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Foreste, aree agricole e cemento. Così l’Italia cambia volto

Un nuovo rapporto dell’ISPRA ha fotografato per la prima volta i processi e le trasformazioni di breve e lungo periodo del territorio del nostro Paese. Aumentano la superficie forestale e il consumo di suolo mentre si riducono i terreni seminativi. E gli impatti ecologici sono notevoli

Ricolonizzazione da parte delle superfici forestali in due aree delle Alpi, in provincia di Bolzano - ISPRA

“Circa i tre quarti dei cambiamenti di uso del suolo avvenuti in Italia tra il 1960 e il 2017 sono dovuti alla perdita di aree agricole per l’urbanizzazione o per l’abbandono colturale”. E i dati più recenti segnano “lo storico sorpasso, in termini di estensione, della superficie forestale (incluse le altre terre boscate) su quella occupata da seminativi, prati e pascoli”.

Il territorio italiano e le sue trasformazioni degli ultimi sessant’anni sono come pagine di un libro da leggere con cura e attenzione. Chi si è posto l’obiettivo di farlo, con strumenti sempre più efficaci, è il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (SNPA), nel quale operano l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) e le Agenzie per la protezione dell’ambiente delle Regioni e delle Province autonome.

Il frutto di questo “nuovo percorso finalizzato a migliorare i servizi di monitoraggio e di valutazione integrata della copertura e dell’uso del suolo” è il rapporto ISPRA “Territorio. Processi e trasformazioni in Italia”, curato da Michele Munafò e Ines Marinosci del dipartimento per il Servizio geologico dell’Istituto, e presentato a Roma l’11 dicembre.

L’Italia che emerge dalle pagine del nuovo Rapporto è un Paese che cambia letteralmente volto. Negli ultimi cinque anni è infatti aumentato il verde, in particolare per quanto riguarda gli alberi (14 milioni di ettari complessivamente), ma il fenomeno ha interessato zone marginali del Paese e trascurato invece le città, dove a salire sono stati ancora una volta i valori di “copertura artificiale”.

Nello stesso periodo, il Paese ha ridotto del 4% le aree “con vegetazione erbacea agricola o adibite a pascolo trasformandole in centri urbanizzati o aree boschive”. E a ciò si è accompagnata la “scomparsa dell’eterogeneità del paesaggio”, l’”ingresso delle specie aliene” e la “riduzione della biodiversità di molte aree interne e ancor di più della sicurezza alimentare”.

“La lettura delle trasformazioni del territorio -è l’incipit del Rapporto, che tra le le informazioni analizzate vede anche quelle dai satelliti di osservazione della Terra, tra cui quelle del programma Copernicus- è troppo spesso la prova di come il paesaggio sia stato modificato in modo casuale, improvvido, in assenza di una visione organica scevra da qualsiasi ragionevole riflessione sulla vita delle persone, sulle reali previsioni di crescita demografica e senza alcuna valutazione dei danni permanenti che si sarebbero prodotti, assegnando al nostro Paese un sinistro primato in termini di abusivismo, cementificazione delle coste, degrado urbano e consumo di suolo”.

Un’area piemontese che, nel 2014, era ricoperta da querce (immagine in alto) e in cui è avvenuta un’espansione delle superfici destinate a vigneto (in basso)- ISPRA

Ma se alcune dinamiche recenti -una su tutte, il consumo di suolo- sono conosciute e monitorate, l’ISPRA ci ricorda come sia stata “storicamente carente la disponibilità, nel nostro Paese, di un sistema di monitoraggio completo e di valutazione integrata dello stato e delle dinamiche evolutive del territorio, del suo utilizzo e delle varie forme di copertura del suolo”.

“È a questo sistema che il Rapporto vuole contribuire, tentando di colmare lacune informative su processi diversi, dall’evoluzione delle superfici boscate o agricole, e studiando anche l’ambito urbano e suburbano”, spiega ad Altreconomia Michele Munafò, curatore del lavoro di ricerca.

Nuovo insediamento a bassa densità in un’area precedentemente naturale, in Sardegna – ISPRA

Nel 2017 la superficie italiana risulta occupata soprattutto da “coperture vegetate”: per il 45,94% da copertura arborea (considerando anche gli alberi in ambito urbano e quelli in ambito agricolo), per il 38,70% da copertura erbacea e per il 4,61% da copertura arbustiva. Le superfici artificiali occupano il 7,65% mentre le superfici naturali non vegetate, acque e zone umide coprono rispettivamente l’1,63% e l’1,47%. È una metamorfosi da analizzare.

Copertura del suolo (percentuale) su base regionale nel 2017. Fonte: carta nazionale di copertura del suolo ISPRA

“Il processo più significativo in atto, in Europa e nel nostro Paese, è la progressiva diminuzione della superficie destinata all’uso agricolo, spesso in maniera indipendente dalla fertilità e dalla produttività dei terreni -continua Munafò, citando le risultanze del Rapporto-. E l’aggressione al suolo agricolo, che oggi copre ancora circa la metà del territorio nazionale, avviene contemporaneamente su due fronti. Da una parte si assiste all’aumento delle aree artificiali, in particolare nelle pianure e lungo le coste e i fondivalle, dall’altra si rileva l’espansione dei territori boscati e degli ambienti semi-naturali, in particolare nelle aree interne e montane/collinari, determinata da fenomeni di abbandono colturale con successiva ricolonizzazione del territorio da parte delle superfici forestali”. Consumo di suolo ed espansione forestale sono dunque solo “apparentemente in antitesi”.

All’abbandono delle aree marginali si affianca poi la trasformazione delle pratiche agricole verso forme di sfruttamento intensivo per aumentare la resa delle aree coltivate. “La meccanizzazione e l’utilizzo di tecniche di coltivazione, di irrigazione, di fertilizzazione e di difesa fitosanitaria -prosegue il curatore- ha prodotto negli ultimi sessant’anni profondi mutamenti nell’assetto di tali aree”.

Il Rapporto fotografa lo “storico sorpasso” della superficie forestale su quella a seminativo, prati e pascoli. Non è sempre una buona notizia per la biodiversità, visto l’ingresso di “specie aliene invasive come Robinia pseudoacia e Ailanthus altissima”, o la “riduzione di spazi aperti, radure, fasce ecotonali e altri habitat che svolgono un ruolo fondamentale per la conservazione di talune specie”. Anche perché a fronte di un aumento netto della superficie forestale, ricorda il Rapporto, “vi sono però alcuni tipi, come ad esempio i boschi igrofili e planiziali, già di per sé poco abbondanti, che soffrono di una lenta e graduale riduzione”.

“Liguria (80,7%), Calabria (67%) e Toscana (60,8%), sono le Regioni con il più alto coefficiente di copertura arborea, considerando anche frutteti, uliveti, arboricoltura da legno e alberi in ambiente urbano. All’opposto si trovano Veneto e Lombardia (29,5% e 32,9%). La crescita degli ultimi anni è avvenuta principalmente a scapito di aree con vegetazione erbacea (agricola, naturale o seminaturale) in montagna (+2%), ma ancor di più in collina (+2,5%), dove i processi di abbandono sono ancora in corso”. A livello comunale, invece, “tra le città è Reggio Calabria, con il 54,5%, a detenere la maggiore percentuale di territorio ricoperto da alberi, seguita da Genova (54%) e Messina (49,9%). Roma si attesta al 21,7%, mentre Milano e Palermo rispettivamente al 10,7% e al 33,4%”.

Michele Munafò parla di una “forte polarizzazione del territorio”, con l’espansione delle aree urbane nelle fasce pedemontane (come quella lombardo-veneta), nelle pianure, nelle aree costiere, lungo i litorali “quasi senza soluzione di continuità”, e la contemporanea la “rinaturalizzazione a seguito dell’abbandono colturale”. In particolare in quei piccoli centri di montagna e di collina che si sono “via via spopolati, con un evidente abbandono del territorio delle aree interne” (dal Rapporto).

Il risultato è che oggi le zone montane (a una quota superiore ai 600 metri s.l.m.), che coprono circa il 35% della superficie italiana, “ospitano appena il 12% della popolazione”. Nelle aree di pianura, invece, si riscontra la più alta densità abitativa, dove vive circa la metà della popolazione sebbene rappresentino solo il 23% della superficie totale nazionale (dati Istat, 2017). “Ciò ha acuito i processi di marginalizzazione di tali aree, che sono andate incontro a successioni vegetazionali spontanee che hanno portato, in ultima fase, all’insediamento di popolamenti di neoformazione”.

Il Rapporto dell’ISPRA è una bussola per i decisori politici, nazionali e locali. “Il nostro obiettivo è supportare i processi decisionali tramite la fornitura di dati e strumenti interpretativi della realtà -conclude Munafò-. Dal nostro lavoro emerge una continua saturazione e densificazione urbana a fronte di alberi e boschi che crescono. Le città quindi stanno perdendo superfici naturali e aree permeabili che invece sono necessarie per l’adattamento ai cambiamenti climatici”. Un fenomeno che non siamo capaci di contrastare, anche in assenza di una legge nazionale in grado davvero di arginare il consumo di suolo.

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