cittadella, dietro alla stazione di Santa Maria Novella, a quest’ora del mattino c’è sempre movimento. Marilena tira fuori un mazzo di chiavi e ci fa entrare.

Siamo nella sede della Cooperativa “Il Cenacolo” del “Consorzio Coeso”, che si occupa di marginalità sociale e disagio minorile. È qui che lavorano gli psicologi e psicoterapeuti del progetto Hermes. “Noi della Cooperativa collaboriamo con loro e mettiamo a disposizione questo spazio”, spiega Marilena. Metà della stanza è occupata da tre poltrone con dei cuscini, che servono per le sedute. Dall’altra parte c’è un grande tavolo, dove ci accomodiamo. Col passare dei minuti ci raggiungono alcune delle partecipanti al progetto: Emanuela, Valentina, Virginia e Sara.
Le unisce un’idea semplice: psicoterapia a basso costo per persone con disagio psicologico, ma a basso reddito. Che non riescono ad accedere al servizio pubblico e non hanno i mezzi per rivolgersi a un privato. “Nel primo caso, solo chi ha una patologia grave viene seguito a lungo – dice Valentina. – Le risorse delle Asl sono poche, e bisogna fare selezione. Noi possiamo essere una risorsa e un supporto per il sistema pubblico, senza metterci in contrapposizione con nessuno”.

Se ci si affida a un privato, difficilmente si spendono meno di 60 euro a colloquio. I “clienti” del progetto Hermes ne pagano 15, 20 o 30, a seconda della fascia di reddito. Basta presentare il proprio Isee, che dev’essere inferiore a 18 mila euro. E la terapia è gratuita per chi arriva su invio del servizio sociale. In tutto gli psicologi coinvolti sono undici. Nove donne e due uomini. “I maschi nel nostro lavoro sono una rarità”, ride Virginia. Come tutti gli altri partecipanti al progetto, anche lei si è formata all’Istituto Gestalt di Firenze, la scuola di specializzazione che, insieme alla Cooperativa, dà il patrocinio all’iniziativa.

Il servizio è attivo da aprile. Attualmente vengono seguite 20 persone, in maggioranza donne. Si va dai 12 ai 60 anni, dallo studente all’impiegato. Per ora sono solo terapie individuali, a cui col tempo potrebbero aggiungersi incontri di gruppo: “Sono utili per rispondere a disagi identitari e di appartenenza -dice Sara-. E costano meno dei colloqui singoli. Con tutte le persone senza lavoro che ci sono, il bisogno di psicologia a basso prezzo sta aumentando”.

La congiuntura economica crea difficoltà materiali, ma anche emotive. Secondo i dati del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute, nel 2009 il 6,8% della popolazione maggiorenne (quasi 2 milioni e 800 mila persone) ha riferito sintomi di depressione. Una percentuale che sale al 16% tra chi era in grosse difficoltà economiche.   “In un quadro del genere, la nostra iniziativa ha ancora più senso – riprende Emanuela. – Migliorare il benessere delle persone meno fortunate economicamente serve a migliorare il benessere della comunità”. Il problema ha dimensioni drammatiche, in Italia e in Europa. Secondo lo studio ESEMeD, promosso dall’Organizzazione mondiale della sanità e dall’Università di Harvard, nel nostro Paese ogni anno oltre un milione e mezzo di adulti soffre di disturbi depressivi. La stessa sorte tocca a 50 milioni di persone in tutto il continente. E sul sito internet dell’Oms, nella sezione “Mental Health”, si legge che entro il 2020 la depressione sarà la seconda malattia più diffusa al mondo, subito dopo quelle cardiovascolari.

Sarà per questo che l’idea di una psicoterapia “low cost” si sta facendo strada in tutta Italia. A Padova gli specializzandi dell’Institute of Constructivist Psychology offrono sedute al costo massimo di 10 euro. A Milano l’Ipercoop di piazza Lodi ha aperto uno sportello orientativo, dove si possono fare fino a tre colloqui gratuiti con una psicologa iscritta all’albo. Un’iniziativa analoga è attiva presso il Centro milanese di psicoanalisi, in via Corridoni, dove si può prenotare una consultazione a costo zero con un analista capace di indirizzare chi ha necessità di una terapia a colleghi che applicano tariffe calmierate.

A Roma, anche l’Opera don Calabria ha aperto un ambulatorio di psicoterapia “solidale”.
Il bisogno di sostegno psicologico a basso prezzo è sempre più diffuso. È per questo che i membri del progetto Hermes, che lavorano tutti anche privatamente, dedicano una parte del loro tempo a un servizio volontario e totalmente autofinanziato. “In alcuni casi, chi viene qui non ha bisogno di noi -spiega Sara-. Facciamo un primo colloquio gratuito proprio per capire le esigenze di ognuno. Se parliamo con un tossicodipendente, ad esempio, lo invitiamo ad affidarsi al Ser.T., che ha un proprio servizio psicologico. Se invece capiamo che possiamo aiutare chi abbiamo di fronte, gli offriamo cicli di 8 incontri, rinnovabili ogni volta finché la persona ne ha bisogno”.

In tutto il mondo, la maggior parte dei costi diretti (trattamenti e ricoveri) e di quelli indiretti (primo fra tutti la disabilità lavorativa) delle depressioni grava sui conti pubblici. Sembra averlo capito l’Inghilterra, dove Richard Layard, direttore del Centre for Economic Performance della London School of Economics and Political Science, ha convinto il governo che curare il disagio psicologico con la psicoterapia conviene più che farlo con gli psicofarmaci. Negli ultimi tre anni le autorità britanniche hanno investito 221 milioni di euro per finanziare l’assistenza psicologica gratuita. Nel 2007 ne avevano spesi 6,5.

In Italia il ministero della Salute non fornisce dati sulla spesa annuale per finanziare le terapie psicologiche nelle Asl. Di sicuro nel nostro Paese è in aumento il consumo di antidepressivi. Dieci anni fa, dicono i dati del Rapporto Osservasalute 2009, ogni mille abitanti si consumavano giornalmente 8,18 dosi di farmaco. Nel 2008 se ne assumevano 33,55. “Per noi psicofarmaci e psicoterapia non sono in contrapposizione -spiega Virginia-. Il problema è che il Servizio sanitario nazionale intende la psicoterapia esclusivamente come cura a delle patologie. La persona non va vista come ‘malata’, ma come un essere umano che può fare un percorso di crescita”.

Su questo tema, è evidente, le psicologhe potrebbero parlare a lungo. Ma si è fatta l’ora di pranzo, e dopo c’è da tornare a lavorare. “Sarebbe bello aumentare le ore del servizio e i partecipanti al progetto -dice Valentina alzandosi-. Ma sarà una cosa lenta, questione di anni”.

IL COSTO SOCIALE
In Italia il servizio pubblico non è sufficiente.

“In Italia il servizio pubblico cura 100 mila persone depresse. Ma ad averne bisogno sono molte di più: almeno un milione e mezzo, forse due milioni”. Antonio Picano è presidente di Strade Onlus, un’associazione romana che si batte per la realizzazione di strutture adeguate al trattamento della depressione e per una corretta informazione sociale sul tema. Quando gli chiediamo se lo Stato potrebbe fare di più, sorride amaro. “La grandissima parte delle risorse è dirottata sui malati gravi. Tutti gli altri restano fuori”.

Chi si rivolge alle Asl e non ha una patologia molto pesante, difficilmente viene preso in carico. Il meccanismo varia da regione a regione. In tutta Italia, il servizio pubblico spesso abbandona chi è depresso, ma riesce comunque ad andare al lavoro, ad avere una vita di coppia, a non essere aggressivo fisicamente con gli altri. Persone che non mostrano sintomi esteriori evidenti, ma che possono comunque vivere una sofferenza interiore enorme.

Una sofferenza che è un problema individuale ma anche collettivo, con ricadute economiche importanti. Chi sta male lavora peggio e meno. Ha bisogno di cure. E tutto questo grava sulla società. “Secondo una ricerca realizzata in Belgio tre anni fa -dice Picano- nel 2004 il costo annuo della depressione nell’Unione europea era di 118 miliardi: 4 mila euro per ogni cittadino depresso. E dai dati in nostro possesso, in Italia il costo sociale complessivo era di 15 miliardi l’anno”. La situazione è peggiorata con la crisi. Tra ottobre 2008 e marzo 2009, quando è esplosa la recessione, l’Associazione per la ricerca sulla depressione di Torino ha svolto uno studio su un campione di 363 pazienti. Tra questi, per più di un terzo la congiuntura economica si è rivelata la causa primaria del malessere. E per un altro terzo è stata una delle ragioni scatenanti. “La crisi economica può provocare disturbi psicologici seri, soprattutto se è associata a una predisposizione personale già esistente”, spiega Salvatore Di Salvo, presidente dell’Associazione.

Come spesso accade, a soffrire sono soprattutto i più deboli, e in particolare le donne. Molti studi dimostrano che la percentuale di depressioni nel mondo femminile è doppia rispetto a quella degli uomini. Lo ha detto nel 2000 l’Organizzazione mondiale della sanità. Lo ha scritto nel 2007 Roberto Infrasca, autore del saggio “Donne e depressione”. E ce lo conferma Claudio Mencacci, primario del Centro psiche donna di Milano. “La donna si sente responsabile due volte, per se stessa e per gli altri. Quando perde il lavoro, soffre molto la sensazione di non poter essere d’aiuto agli altri componenti della famiglia. Non è un caso che tra fine 2009 e metà 2010 abbiamo registrato tra le nostre pazienti un aumento del 10% delle depressioni e del 15% dei disturbi d’ansia”.

Più cresce la sofferenza psicologica, inoltre, più crescono i profitti delle aziende farmaceutiche. Secondo il Rapporto Osservasalute 2009, tra 2000 e 2008 il consumo di antidepressivi è aumentato del 310%. “In alcune situazioni gli psicofarmaci sono sicuramente utili -dice Giuseppe Luigi Palma, presidente dell’Ordine degli psicologi-. Secondo noi, però, vanno associati a cure di altro tipo. Studi inglesi hanno dimostrato che le terapie psicologiche sono più convenienti, anche economicamente. Il governo britannico ha investito per offrire assistenza gratuita ai più poveri. Da noi, invece, si tolgono fondi al welfare”.

BOX: IL NOSTRO RUOLO
“La premessa è che bisogna distinguere il malessere sociale, che ha mille sfaccettature, dalla sofferenza personale, più interiore, che nasce in seno alla famiglia, non deriva dalla società. O meglio da quella forma di società che chiamiamo famiglia”. Sergio Erba è tra i fondatori del gruppo “Ruolo Terapeutico” di Milano, nato nel 1972. “Crediamo nel valore della psicoterapia, e vogliamo proporla anche alle categorie di persone che ne sono escluse per motivi economici o culturali”.
Il gruppo è nato per ‘teorizzare’ il  mestiere, attraverso una rivista. Poi è divenuta una scuola di specializzazione riconosciuta dal ministero e un centro che offre al pubblico prestazioni psicoterapeutico a tariffa ‘politica’ -ferma a 60 euro- quando non addirittura gratis (grazie a una donazione della Fondazione Monzino). Circa 80 persone, grazie al passa parola, sono mediamente in carico al Centro del Ruolo Terapeutico. Metà della tariffa va ai 15 professionisti (di solito un giovane psicoterapeuta, che qui trova formazione continua e uno studio cui appoggiarsi), il resto per il mantenimento della struttura. La crisi economica ha aumentano il bisogno di psicoterapia?
“Difficile dire se la domanda è aumentata. Anzi, al momento riceviamo meno persone. Ma il nesso esiste: oggi anche 60 euro, per quattro sedute al mese, possono essere tanti. Vengono da noi persone di ogni categoria: persone che vivono una situazione di malessere, per lo più nelle relazioni affettive. Persone che hanno compreso di aver bisogno di cure, e hanno fatto un passo verso quella direzione. Solo una piccola parte delle persone che soffrono psichicamente fa questo passo: servono volontà, fatica.  Desiderio, fiducia, speranza. Il resto, al massimo, si affida ai farmaci”. Sarebbe una forzatura dire che le difficoltà economiche aumentano questo malessere? “Il ‘sistema’ fa passare ancora di più la voglia di curarsi. Questa è una società che ‘appiattisce’ l’essere umano. Le condizioni economiche difficili -la precarietà, la disoccupazione, la mancanza di servizi- distolgono quindi dalla cura, da quella necessaria ‘sospensione’ del quotidiano che serve per curare un malessere che però, ancora una volta, ha radici ben più profonde della contingenza. Chi è ansioso o depresso per aver perso il lavoro ha una reazione sana. Sarebbe malato se non ne soffrisse”. www.ilruoloterapeutico.it (pr)

BOX: I PIU’ DEBOLI, I MIGRANTI

Un uomo afghano, 29 enne, con disagio psicologico. È l’immigrato “medio” coinvolto nel progetto Ferite Invisibili, con cui la Caritas di Roma cerca di aiutare chi ha subito violenze i cui segni sono interiori, non esteriormente riconoscibili. Dal 2005 a oggi, il Poliambulatorio di via Marsala ha accolto 117 vittime di torture, guerre, persecuzioni. “Di queste, 103 hanno avuto bisogno di fare psicoterapia -spiega Salvatore Geraci, responsabile dell’area sanitaria della Caritas romana-. Chi ha un obiettivo preciso, che sia sfamare la propria famiglia o farsi regolarizzare, è abbastanza protetto. Il problema nasce quando il progetto migratorio viene vanificato. O paradossalmente, quando si realizza”.
È il caso dei richiedenti asilo, che per raggiungere l’obiettivo devono mettere a nudo il loro dolore. E che una volta ottenuto lo status di avente diritto all’asilo, possono crollare psicologicamente. “È accaduto a circa il 30% di quelli che abbiamo seguito noi -dice Geraci-. L’euforia iniziale sparisce e lascia posto alla delusione di non riuscire a trovare casa e lavoro”. I più vulnerabili sono bambini e ragazzi. “Pensiamo a quelli coinvolti in un ricongiungimento familiare. Non hanno un progetto migratorio proprio, sono spinti solo dalla volontà dei genitori”. Secondo l’Istat, a inizio 2010 in Italia c’erano 350 mila minori ricongiunti: quasi un terzo di tutti gli stranieri residenti under 18. “Soffrono molto anche le donne che lasciano il loro Paese solo perché il marito lo vuole” spiega Geraci.
A inizio 2010 gli stranieri in Italia erano 4 milioni e 235 mila: il 7% del totale degli abitanti. Di questi, oltre un quarto risiedevano in Lombardia. È qui che lavora la cooperativa Terrenuove di Milano, che dal 1999 offre consulenza psicologica gratuita agli immigrati, in convenzione con il Comune e con la Asl. “In questi anni abbiamo seguito oltre 500 persone -dice Dela Ranci, responsabile del servizio-. Quasi un terzo di loro sono arrivate da noi tra 2008 e 2009”. Molti degli utenti (circa uno su tre) sono minori. “Spesso si tratta di adolescenti o ragazzi chiamati qui dai genitori, dopo averli lasciati in madrepatria da bambini”. Tra chi si è rivolto a Terrenuove in questi anni, il 16% è arrivato in Italia per un ricongiungimento. “Non hanno scelto loro di emigrare. E manifestano il proprio disagio con sintomi come difficoltà di apprendimento o comportamenti aggressivi”. Il tipo di problemi psicologici dipende anche del Paese di provenienza. Se ne è accorto Roberto Ermanni, direttore del Centro Polifunzionale Progetto P.A.C.I. di Firenze, che dallo scorso aprile accoglie rifugiati e richiedenti asilo. “Delle 180 persone che abbiamo aiutato in questi mesi, 75 vengono dalla Somalia, dove è assente lo stato di diritto. Chi arriva da lì è abituato a ottenere ciò che vuole con la violenza, e ha una scarsa considerazione di se stesso. Ogni minimo imprevisto è visto come una mancanza di rispetto: anche l’inizio di un corso di formazione con un quarto d’ora di ritardo può provocare una discussione collettiva feroce”.
Un caso particolare è quello di chi vive qui da anni, viene licenziato e rischia di perdere il permesso di soggiorno. Persone che non hanno più contatti in madrepatria, messe di fronte alla possibilità di dover tornare in un Paese -il proprio- ormai divenuto straniero. “Il 10-15% degli immigrati che incontriamo ha questo tipo di problema”.

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