Esteri / Intervista

Gli attentati in Europa sono frutto dell’islamizzazione della radicalità

Intervista al politologo Olivier Roy, autore del libro “Generazione Isis”. I terroristi non vanno considerati come matti o fanatici, da curare o reinserire nella società. Al contrario bisogna obbligarli a spiegarsi, riportandoli alla ragione politica

Tratto da Altreconomia 197 — Ottobre 2017
Il politologo Olivier Roy, docente all’Istituto universitario europeo di Firenze - © Adolfo Frediani
Il politologo Olivier Roy, docente all’Istituto universitario europeo di Firenze - © Adolfo Frediani

“Interrogarsi sulla ‘follia’ dei terroristi è vano”. Il politologo Olivier Roy insegna a Firenze all’Istituto universitario europeo. A Bologna, dove lo incontriamo a metà settembre, sta per intervenire a un convegno dedicato alla violenza terrorista e jihadista sviluppatasi negli ultimi vent’anni. Con sé ha il suo ultimo libro “Generazione Isis” (Feltrinelli) che prova a disegnare l’identikit dei giovani che scelgono il Califfato e combattono (anche) l’Europa. Ha studiato le biografie degli attentatori, le loro storie familiari, le loro abitudini, le loro motivazioni politiche. Comprese quelle del gruppo che ha agito in Catalogna ad agosto. Ed è giunto alla conclusione che “il terrorismo deriva non dalla radicalizzazione dell’Islam ma dall’islamizzazione della radicalità”. Un progetto che pone al centro una novità: la ricerca deliberata della morte.

Professor Roy, l’attentatore di Barcellona però è fuggito prima di farsi ammazzare. Come leggere questi fatti?
OR In un solo modo: sono tutti morti. Le persone che hanno attaccato a Barcellona sono sopravvissute per attaccare di nuovo a Cambrils e di Cambrils abbiamo un video straordinario. Ci sono questi giovani che con delle false cinture esplosive, con dei coltelli in mano, mentre buttano per terra una donna ed escono dalla macchina, insultano la polizia, senza fuggire, senza muoversi, agitando le mani. E la polizia li uccide: cinque morti. Il caso di Barcellona conferma la mia tesi della centralità della morte. Non avevano organizzato nessuna fuga, non sono morti a Barcellona solo perché avevano intenzione di continuare, ma di continuare fino alla morte.

Ha ricostruito la biografia dell’imam di Ripoll, concludendo che l’educazione o la formazione religiosa nei terroristi sia una componente debolissima. In che senso?
OR Quell’imam aveva passato due anni in carcere in Spagna per traffico di droga. Evidentemente non era qualcuno uscito da una scuola di teologia. Si è radicalizzato in prigione ed è diventato un born again, un nuovo musulmano in prigione che in seguito si è dichiarato imam. Si è trovato un posto in Belgio e i musulmani belgi lo hanno rispedito indietro perché non era all’altezza. Poi ha trovato un posto a Ripoll e nessuno ha verificato se lui fosse veramente un imam. Inoltre quando faceva le prediche si trattava di sermoni normali, dove predicava l’islam tradizionale marocchino. Evidentemente la sua radicalizzazione avveniva al di fuori dalla moschea. Radunava i suoi giovani altrove, e nessuno di questi -18, 19 20 anni- ha seguito una formazione religiosa. La cosa certa però è che l’imam ha islamizzato la radicalizzazione; avrà parlato loro della sharia, della jihad, dello Stato islamico, del califfato, eccetera. L’avrà fatto ma non esiste prima una formazione religiosa e poi il passaggio alla radicalizzazione. Si radicalizzano allo stesso tempo, è questo che ci interessa.

Persone raccolte lungo la Rambla di Barcellona per commemorare le vittime dell’attentato del 19 agosto - © Carl Court/Getty Images
Persone raccolte lungo la Rambla di Barcellona per commemorare le vittime dell’attentato del 19 agosto – © Carl Court/Getty Images

Qual è il percorso dei “born again”, coloro che dopo una vita “profana” (discoteche, alcol, piccola criminalità) riscoprono improvvisamente la pratica religiosa?
OR Nella maggior parte dei casi c’è innanzitutto un’auto-radicalizzazione, si radicalizzano essi stessi guardando internet, o strumenti del genere. Ma c’è sempre un legame con l’Isis o al-Qaeda; il fenomeno è duplice: giovani che si auto-radicalizzano ma che sono in contatto con l’Isis. A questo punto però non sappiamo come si creino questi legami nel tempo. Prima si radicalizzano e poi cercano qualcuno che li metta in contatto con l’Isis oppure, al contrario, si radicalizzano sotto l’influenza di un guru, di una persona più grande, o di un fratello maggiore, lui stesso in contatto con l’Isis. Tuttora non è molto chiaro.

“Per loro tutti i teologi moderati sono traditori. Non li ascolteranno: è come dare lezioni di economia liberale alle Brigate Rosse”

Qual è la situazione italiana?
OR L’Italia è un caso molto speciale perché ci sono pochissimi casi autoctoni. Ci sono dei tunisini che arrivano in Italia e lì si radicalizzano ma sono piuttosto di prima generazione. Ma in Italia ci sono tantissimi convertiti, e ci sono tante donne convertite. Il punto è che siamo ancora in un periodo di immigrazione di prima generazione. Da ciò deriva il fatto che ci siano meno radicalizzati che altrove. E che ci siano più convertiti che altrove in percentuale.

Dopo ogni strage vengono lanciati appelli per “riformare l’Islam”. Che ne pensa?
OR Quello che sappiamo è che questi giovani non sono arrivati alla jihad in seguito a una riflessione teologica, non hanno letto prima il Corano o dopo aver visto il Corano hanno deciso di aderire alla jihad. Prima hanno deciso di andare alla jihad e poi hanno cercato nel Corano ciò che poteva giustificarla. Il percorso intellettuale che è stato frequente ad esempio nei radicali di estrema sinistra in Occidente è assente nell’ambito islamista. Quindi non serve a niente offrire una teologia moderata a giovani che vogliono il radicalismo. Per loro tutti i teologi moderati sono dei traditori. Non li ascolteranno: è come dare lezioni di economia liberale alle Brigate rosse.

Si ostentano i “valori europei”.
OR E quali sarebbero? Se ascoltate Angela Merkel, un valore europeo è accettare il matrimonio omosessuale o il femminismo. Ma c’è un problema. Il Papa non accetta tutto questo e per la Chiesa cattolica ci sarebbe una differenza naturale e strutturale tra uomo e donna. Quindi da questo punto di vista la Chiesa è dalla parte dell’Islam. Pensa che ci sia una legge naturale e che non si possa cambiare il sesso in un giorno. Se diciamo che l’Islam debba essere riformato vuol dire che anche il cattolicesimo debba essere riformato. E ci sono molte persone che lo pensano. Ci sono molti laici che vorrebbero che la Chiesa autorizzasse il matrimonio tra i preti, per esempio. O che desse il sacerdozio alle donne. Ma uno Stato laico non può chiedere a una religione di riformarsi teologicamente. È una contraddizione profonda. Come, in nome del secolarismo, ovvero della separazione della religione dallo Stato, possiamo avere il diritto di chiedere a una religione di riformarsi teologicamente? La domanda che poniamo all’Islam di una riforma teologica non proviene tanto da un’ignoranza dell’Islam ma dell’ignoranza del fatto religioso stesso.

Propone di non di utilizzare come un mantra il termine “deradicalizzazione”. Perché?
OR È la mia risposta alla psichiatrizzazione della radicalizzazione. Ci sono due modi ora come ora per gestire i radicali. O vederli come dei matti, dei pazzi. Oppure vederli come dei fanatici. I programmi di deradicalizzazione presuppongono che siano pazzi, che hanno avuto un momento di follia e che possono essere riportati alla ragione. Troppo facile. Ci esonera completamente da qualunque tipo di riflessione. Non si tratta di reintegrarli come bravi cittadini, padri di famiglia gentili, nel lavoro e nella società. Si tratta di fare in modo che il loro discorso abbia un senso.
Bisogna obbligarli a spiegarsi invece che fuggire in questa specie di nichilismo distruttivo. I radicalizzati odierni non possono cavarsela parlando del senso della storia e di Dio. Bisogna riportarli alla ragione politica. E invece non li lasciamo parlare nei tribunali, come invece nel diciannovesimo secolo si faceva con l’anarchico o l’assassino seriale. Perché ci fanno paura. Eppure non abbiamo paura di un incidente, perché ci siamo abituati. Non abbiamo paura del tornado, perché ci siamo abituati. Ma abbiamo paura dell’irrazionale, di chi non ha paura della morte. E la grande forza dei soldati dell’Isis è questa specie di spavalderia, come si è visto nel video di Cambrils, davanti alla polizia. Lui è davanti alla polizia da solo, la insulta e aspetta di essere ucciso. E questo noi non lo possiamo capire. Obbligarli a esprimersi politicamente potrebbe scongiurare la nostra paura.

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