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Diritti / Opinioni

Uccidere per procura. Chi ne risponde?

Le milizie libiche speronano una barca di migranti © Sea Watch

La complicità degli Stati europei nelle violazionidei diritti umani commesse in Paesi terzi è una delle questioni cruciali di oggi. Ma sembra invisibile. La rubrica di Gianfranco Schiavone

Tratto da Altreconomia 11 — Agosto 2000

Un numero crescente di persone trova la morte o viene sottoposta a tortura e trattamenti inumani e degradanti da parte di polizie e milizie più meno “regolari” di Stati terzi all’Unione europea, in cui queste transitano mentre cercano di raggiungere l’Europa. Questi Paesi non agiscono da soli ma con mezzi, finanziamenti e addestramento forniti da Paesi membri dell’Unione europea o dall’Ue stessa. 

Che si tratti delle milizie libiche che gestiscono i lager o della polizia tunisina che deporta i rifugiati nel deserto al confine con l’Algeria determinandone la morte, o di molte altre tragiche situazioni di cui Altreconomia ha sempre trattato diffusamente, l’esistenza di questi fatti non può più essere negata. Oltre ai profili etici la domanda da porci è se sussista una responsabilità giuridica connessa alla condotta delle autorità degli Stati europei (o della stessa Unione) in quei contesti. 

La nota sentenza della Corte europea dei diritti umani nella causa “Hirsi Jamaa e altri c. Italia” (febbraio 2012), con la quale fu proprio il nostro Paese a essere condannato per i respingimenti in alto mare attuati verso la Libia nel maggio 2009, ha sancito il principio generale in base al quale le azioni degli Stati contraenti “compiute o produttive di effetti fuori dal territorio di questi possono costituire esercizio da parte degli stessi della loro giurisdizione ai sensi dell’articolo 1 della Convenzione”. 

In altre parole, gli Stati vincolati alla Cedu sono tenuti al suo rispetto anche al di fuori del proprio territorio, ovunque essi agiscano. Come osservano molti commentatori, forse fu proprio a seguito della sentenza Hirsi che in Europa iniziò a svilupparsi l’idea dell’esternalizzazione delle frontiere e del diritto d’asilo al fine di cercare di fare ciò che è illegale affidandone l’esecuzione a terzi. 

Sono 7.100 i migranti intercettati e respinti ufficialmente dalle milizie libiche tra l’inizio dell’anno e l’8 giugno. Sono oltre 150mila dal 2016. Fonte: Organizzazione internazionale per le migrazioni, 2024

Se l’azione diretta di un’autorità statale, attuata al di fuori del territorio dello Stato, può essere individuata in modo relativamente agevole, più difficile è invece ricostruire l’esistenza di un nesso di causalità (e quindi la responsabilità) nei casi in cui le azioni che violano i diritti fondamentali tutelati dalla Convenzione siano attuate da uno Stato terzo con fondi e mezzi forniti da un Paese europeo. 

Non può essere attribuita responsabilità indiretta allo Stato europeo finanziatore nel caso in cui le violazioni dei diritti umani siano riconducibili a episodi singoli o limitati; ben diverso invece è il caso in cui le violazioni dei diritti fondamentali risultino essere sistematiche e siano state rese possibili, in senso assoluto o in prevalenza, grazie all’aiuto consapevolmente fornito dallo Stato membro dell’Unione. 

In tali casi potrebbe sussistere dunque una responsabilità per complicità, come definita dall’articolo 16 del “Progetto di articoli sulla responsabilità dello Stato della Commissione del diritto internazionale” (2001), testo autorevolissimo ma sprovvisto di un carattere giuridicamente vincolante. Il contrasto verso le persone che decidono di migrare, spesso mascherato dal contrasto del traffico internazionale degli esseri umani, che caratterizza in modo ossessivo l’attuale politica europea, apre dunque seri interrogativi sul rispetto dello Stato di diritto inteso nella sua accezione più profonda. 

Da tempo mi chiedo se l’epoca che stiamo vivendo, oltre a essere caratterizzata dal ritorno a livello globale della guerra come mezzo, non più ripudiato, per dirimere le controversie tra gli Stati, non sia anche segnata da altre forme di violenza atroce che vedono pienamente coinvolta l’Europa, ma che la nostra cecità rende invisibili. 

Gianfranco Schiavone è studioso di migrazioni. Già componente del direttivo dell’Asgi, è presidente del Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus di Trieste 

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