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Terrorismo e propaganda, il “ritardo” di WhatsApp

Il comportamento del colosso delle chat (proprietà di Facebook) sarebbe “difficilmente conciliabile con gli strumenti internazionali di contrasto al terrorismo”. Lo proverebbe l’esperienza della Procura di Milano, che nella primavera del 2016 ha cercato di ottenere i messaggi di sospetti foreign-fighters pronti a farsi “esplodere in pubblica piazza”. Senza riuscirci

Nella prima diapositiva del power point c’è l’icona di WhatsApp e una frase virgolettata: “Ehi, signor terrorista, puoi utilizzarmi per fare propaganda!”. Quando a metà novembre di quest’anno, prima dei drammatici fatti di Berlino, il pubblico ministero milanese Francesco Cajani è intervenuto a Strasburgo alla conferenza “Octopus” -in seno al Consiglio d’Europa- dedicata alla cooperazione contro la cyber-criminalità, il suo esordio è stato diretto. Il servizio di messaggistica istantanea acquisito da Facebook nel febbraio 2014 per 19 miliardi di dollari non si è affatto adeguato allo spirito costruttivo e collaborativo che Microsoft, Apple, Google e lo stesso colosso fondato da Mark Zuckerberg hanno recentemente dimostrato nei confronti delle autorità inquirenti dell’Unione europea.

La prova della preoccupante condotta di WhatsApp -1 miliardo di utenti attivi- è contenuta nel power point che Cajani ha portato all’attenzione dei colleghi e dei partecipanti al terzo workshop di Octopus centrata sul ruolo dei “service provider”. Una serie di diapositive che sintetizzano l’esperienza (infelice) che nella primavera di quest’anno la Procura di Milano ha avuto con il servizio di proprietà di Facebook. A colpi di corrispondenza.

Le indagini partite a gennaio 2016 avevano consentito di individuare alcuni presunti “foreign fighters” agenti nei territori del sedicente Stato islamico e di tracciare le loro comunicazioni via WhatsApp in corso con altri quattro sospetti. Un contatto abituale a intervalli di 15 giorni. Ad un certo punto dell’inchiesta, uno dei sospettati sistemato in Italia distrugge il proprio cellulare. Ha paura di essere sotto il controllo della Polizia. È allora che la Polizia giudiziaria decide di valutare l’ipotesi di richiedere al provider (WhatsApp) i messaggi “non consegnati” depositati nei server. Il percorso inizia a complicarsi. Non c’è una procedura di emergenza pubblica ad hoc e l’unico contatto “utile” è quello di una società statunitense che fornisce consulenza al colosso, la “ZwillGen”, con uffici a Washington, New York, Chicago e San Francisco.

È il 13 aprile 2016 quando il Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei Carabinieri scrive a WhatsApp attraverso la società di consulenza, specificando l’oggetto dell’indagine e il numero di telefono dell’interessato. Due giorni dopo arriva la risposta stringata: “WhatsApp è un’azienda statunitense e tutti i suoi dati sono conservati negli USA”, motivo per cui questa “risponde solamente” a Corti o entità americane. Se il richiedente non fa parte degli Stati Uniti, prosegue la “ZwillGen” nella corrispondenza che Cajani ha portato all’attenzione di “Octopus”, tocca attivare processi di cooperazione internazionale o rogatoria. “Per maggiori informazioni -conclude- potreste contattare l’Ufficio per gli affari internazionali del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti”.

La risposta della società di consulenza di WhatsApp da un estratto del power point curato dal pubblico ministero Francesco Cajani durante la Conferenza Octopus del novembre 2016
La risposta della società di consulenza di WhatsApp da un estratto del power point curato dal pubblico ministero Francesco Cajani durante la Conferenza Octopus del novembre 2016

Dopo cinque giorni di rinnovate e vane ricerche della procedura di emergenza, il pubblico ministero Cajani scrive direttamente a “ZwillGen” una missiva “estremamente urgente”. “Vi ringrazio per avermi avvisato del fatto che WhatsApp sia un’azienda statunitense […]. Considerando che questa offre servizi ai cittadini europei […] mi piacerebbe ricevere copia della procedura di emergenza in caso di richieste riguardanti attività terroristiche, se ce ne fosse una”.

È il 25 aprile 2016 e la società americana di consulenza di WhatsApp replica alla richiesta del Pm milanese. “L’unica eccezione a questa policy è per situazioni di emergenza dove sussista l’evidente e imminente rischio per la vita umana”. Se ritenete che vi sia questo rischio, suggeriscono dagli USA alla Procura di Milano, “rispondete a queste sei domande”. Dalla natura dell’emergenza al merito della minaccia, dall’indicazione “specifica” (pena il diniego) delle informazioni richieste al testo del messaggio eventualmente incriminato.

L'incipit delle sei domande poste da ZwillGen alla Procura di Milano - estratto del power point curato dal pubblico ministero Francesco Cajani durante la Conferenza Octopus del novembre 2016
L’incipit delle sei domande poste da ZwillGen alla Procura di Milano – estratto del power point curato dal pubblico ministero Francesco Cajani durante la Conferenza Octopus del novembre 2016

Il tempo per rispondere al “questionario” non c’è. Il 28 aprile, infatti, gli investigatori milanesi procedono agli arresti. Sono trascorsi quindici giorni dalla prima richiesta inviata a WhatsApp. Il procuratore Cajani riscrive ai consulenti di “ZwillGen”, chiedendo se, “in futuro”, il caso in oggetto di “foreign fighters” che “incitano altri terroristi a farsi esplodere in pubblica piazza” potesse rappresentare una situazione sufficientemente grave per sbloccare la collaborazione del provider.
È allora che la società di consulenza, rispondendo in giornata, commette un (altro) passo sconsiderato. Contesta agli inquirenti milanesi di non aver ben circostanziato l’emergenza e aggiunge: “la situazione che avete descritto può essere il caso di un utente che condivide notizie di propaganda con un altro utente”.

Il Pubblico ministero milanese clicca “inoltra” e porta a conoscenza della corrispondenza la rappresentante del Dipartimento di Giustizia americano presso l’ambasciata di Via Vittorio Veneto a Roma. Il comportamento di WhatsApp, secondo Cajani, pone il provider in una “posizione difficilmente conciliabile con gli strumenti internazionali di contrasto al terrorismo”.

L’ultima slide del power point curato dal pubblico ministero Francesco Cajani durante la Conferenza Octopus del novembre 2016
L’ultima slide del power point curato dal pubblico ministero Francesco Cajani durante la Conferenza Octopus del novembre 2016

“È possibile che ogni provider abbia la sua procedura di emergenza? O che società controllate come Skype e WhatsApp possano comportarsi diversamente dalle controllanti (Microsoft e Facebook)?”. Le domande poste da Cajani al convegno di un mese fa sono rimaste sospese. La società americana “ZwillGen”, interpellata da Altreconomia, ha invitato a presentare direttamente a WhatsApp qualsiasi richiesta di aggiornamenti intervenuti dopo il “pasticcio” primaverile. Quest’ultima, invece, ha risposto “in automatico” invitando a consultare le risposte alle domande frequenti (FAQ). Nel campo di ricerca delle pagine in lingua italiana si può inserire la parola “emergenza”. Scorrendo nei “Termini di servizio” s’incontra questo suggerimento: “Se ritieni che tu o qualcun altro sia in pericolo emotivo o fisico, rivolgiti alle autorità locali di polizia. In questi casi sono l’aiuto migliore”. Non sempre.

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