Esteri / Reportage

24 ore in Turchia, tra epurazioni e strette autoritarie. Ma il desiderio di libertà inizia a ribollire

Dopo il tentato golpe del 15 luglio 2016, il governo ha “licenziato” quasi 140mila persone

Tratto da Altreconomia 195 — Luglio/Agosto 2017
Mardin, Sud-Est della Turchia, i bambini 
costruiscono gli aquiloni con le proprie mani, sfidandosi 
nella piazza della città vecchia
Mardin, Sud-Est della Turchia, i bambini costruiscono gli aquiloni con le proprie mani, sfidandosi nella piazza della città vecchia

A Yalova, cittadina di 100mila abitanti a sud di Istanbul, è una tiepida giornata di fine primavera e in molti sono seduti all’aperto, sotto gli ombrelloni dei caffè che affacciano sul mare. Bedi, un signore distinto, camicia a quadri e un golfino leggero, è tra loro. Per l’ultima volta lancia i dadi sulla tavola del backgammon che ha di fronte. La partita è quasi terminata e per ora non vuole altro tè. Sette mesi fa il Governo ha inserito il suo nome nella lista dei licenziati che ogni mese viene pubblicata sul sito del ministero dell’Interno. Adesso, la vita di Bedi scorre lenta.

Per otto anni ha lavorato come urologo a Yalova. Oggi fa parte di quei 100mila impiegati del settore pubblico licenziati nel corso delle purghe volute dal Presidente turco Receb Tayyib Erdoğan dopo il fallito colpo di stato del 15 luglio 2016. Data che ha segnato anche un duro arresto nel processo di integrazione della Turchia in Europa. Erdogan, in quell’occasione, ha infatti accusato Bruxelles di non essersi schierata al suo fianco, ma anzi di essere intervenuta nelle questioni interne del Paese per destabilizzare l’opinione pubblica.

“Il Governo ci controlla. Osserva ciò che facciamo per strada e sui social network, così vengono a conoscenza delle nostre idee politiche, delle nostre inclinazioni, e agiscono di conseguenza”, ci racconta il medico. Il 13 maggio 2015 a Yalova, come in altre città della Turchia, fu organizzata una commemorazione in ricordo delle 301 vittime dell’esplosione di una miniera di carbone a Soma, nella provincia di Manisa. Durante la cerimonia, tenuta nella piazza principale del centro, in molti hanno accusato Erdogan di essere responsabile di quella tragedia. “Ero fra loro -continua Bedi-. Per questo oggi sono senza lavoro”. A Yalova il controllo è serrato. In questa realtà più piccola rispetto ai grandi centri come Istanbul o Izmir, le persone che non condividono l’ideologia del Presidente e del suo partito, l’Akp, si sentono soffocare dalla pressione.

Merthan, un ex insegnante di inglese di scuola superiore, è seduto allo stesso tavolo, anche lui era presente alla commemorazione per le vittime di Soma. “Tre mesi fa mi hanno licenziato -racconta-. Secondo il ministero dell’Istruzione ho commesso un atto vergognoso, insultando il Presidente durante la manifestazione e non sono degno di insegnare in Turchia”. Merthan ha il fiato rotto dall’emozione. Non dorme da settimane, sta combattendo la sua battaglia interna.

Lasciamo il caffè. Le strade della città sono poco affollate, è il periodo del Ramadan e le persone preferiscono stare in casa. Nella sede delle unioni degli insegnanti e dei medici di Yalova ci sta aspettando Aysun, una donna bella ed elegante. Ha 50 anni, per 23 ha lavorato come medico di famiglia, poi una mattina ha scoperto di essere stata licenziata. “Ancora oggi non mi hanno spiegato il perché”. Del suo caso si sta occupando una commissione appositamente istituita dal Governo con il compito di analizzare ogni singolo caso degli epurati. “Queste persone non hanno il diritto di difendersi in tribunale. È questo uno degli aspetti del decreto legge emanato da Erdogan, immediatamente dopo il golpe, per attuare le purghe -ci spiega Merthan-. Ma la pressione dovuta alle numerose proteste di piazza ha costretto il Governo ad attivare una commissione”. Ad oggi però i casi in esame sono circa 200mila, un numero elevatissimo, che allunga i tempi di giudizio all’infinito, bloccando le persone in un limbo. “Prima di arrivare alla mia pratica potrebbero passare anche 4 anni”, continua Aysun. In ogni caso nessuno crede nel lavoro della commissione. “E perché dovremmo? Non c’è nulla di legale in tutto questo. Nel mio caso, ma come in quello di tutti gli altri, non c’è stato nessun processo, nessuna investigazione valida, e neanche questo ufficio lo è”, spiega il medico. L’amarezza sul volto di Aysun si fa più intensa, mentre scende nei dettagli della sua storia. Accanto a lei Merthan traduce con difficoltà. I ricordi di Aysun sono violenti e l’ex insegnante di inglese mostra i segni di un’empatia che si trasforma in sofferenza.

Un venditore ambulante davanti alla moschea Yeni a Fatih,

Perdere il lavoro è solo una parte del dramma personale. “Quando vieni licenziato perdi ogni diritto. Ci hanno tolto il passaporto, l’assicurazione sociale, quella sanitaria, non abbiamo più diritto alla pensione. Personalmente mi hanno negato di usufruire anche della Green Card che mi permetteva periodicamente di andare negli Stati Uniti per svolgere dei progetti”. Ma Aysun è fortunata, dopo numerose richieste in diversi ospedali, è riuscita a trovare un altro lavoro. Un lavoro, ma a condizioni economiche peggiori. “I manager che assumono sanno quanto disperatamente abbiamo bisogno di soldi, abbiamo una famiglia da mantenere, e ne approfittano”. La donna è costretta a lavorare il doppio di prima, le vengono assegnati i turni di notte e prende la metà dello stipendio che era solita guadagnare. Inoltre non lavora più nel suo settore, ma al reparto emergenze. “So di non potermi lamentare. Molti miei colleghi licenziati non riescono a trovare un altro lavoro. Ma sono profondamente infelice. Prima mi sentivo utile. Sono un medico di famiglia e avevo un bel rapporto con i miei pazienti. Ora ciò che mi spinge ad alzarmi la mattina per andare in ospedale è solo l’idea di guadagnare soldi per mantenere la mia famiglia”. Merthan la segue nel discorso. “Dopo essere stato licenziato, anch’io ho fatto domanda in 5 o 6 scuole”. L’ex insegnante si ferma, prende forza, respira. “Alcune non mi hanno neanche risposto. Non vogliono assumersi il rischio. Per loro sei un sospettato e hanno paura di ripercussioni. Il Governo diffonde le liste dei licenziati in modo da mettere pressione agli istituti e tagliarti ogni opportunità”.

Chi non riesce a trovare un altro lavoro riceve un aiuto economico dall’unione sindacale alla quale è iscritto. Bedi è tra questi, e anche Merthan. “Per ora riescono a darmi due terzi dello stipendio, ma proprio l’altro giorno hanno annunciato che ci saranno dei tagli”. Il numero di persone licenziate è salito vertiginosamente negli ultimi mesi. Il giorno dopo il fallito golpe, il Governo ha licenziato 2.745 giudici, un terzo del totale. Non solo. Secondo il giornale americano Alternet (www.alternet.org), il dato di oggi è incredibilmente elevato: 138.147 funzionari, insegnanti e accademici statali sarebbero stati cacciati. Coloro che fanno richiesta per ricevere il sussidio sono in aumento e le casse si stanno prosciugando. Ma i licenziati a Yalova devono far fronte anche a un altro aspetto: “Yalova non è Istanbul, Izmir o Ankara -ci spiega l’ex professore-. Qui, in questa piccola cittadina di mare, la posizione sociale di una persona conta”. Il livello medio di reddito della città che si affaccia sull’Egeo è molto alto. Girando per le stradine del centro non è difficile rendersene conto. Ci vivono soprattutto avvocati, ingegneri, ex militari in pensione. “È molto più difficile affrontare il licenziamento, tutti ti conoscono. Qui nessuno scende in piazza a protestare, i poliziotti fanno presto ad individuarti e la gente ha più paura -continua Merthan-. Ad Istanbul le persone contrarie all’operato del Governo riescono ancora a fare rete ed esprimere le proprie opinioni, da queste parti no”. In un’altra sede, poco distante dall’unione degli insegnanti e dei medici, incontriamo due membri del partito Democratico dei popoli, l’Hdp. “Ci chiamano terroristi, ma quando il partito nel 2015 raggiunse il 13% dei voti, ottenendo un risultato storico, proprio a Yalova diedero fuoco a due delle nostre sedi”. Murat ci racconta di essersi ritrovato intrappolato in entrambe e di essere riuscito a salvarsi grazie al rapido intervento della polizia. “Mi hanno accusato di terrorismo. Due volte sono finito in tribunale. La prima perché avevo scritto sui social network un pensiero in supporto dei curdi, la seconda perché avevo condiviso la foto di un mio caro amico ucciso a Kobane”. L’atteggiamento di controllo del Governo nei confronti del web si è mostrato al mondo il 29 aprile di quest’anno con la decisione di bloccare Wikipedia. L’oscuramento dell’enciclopedia è avvenuto a seguito del rifiuto di eliminare informazioni sulla pagina del Paese riguardanti la supposta connessione del governo di Ankara con gruppi terroristici.

Una sartoria nel gran bazar di Sanliurfa, città a Sud Est della Turchia
Una sartoria nel gran bazar di Sanliurfa, città a Sud Est della Turchia

La giornata trascorre lenta a Yalova. Alcune persone, sedute nella piazza principale, sfogliano il giornale, mentre pescatori e bagnanti dividono il lungomare. Zeki, un anziano avvocato, ed Ertan, ex militare in pensione, sono seduti in uno dei caffè della città. Osservano le isole dell’Egeo mentre sorseggiano in tranquillità un tè. La memoria storica dei due è solida, il quadro è completo. “Solo negli anni 70 il Paese ha vissuto un grande fermento politico e un movimento di sinistra molto forte. Ma non considerando quel periodo, in Turchia l’opposizione non ha mai saputo imporsi con un’alternativa valida alla destra. Oggi non hanno alcuna strategia e non sono organizzati”. Zeki è critico verso la politica del principale Partito di opposizione, il Chp, il Partito popolare repubblicano. “L’opposizione riesce solo a trovare soluzioni a breve termine, conformandosi all’atteggiamento dell’Akp. Non c’è nessuna strategia”, continua l’avvocato. Secondo la sua ricostruzione, negli ultimi 10 anni solo il movimento ambientalista ha saputo imporsi con decisione, facendo opposizione. La rivoluzione di Gezi Park, scoppiata nel 2013 per impedire l’abbattimento di 600 alberi, ne è l’esempio eclatante. Ancora oggi quei giorni vengono ricordati da chi vi prese parte come un punto di svolta per il Paese. Un periodo in cui il popolo acquisì nuove consapevolezze, nonostante la successiva repressione della rivolta da parte del Governo. Ertan e Zeki commentano anche gli ultimi avvenimenti, “Il referendum costituzionale del 16 aprile che ha portato il Paese al Presidenzialismo puro è solo un teatrino organizzato dall’Akp in modo che Erdogan potesse attuare il suo piano di epurazione della società e concentrare tutto il potere nelle sue mani”. Eppure, nonostante il risultato favorevole al Presidente, per Zeki si è trattata di una non vittoria. Il fronte del “Sì” ha ottenuto un risicato 51,3 per cento e numerosi dubbi sono stati mossi su possibili brogli anche da osservatori europei. Ma entrambi sostengono che la situazione sta cambiando, “C’è un movimento, ora è sotterraneo, ma presto verrà fuori”, conclude Zeki.

Nella più grande realtà di Istanbul quel movimento si sente, e in parte si vede. Nelle piazze, nelle strade, nei discorsi fra i ragazzi che si ritrovano in un pub a bere, la resistenza c’è. Nella metropoli turca persone di tutte le età si uniscono per protestare contro i licenziamenti, contro gli arresti e per chiedere al Governo di rispettare i loro diritti. Ebru Timtik è tra loro. È l’avvocato di Nuriye Gülmen e Semih Özak, due insegnanti licenziati ad Ankara e in sciopero della fame da più di 100 giorni. Il Governo ha deciso di arrestarli con l’accusa di “fomentare il caos”. Da diverse settimane, nelle principali piazze della Turchia i loro nomi vengono urlati con forza e le loro foto sollevate in alto, in segno di supporto e solidarietà. Ebru stessa è vittima del pugno di ferro di Erdogan. La donna nel 2013 è stata arrestata con l’accusa di terrorismo. Ha trascorso in carcere più di un anno, poi il rilascio. Il processo, iniziato ormai più di 4 anni fa, continua ancora oggi. “Rimandano la decisione ad ogni udienza, stanno prendendo tempo, mi vogliono bloccare -così Ebru ci spiega il loro modo di agire-. Le accuse di terrorismo nei miei confronti sono supportate da testimoni fantasma”. Secondo l’avvocato, i teste sarebbero stati costretti a deporre il falso sotto tortura. Ad oggi in tutta la Turchia quasi 3mila tra giudici, avvocati e procuratori sono in carcere e a molti di loro è stata revocata la licenza. Ebru è ancora in attesa di sapere quale sarà il suo verdetto, ma nel frattempo continua a scendere in piazza per “difendere la democrazia”. Alla protesta del 10 giugno in Piazza Taksim, a Istanbul, c’è anche Yal įn, ex professore di educazione fisica. “Il modo in cui l’Akp sta governando è basato su principi fascisti”, commenta. Anche Yalҫįn è stato arrestato. Ha trascorso 11 mesi in carcere. “È successo nel 2015”, ci tiene a precisare il giovane, per farci capire che la repressione di Erdogan è cominciata molto tempo prima del fallito colpo di Stato.

Una donna si raccoglie in preghiera in uno dei cimiteri di Gaziantep, Sud Est della Turchia
Una donna si raccoglie in preghiera in uno dei cimiteri di Gaziantep, Sud Est della Turchia

Una repressione che è andata a braccetto con un’inversione di tendenza nell’economia. La Turchia di oggi è un Paese in crisi. Il Pil di Ankara nel 2010 e 2011 aveva fatto registrare punte di crescita eccezionali, pari rispettivamente al 9,5% e 8,8%. Nel 2016 la Turchia ha chiuso con un aumento del prodotto interno lordo pari al 2,9%, mentre nel 2017 la Banca Mondiale prevede una crescita del 2,7%. Anche il turismo ha evidenziato un andamento negativo. Nel 2014 il flusso registrato in entrata è stato pari a 42 milioni di turisti, nel 2015 di 36 milioni, mentre il 2016 si è chiuso con picco in negativo di 25 milioni. Sale invece il dato della disoccupazione, passando dal 9,3% dell’aprile del 2016, all’11,7% dell’aprile di quest’anno.

“L’unica cosa che ci è rimasta da fare in questa situazione è protestare”. Yalҫįn è combattivo, non vuole arrendersi. “Ogni settimana andiamo di fronte alle sedi dei canali televisivi o delle testate giornalistiche per far sentire la nostra voce -spiega l’ex professore-. È un atto di opposizione nei confronti dei giornali filo governativi che chiudono gli occhi di fronte a quanto sta avvenendo nel Paese”. Ma anche tra i giornalisti c’è ancora chi lavora seguendo le proprie idee. Nella redazione di Birgün, uno dei pochi giornali di sinistra scampati alla chiusura, incontriamo il caporedattore, Serbay Mansuroglu. “In questo momento ci sono 168 giornalisti in carcere. Uno di loro è il nostro collega, arrestato a dicembre -racconta Serbay-. Sta bene, ma sua moglie ha avuto la loro bambina qualche mese dopo il suo arresto e a lui è stato concesso di vederla soltanto una volta al mese. Non sappiamo quando sarà rilasciato”. Nei confronti della redazione di Birgun la pressione si è intensificata dopo il golpe del 15 luglio. “Oggi, per un giornale con idee di sinistra, lavorare in Turchia vuol dire pensare continuamente a quali notizie pubblicare e soprattutto quali potrebbero essere le conseguenze”. La leva del controllo è anche economica. “Intimano alle aziende che ci pagano gli inserti pubblicitari sul giornale di interrompere i rapporti con noi, vogliono tagliarci i fondi necessari per sopravvivere”. Dopo il golpe, il Governo ha istituito un ufficio adibito al controllo di tutte le pubblicazioni sui media. “Lavorare in questo clima è frustrante -continua Serbay-, ma questo è il nostro mestiere. Non possiamo e non sappiamo farlo in un modo diverso. E se andiamo avanti è anche per quello che hanno fatto i nostri padri e per lanciare un messaggio di forza ai nostri figli”.

A Izmir, terza città per popolazione della Turchia, ideologicamente secolare e repubblicana, il clima che si respira passeggiando per le strade è più disteso. Ma è solo una parvenza: il 6 giugno di quest’anno la polizia ha arrestato il Presidente di Amnesty International Turchia, Taner Kiliç, con l’accusa di “appartenenza a organizzazione terroristica”. Ad ora le richieste di scarcerazione di opposizioni e Governi stranieri sono cadute nel vuoto. Anche Ozcan non è più lo stesso ragazzo incontrato due mesi fa, poco prima del referendum. Ricercatore alla Ege University, è stato licenziato un mese fa perché ha espresso il suo dissenso sul Governo. “Stavo festeggiando con i miei colleghi l’ottimo risultato di un workshop a cui avevamo lavorato, quando un mio caro amico, licenziato anche lui già un anno fa, si è avvicinato con l’ultima lista pubblicata on line, dicendomi benvenuto fra noi”. Ozcan ride, è questo il suo modo di reagire. “Quando sono con pochi intimi, le persone più fidate, le vere emozioni vengono fuori”. Da quando è stato licenziato preferisce andare sempre nello stesso pub. Un luogo che conosce, in cui incontrerà volti amici. “Mi serve il loro supporto”, racconta. Ozcan sente che le cose stanno per cambiare. “La società Turca è al limite, la sensazione generale è che presto il Paese esploderà. Credo che le conseguenze di questo strappo saranno molto gravi, ma quella che viviamo oggi non è la vita che vogliamo”.

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