Terreni fertili – Ae 72

Alle porte di Milano un gruppo di famiglie “adotta” un orto. E il confine tra produttore e consumatore svanisce L’adozione di un orto è cosa che non va fatta  a distanza. Bisogna metterci dentro le mani, perché “significa prendersi cura…

Tratto da Altreconomia 72 — Maggio 2006

Alle porte di Milano un gruppo di famiglie “adotta” un orto. E il confine tra produttore e consumatore svanisce

L’adozione di un orto è cosa che non va fatta  a distanza. Bisogna metterci dentro le mani, perché “significa prendersi cura di un pezzo di terra, assumendone oneri e onori, con l’obiettivo di raccoglierne cibo a sufficienza lungo tutto l’anno.

È dare spessore all’azione ormai banale di ‘procurarsi il cibo quotidiano’, facendola diventare un gesto di sostenibilità colturale e culturale”.

Così spiega Mario Arnò, ideatore -e orticoltore insieme alla giovane Maika, spagnola- del progetto “Adotta un orto”, radicato in 4.000 metri quadrati sul terreno della cascina Santa Brera Grande, a San Giuliano Milanese, Sud di Milano, ispirata ai principi della permacultura. L’esperienza pilota ora coinvolge circa trenta famiglie. La facciamo riassumere da uno dei primi “ortisti”. Alain, francese, vive a Melzo -a venti chilometri dall’orto adottato- con Viviana e il neonato Mathieu (sono nella foto in alto a sinistra): “Volevamo avere gli ortaggi freschi ma anche raccoglierli direttamente, partecipare alle attività. Insomma andare oltre un ruolo di soli consumatori. Alla fiera “Fa’ la cosa giusta!” abbiamo incontrato Mario e Maika e abbiamo subito aderito a questo progetto. Paghiamo come coppia una cifra mensile di 50 euro -ed è la partecipazione economica al progetto- e poi andiamo ogni settimana a raccogliere quel che ci serve. Poi, prendiamo insieme le decisioni, inventiamo il seguito. E invece dello stress del supermercato abbiamo la raccolta e lo scambio, rapporti di amicizia con le altre famiglie, incontri conviviali in cascina e altrove. Si guadagna in relazioni, in qualità della vita. È stato fertile quel terreno, per noi”.

Non si sa bene dove finisce il ruolo del produttore e dove comincia quello del consumatore; è un tandem, un partenariato stabile. La condivisione dell’orto riguarda anche i rischi (nell’agricoltura “normale” è sempre l’agricoltore ad accollarseli): si sono “sacrificati” -come dice Alain- Mario e Maika che per un bel po’ hanno lavorato nell’orto gratis, ma anche le famiglie che nei mesi invernali hanno deciso di pagare ugualmente la quota anche se non si raccoglieva nulla per alcuni errori e complicazioni dovuti alla novità e alle alee del clima. Adesso hanno messo a punto scelte di semina più meditate.

E quest’estate si troveranno a usare il surplus  per fare le conserve a uso invernale. E se qualcuno prende troppo rispetto ai bisogni settimanali? Risponde Mario: “Non succede. Il bello dell’orto adottato è anche il rapporto di amicizia e fiducia che c’è fra noi. E vale davvero lo slogan ‘piccolo è bello’. Quando si arriva alla sostenibilità economica, cioè a pagare spese e lavoro -nel nostro caso puntiamo alle quaranta famiglie entro il 2006- ci si ferma lì; il desiderio è che ne nascano migliaia di altri”.

La compartecipazione economica e ideale è diventata un movimento significativo proprio nel Paese che per primo si è avviato verso un’agricoltura alienata, micidiale per il piccolo coltivatore, separata dal consumatore,  distruttiva per l’ambiente: gli Stati Uniti. Là è particolarmente diffusa la resistenza della Csa (Community Supported Agricolture, vedi box in basso): l’agricoltura sostenuta dalle comunità che se ne nutrono. Il movimento ha aderenti anche in Canada, Australia, Nuova Zelanda, Ghana. I membri di una comunità che si “gemella” con i coltivatori locali pagano a questi ultimi una quota annuale per coprire costi e alee di produzione e ricevono in cambio, settimanalmente, quote proporzionali di prodotto. Molti membri delle oltre mille realtà di Csa negli Usa e in Canada non si limitano al finanziamento ma vanno ad aiutare nei lavori semplici ma dispendiosi in tempo: diserbo manuale, raccolta, imballaggio. In Italia, una parziale compartecipazione dei consumatori sotto forma di anticipi sulle spese di produzione e prenotazione del prodotto è praticata da alcuni gruppi d’acquisto; e nella direzione dell’agricoltura “sostenuta dalla comunità” si muovono i distretti di economia solidale. L’orto adottato è un esempio di come si può fare. Ma un aspetto essenziale là a San Giuliano è che i soci non partecipano da lontano, magari ricevendo a casa la cassetta di ortaggi freschi: la raccolta autogestita da parte delle famiglie adottanti è segno tangibile del loro coinvolgimento.

Mani in pasta, anzi in terra.

Del resto, per fare la raccolta diretta non c’è bisogno di condividere un orto o far parte di un gruppo di agricoltura sostenuta dalla comunità. Può essere anche un servizio aggiuntivo offerto dagli agricoltori. Diffusa in Francia nelle aziende bio, è chiamata cueillette à la ferme ed è praticata da chi vuole essere sicuro della freschezza e della provenienza dei prodotti e vuol prendere un po’ d’aria in campagna. Nei Paesi anglosassoni (Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna), si chiama pick your own e un sito (
www.pickyourown.org) dà conto di tutte le aziende disponibili.

In Italia alcune esperienze sono maturate nell’ambito Gas: un’azienda orticola consente la raccolta diretta al Gas di Baggio, un quartiere di Milano.

La stessa Coldiretti spinge sempre più per la filiera corta, per la tracciabilità (sapere da dove arriva quel che si mangia); e la tracciabilità “è completa quando le persone vedono l’ortaggio o il frutto sulla pianta e lo colgono da sé, come possono fare da noi” dice il coltivatore diretto Massimo Antonini di Trevignano; chi va ad acquistare nel suo punto vendita riceve i contenitori e passa direttamente a prelevare nell’orto.

L’ecosistema “umano” di Santa Brera

L’orto condiviso della cascina Santa Brera a San Giuliano Milanese fa parte di un’idea più ampia: la permacoltura, utilizzo rispettoso della terra e quindi progettazione di insediamenti umani sostenibili da tutti i punti di vista: agricolo, abitativo, energetico, economico, sociale. Irene di Carpegna ha voluto così trasformare cascina e terre di famiglia ottenute in eredità: “Mi sembrava riduttivo avviare semplicemente un’attività di agricoltura biologica. Avevo l’esigenza etica di ricreare un ecosistema anche per gli esseri umani. La riconversione riguarda dunque tutto l’insieme: le terre agricole, la casa, gli spazi per gli ospiti dell’agriturismo, il bosco di sei ettari che ci rende autosufficienti quanto a energia termica, con la caldaia a cippato integrata dai collettori solari”. Fra le formule di condivisione del progetto, ecco appunto l’orto adottato (e visitabile). La cascina è anche sede di una “Scuola di pratiche sostenibili”. Altre informazioni www.cascinasantabrera.it

Quando la comunità sostiene l’agricoltura

1985, cittadina statunitense di S.Egremont: con un gruppo di amici, la coltivatrice Robyn Van En dà vita a un progetto chiamato semplicemente “Community Supported Agricolture” (Csa): un patto di condivisione con i consumatori. Ha a disposizione un meleto e un orto.

In cinque anni, i soci di questa prima Csa da trenta diventano 150. E Robyn a quel punto comincia ad aiutare la nascita di altre Csa. Alla sua improvvisa morte, nel1997, questi partenariati fra agricoltori locali e comunità sono oltre mille (
www.csacenter.org). L’agricoltura sostenuta dalla comunità funziona in due modi: nel primo caso, i membri della comunità “di sostegno” comprano preventivamente una quota del raccolto previsto (una quota -decisa tutti insieme- è sufficiente a nutrire una famiglia di quattro persone, o una di due se vegetariane). Oppure la comunità ordina prima le quantità che acquisterà.

Prefinanziamento e sbocco sicuro permettono ai piccoli produttori biologici di sopravvivere.

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