Una voce indipendente su economia, stili di vita, ambiente, cultura
Economia / Approfondimento

Un mondo di multinazionali. I bilanci, le tasse, il potere

È uscita la nuova edizione del rapporto realizzato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo. Dagli investimenti in ambiti strategici ai paradisi fiscali, un approfondimento sulle prime 200 multinazionali e sul loro impatto sui lavoratori e sull’economia reale

È Walmart, il colosso americano della grande distribuzione, al primo posto per fatturato nella graduatoria mondiale delle multinazionali. Nel 2019 la più imponente catena al mondo, che conta oltre 12mila punti vendita, ha registrato un fatturato di 523,9 miliardi di dollari. È quanto emerge dal rapporto “Un mondo di multinazionali”, pubblicato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo, che ha analizzato le prime 200 multinazionali al mondo facendo un punto sui loro numeri e pratiche, dalla scarsa fedeltà fiscale alla speculazione finanziaria. Walmart, in vetta alla classifica dal 2009, è seguita dal colosso petrolifero cinese Sinopec Group che nel 2019 ha registrato un fatturato di 407 miliardi di dollari. Dietro viene la cinese State Grid, tra le più grandi società elettriche al mondo, con 383,9 miliardi di dollari.
Nel 2019 la somma dei fatturati delle prime 25 multinazionali, pari a 6.717.177 milioni di dollari ha superato le entrate del governo degli Stati Uniti, specifica il rapporto.

Le prime 200 multinazionali, su una stima complessiva di 320mila gruppi e 1.116.000 filiali secondo il World Investment Report, da sole contribuiscono al 14% del fatturato globale di tutte le multinazionali. Dal 2005 al 2019 hanno aumentato i ricavi, arrivando anche ad avere profitti superiori al prodotto interno lordo degli Stati. La crescita non si è registrata invece nel numero dei loro dipendenti. Si tratta di una diretta conseguenza, si legge nel rapporto, di “un assetto produttivo in rapida trasformazione”: se in un primo momento le imprese tendevano a integrarsi verticalmente, in modo da controllare tutte le fasi della produzione, oggi frammentano la filiera in Paesi a basso reddito per ridurre i costi di produzione.

Il rapporto dedica uno spazio di approfondimento agli azionisti delle società quotate in Borsa che, secondo l’analisi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), erano 41mila alla fine del 2017 con un capitale complessivo valutato in 84mila miliardi di dollari. Secondo una ricerca pubblicata dall’Ocse nel 2019, le prime 10mila imprese mondiali quotate in Borsa sono possedute per il 41% dagli investitori istituzionali (assicurazioni, fondi pensione, fondi di investimento), il 14% dai fondi pubblici (governi e fondi sovrani), l’11% da imprese, il 7% da individui “ultraricchi”. Il rimanente è costituito dall’azionariato diffuso.

L’ambito di azione degli investitori istituzionali spazia da operazioni di prestito nei confronti di governi e imprese, ad attività di speculazione finanziaria fino all’acquisto di partecipazioni proprietarie in imprese. Oggi i primi 10 investitori istituzionali gestiscono il 57% di tutta la ricchezza impegnata dal sistema finanziario non bancario per un totale di 106mila miliardi di dollari. I primi tre fondi di investimento sono Blackrock, Vanguard e State Street Global Advisor SPDR che, si legge nell’indagine, controllano il 24% del capitale complessivo delle imprese quotate in Borsa negli Stati Uniti. I loro principali settori di intervento sono legati alle industrie farmaceutiche, alle linee aeree e alle imprese tecnologiche.

 

Quanto alle retribuzioni degli amministratori delegati, si legge nell’indagine che riprende uno studio condotto dall’Economic Policy Institute, dal 1978 al 2019 la paga dei dirigenti delle grandi imprese americane è cresciuta del 1.167%. Non è accaduto lo stesso per la paga di un lavoratore medio, che è cresciuta solo del 13,7%. Nel 2019 lo stipendio di un grande dirigente è cresciuto del 14% rispetto al 2018, attestandosi su una media di 21,3 milioni di dollari all’anno. Il rapporto tra la paga di un grande dirigente e quella di un lavoratore medio è stato 320 a 1. Nel 1965 il rapporto era 21 a 1.

L’evasione fiscale è un ulteriore tema su cui si concentra il rapporto. L’istituto americano National Bureau of Economic Research (NBER), in un rapporto pubblicato nel 2020 e ripreso dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo, ha sottolineato che nei Paesi a bassa fiscalità le filiali straniere risultano più redditizie di quelle localizzate nei Paesi ad alta fiscalità. In Irlanda le filiali appartenenti a gruppi multinazionali hanno un rapporto fra profitti e salari dell’ordine dell’800%, mentre in Gran Bretagna del 26%. Secondo i ricercatori del NBER, ogni anno le multinazionali trasferiscono circa il 40% dei loro profitti nei Paesi a bassa fiscalità. Una somma che per il 2017 è stata stimata in 700 miliardi di dollari e che agli Stati dove le attività sono realmente svolte costa più di 200 miliardi di dollari sotto forma di perdita fiscale.

Guardando ai profitti trasferiti nei Paesi a fiscalità agevolata, il 35% proviene dai Paesi dell’Unione europea, il 25% dagli Stati Uniti e il 40% dal resto del mondo. I Paesi dell’Ue annualmente registrano una perdita media del 20% sul gettito fiscale da redditi di impresa. L’Italia nel 2017 avrebbe registrato una fuga di profitti pari a 26 miliardi di dollari con una perdita fiscale del 15% sui redditi di impresa. Sono 6,4 miliardi di euro.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Altreconomia per non perderti le nostre inchieste, le novità editoriali e gli eventi.


© 2024 Altra Economia soc. coop. impresa sociale Tutti i diritti riservati