Inchiesta

Tra regimi e giacimenti

Le criticità sociali ed ambientali degli investimenti esteri di Eni, che opera anche in Paesi che presentano una situazione politica a dir poco controversa e problematica. L’Ong inglese Global Witness ha sollevato dubbi su quanto accaduto di recente nella Repubblica del Congo. A luglio la morte di 14 operai in Nigeria. L’analisi di Luca Manes di Re:Common

Tratto da Altreconomia 175 — Ottobre 2015

Eni opera in decine di Paesi, e alcuni hanno una situazione politica a dir poco controversa e problematica. La Libia, ad esempio, la compagnia italiana ha continuato a operare anche dopo la caduta del regime di Gheddafi: nel 2014 è stato il primo produttore di idrocaburi per Eni. Sempre nell’area del Mediterraneo c’è l’Egitto, il cui governo di democratico ha solo una timida apparenza, così come quello algerino. Spostandoci verso l’Asia, Turkmenistan, Iraq e Kazakhstan non costituiscono esempi di esecutivi “virtuosi”, così come quello dell’Azerbaigian, dove l’Eni è presente con una partecipazione minore nell’oleodotto Baku Tbilisi Cheyan e nella costruzione delle nuove infrastrutture parte del Corridoio Sud del Gas, tramite la consociata Saipem.

A preoccupare più delle relazioni con Paesi poco attenti ai diritti civili, ci sono forse gli impatti ambientali e sulla salute delle persone causati dalle trivellazioni. Sono in aumento gli interventi nelle acque profonde, ad esempio a largo delle coste dell’Africa occidentale, o in contesti particolari e difficili, segnatamente nel tratto del Mar Caspio che bagna il Kazakhstan. Nel petrolio di Kashagan sono presenti in dosi massicce agenti chimici altamente inquinanti e corrosivi, come l’idrogeno solforato, per cui le conseguenze delle emissioni sulle comunità vicine ai giacimenti sono drammatiche, mentre i problemi legati al processo di estrazione (temperature estreme e riserve a oltre 5mila metri di profondità nel sottosuolo marino) hanno causato ingenti ritardi. La produzione è stata interrotta dopo la fase di prova nel 2013, proprio a causa dell’effetto corrosivo sui tubi che trasportano petrolio e gas dalle piattaforme agli impianti a terra.
Le questioni ambientali sono da sempre uno dei punti dolenti in Nigeria, nella regione del Delta del Niger. In particolare ci riferiamo ai continui sversamenti, che l’azienda addebita ad atti di sabotaggio (accusa che le comunità locali rimandano al mittente), e l’ormai annosa diatriba sul gas flaring, il gas bruciato in torcia nei giacimenti, che Eni promette continuamente di voler eliminare. Un recente rapporto dell’organizzazione ambientalista nigeriana Environmental Rights Action denuncia come l’incidente occorso a luglio 2015 all’oleodotto di Tebidaba-Clough Creek, nel quale hanno perso la vita 14 lavoratori, sarebbe da imputare a mancanze dell’azienda italiana.

Nel frattempo l’Ong inglese Global Witness ha sollevato dubbi su quanto accaduto di recente nella Repubblica del Congo -dove dal colpo di Stato del 1997 è al potere Denis Sassou Nguesso- per il rinnovo del permesso di sfruttamento di quattro giacimenti. La quota dell’Eni è diminuita, in quanto un 10 per cento è passato alla società privata Africa Oil and Gas Corporation (AOGC) che, secondo l’organizzazione con sede a Londra, in passato è servita per pagare centinaia di migliaia di dollari spesi dal figlio del presidente congolese Denis-Christel, a capo della società petrolifera di bandiera, la SNPC. “Non siamo stati noi a scegliere il partner”, ha affermato l’ad di Eni Descalzi nel corso dell’ultima assemblea degli azionisti. Ma le perplessità rimangono.

Lo scorso luglio si è dimesso dal cda l’economista Luigi Zingales. Si ipotizza proprio per quanto accaduto in Congo o, come ha sostenuto Il Fatto Quotidiano, per la possibilità che le autorità americane stiano per comminare una multa di centinaia di milioni di dollari per il caso dell’acquisto del giacimento OPL245 in Nigeria (vedi box). Quel che certo è che ha lasciato a causa di “divergenze di opinione sul ruolo del consiglio nel gestire la società”.

* www.recommon.org

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