Diritti / Attualità

“Sulla rotta balcanica”: un convegno per denunciare gli abusi sui rifugiati e per cambiare agenda

Il 27 e 28 novembre si terrà un appuntamento internazionale online per capire che cosa sta accedendo lungo la “rotta” a danno dei migranti, denunciare le responsabilità dell’Italia e dell’Unione europea e provare a modificare lo status quo. Organizza la rete RiVolti ai Balcani

Bihać, Bosnia © MSF

Venerdì 27 e sabato 28 novembre 2020 si terrà il convegno internazionale online “Sulla rotta balcanica”, organizzato dalla rete RiVolti ai Balcani (di cui fa parte Altreconomia) in collaborazione con il Festival S/Paesati e con il patrocinio dell’Università di Trieste. La scelta della città è simbolica: si tratta infatti dell’ultima tappa della rotta, un segno di come l’Italia ne sia protagonista a tutti gli effetti, come meta e come attore nei meccanismi di respingimento illegali.

A causa delle misure di sicurezza sanitaria adottate in relazione all’emergenza Covid-19, la conferenza si terrà online sulla pagina Facebook di RiVolti ai Balcani: https://www.facebook.com/RiVoltiAiBalcani

Il convegno, aperto alla partecipazione da remoto, vuole fornire un aggiornamento sulla situazione lungo la rotta e approfondire il tema delle violazioni commesse dai Paesi coinvolti e di cui i richiedenti asilo e rifugiati sono vittime. Tra le relatrici e i relatori: Sabrina Morena (coordinatrice del Festival Spaesati di Trieste), Felipe González Morales (Relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani dei migranti), Lora Vidović (ombudswoman della Repubblica di Croazia), Tanja Fajon (deputata al Parlamento europeo), Massimo Moratti (vice-direttore dell’ufficio per l’Europa e responsabile per i Balcani – Amnesty International), Silvia Maraone (project manager Ong IPSIA – Istituto Pace Sviluppo Innovazione ACLI), Riccardo Magi (deputato al Parlamento italiano) e Chiara Cardoletti (rappresentante per l’Italia, la Santa Sede e San Marino UNHCR – Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati). Il programma definitivo dell’appuntamento è qui.

“La ‘rotta balcanica’ è una delle principali vie d’accesso all’Unione europea per i migranti. In particolare per i rifugiati: siriani, afghani, iracheni e pachistani passano da qui e rientrano tutti nella Convenzione di Ginevra o, comunque, tra coloro che possono ottenere una protezione umanitaria. Eppure non se ne parla”. Ad Altreconomia Gianfranco Schiavone di Asgi evidenzia la necessità di affrontare il tema della “rotta balcanica”, una via d’accesso all’Europa percorsa ogni anno da un considerevole numero di persone ma che sui media non trova spazio, quasi relegata ai margini rispetto agli sbarchi che avvengono nel Mediterraneo. Sulla rotta ci si era in realtà concentrati cinque anni fa, quando i numeri rendevano impossibile distogliere l’attenzione: poi poco o nulla, dopo la firma degli impropriamente detti “accordi” tra il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdoğan e l’Unione europea che stabilivano finanziamenti in cambio del blocco dei flussi. “Molti hanno pensato che il confinamento in Turchia risolvesse il problema -osserva amaramente Schiavone-. Inoltre c’è stata un’intensa propaganda che ha cercato di far passare il messaggio che la rotta fosse finita, riuscendoci. Non è stato difficile dirottare l’attenzione”.

Il convegno era stato inizialmente organizzato per marzo ed è stato spostato a causa del Covid-19. Sin da subito l’intenzione era raccontare anche le violenze di cui i migranti sono vittima: atti di una ferocia estrema “che hanno poco da invidiare a quelli che avvengono in Libia”, riflette Schiavone. Meccanismi di cui è difficile parlare perché interviene una forma di rimozione in quanto non è possibile collocarli altrove, in un luogo lontano come il Paese nordafricano: “I fatti avvengono in Europa, con la Croazia che si pone come Paese leader. Nel nostro continente esiste un sistema di violenza”. Dalla primavera a oggi è intervenuto però un cambiamento sostanziale: se prima lo sguardo era rivolto esclusivamente ai Balcani e l’Italia era esterna, oggi invece il Paese è pienamente parte del sistema evidenziato. “Da maggio l’Italia si è inserita nei respingimenti a catena, illegali e a loro volta rimossi”, continua Schiavone. “Meccanismi che sono però sostenuti pubblicamente dalla Regione Friuli-Venezia Giulia e dal Comune di Trieste”.

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