Altre Economie

Sul palcoscenico di Scampia

“Punta Corsara” porta il teatro nelle periferie. È una compagnia indipendente, frutto di un percorso iniziato nelle scuole superiori di Napoli e hinterland

Tratto da Altreconomia 134 — Gennaio 2012

La Punta Corsara di Napoli è Scampia. Alla periferia nord della città, un quartiere di 41mila abitanti (sui 957mila del Comune), il 40% dei quali  in un’età compresa tra i 15 e i 40 anni. Qui c’è il più alto tasso di disoccupazione in Italia, il 52% (la media napoletana è del 31%). Punta Corsara (info@puntacorsara.it, www.puntacorsara.it) è il nome della compagnia teatrale nata a Scampia un anno fa, ma la cui storia parte da più lontano: Corsara (come il teatro delle Albe di Ravenna, “stabile corsaro”) perché irriverente e mutevole, ma radicata nel territorio e allo stesso tempo dinamica, resa viva dagli incontri fatti lungo la strada.
Dal gennaio 2011 Punta Corsara è un’associazione culturale indipendente con 17 soci, tra cui i 7 attori  tra i 21 e i 25 anni, 3 tecnici, 2 organizzatori, il direttore artistico Emanuele Valenti e la direttrice organizzativa Marina Dammacco. Il prologo di questa storia è nel 2007, con un cofinanziamento di 3 milioni di euro del ministero per i Beni e le attività culturali e della Regione Campania, che dà respiro al progetto fino al 2009. “Punta Corsara nasce dall’idea di rendere stabile l’esperienza di Arrevuoto, il progetto triennale del teatro Mercadante (il teatro stabile di Napoli, ndr) diretto da Marco Martinelli, per portare a Napoli la pratica della non-scuola”, racconta Marina Dammacco. Nei primi 3 anni di Arrevuoto (un progetto tutt’ora in corso) teatro e pedagogia si uniscono per far dialogare i giovani di alcuni istituti superiori del centro storico di Napoli e le scuole della periferia di Scampia, e metterli in contatto con artisti, associazioni e istituzioni locali. Nel 2007 si crea un gruppo di 20 ragazzi -10 attori, 5 tecnici e 5 organizzatori- che continuano il percorso di formazione ai mestieri dello spettacolo, incontrando diversi artisti, fino alla messa in scena -sotto la guida del regista e attore napoletano Arturo Cirillo-, di “Fatto di cronaca di Raffaele Viviani a Scampia”, primo vero atto di nascita della compagnia.
“In napoletano arrevotare significa mettere sotto sopra”, spiega Marina: è proprio a partire da questa esperienza “fondativa”, che oggi Punta Corsara tenta di rovesciare i punti di vista e mettere in discussione gli stereotipi sulle periferie, contaminando nuovi territori. Nel 2010 l’associazione sbarca a Lamezia Terme, con il progetto Capusutta (in dialetto, “a testa in giù”) -voluto dall’allora assessore alla Cultura, Tano Grasso- per portare l’esperienza della non-scuola in Calabria: 70 giovani delle scuole superiori e bambini rom lavorano a una riscrittura del testo di Aristofane “Donne al parlamento”, tessendo così un filo rosso che parte da Ravenna, passa per Napoli e raggiunge Lamezia.
Per interpretare le periferie, Punta Corsara mette in scena “Il convegno”, un’azione teatrale con la struttura di una conferenza, durante la quale le parole degli autori si mescolano ai fatti di cronaca: l’idea nasce dalla necessità di “trovare un modo diverso per raccontare la nostra esperienza della periferia -dice Marina-. I tentativi di provare a definirla, infatti, si rivelano spesso inutili: si tratta di una questione complessa, che fugge ai tentativi di categorizzazione. Per questo abbiamo pensato di spostare l’attenzione sulla domanda: perché ci si interroga sulle periferie? Che visione c’è dietro, quali pregiudizi, quali idee?”. E “Il convegno”, che si basa su un impianto tecnico ridotto all’osso, è un esempio concreto di come è possibile trovare un equilibrio tra la dimensione artistica e quella organizzativa, ottimizzando le risorse che si hanno a disposizione. “La compagnia è numerosa, e quindi ‘ingombrante’, anche a livello economico, ma crediamo che l’essere un gruppo sia il nostro punto di forza e non vogliamo rinunciarvi -spiega Marina Dammacco-. Per questo abbiamo imparato ad attivare delle strategie che ci permettano di sopravvivere come gruppo”. La prima è l’autofinanziamento: la compagnia, che dal 2011 non riceve alcun finanziamento esterno, mette in campo le risorse necessarie per avviare i progetti e le produzioni corsare (dopo “Fatto di cronaca”, la seconda è “Il signor di Pourceaugnac”), con la pazienza di aspettare i frutti del proprio lavoro. “Non abbiamo mai rifiutato alcuna proposta -sottolinea Marina-, e le entrate degli spettacoli sono sempre reinvestite nelle tappe successive della tournée, che in questo modo sostiene se stessa. Il bilancio di questo primo anno di lavoro è positivo”.
Il teatro di Punta Corsara è l’auditorium di Scampia, una struttura di proprietà del Comune costruita dopo il terremoto dell’Irpinia, rimasta chiusa per più di vent’anni e riaperta nel 2006, in occasione del progetto Arrevuoto. “Da allora quello spazio ha sempre vissuto nella temporaneità, perché la struttura era ed è ancora oggi inagibile”, spiega Marina. Nel 2008 e nel 2009 Punta Corsara è riuscita a ottenere l’agibilità temporanea dello stabile, organizzando due stagioni teatrali e una rassegna itinerante nelle piazze di Scampia, trasformando quello spazio in un vero teatro, attraversato da un pubblico “meticcio” fatto di teatranti, studenti, famiglie del quartiere e ragazzi rom. “Queste persone, oltre ad assistere agli spettacoli, partecipavano ai laboratori organizzati da Punta Corsara e dalle altre associazioni del territorio che hanno cercato di riflettere nell’auditorium le molte sfumature di Scampia”. Fino ad oggi nella ristrutturazione sono stati investiti 700mila euro, ma con l’inizio dei lavori nel maggio 2010 l’auditorium, da vivace teatro capace di accogliere e dare voce alla complessità delle periferie, è diventato un cantiere inaccessibile. Da allora, Punta Corsara e le altre associazioni di Scampia hanno cercato un dialogo con il Comune di Napoli “per risanare la questione strutturale dell’auditorium e ripartire da lì con un progetto condiviso di assegnazione dello spazio”.
Intanto, Punta Corsara continua a lavorare su diversi fronti, dalla produzione artistica all’organizzazione di laboratori per gli adolescenti: oggi a insegnare ai nuovi giovani sono quei ragazzi che avevano partecipato ad Arrevuoto. “Nonostante l’assenza di un finanziamento sicuro e nella libertà di chi non dipende da nessuno, Punta Corsara è riuscita a fare il passo importante che separa la formazione dalla professione, dando vita a una impresa culturale indipendente attivando delle piccole economie, aprendosi costantemente a nuovi interlocutori e mettendo in discussione il rapporto tanto con il privato quanto con il pubblico” conclude Marina. E se anche -come nella commedia degli equivoci che i corsari mettono in scena-, per qualche equivoco, l’auditorium di Scampia resta oggi inaccessibile, intanto i ragazzi di Punta Corsara sono diventati protagonisti nella città che cambia e si trasforma. Proprio come le quinte mutanti de “Il signor di Pourceaugnac”. —

68 teatri “stabili”
Nell’Italia dei 17 teatri stabili a iniziativa pubblica (il primo, nel 1947, fu il Piccolo di Milano) e 15 a iniziativa privata, e dei 36 teatri stabili d’innovazione e sperimentazione, orfana dell’Ente teatrale italiano (l’Eti, nato nel 1942 e soppresso con il decreto legge 78/2010, www.enteteatrale.it) e dei finanziamenti allo spettacolo (nel 2011 lo stanziamento del Fondo unico per lo spettacolo, Fus, è stato di 231 milioni di euro, il 44% in meno rispetto al 2010), sono 250mila i lavoratori dello spettacolo fissi, e altrettanti gli stagionali.
La fotografia più recente del mondo dello spettacolo italiano ce lo offre la recente ricerca “Rispondi al futuro”, commissionata da C.Re.S.Co. (Coordinamento delle realtà della scena contemporanea, www.progettocresco.it) alla fondazione Fitzcarraldo di Torino, elaborata a partire da 1.122 questionari compilati dai lavoratori di 171 imprese dello spettacolo. La ricerca mostra una realtà giovane -sia per età delle imprese campione (solo il 4% è nato prima degli anni ‘80 e il 56% ha meno di 10 anni), che per età media dei lavoratori (36 anni)-, ma capace di attivare economie importanti, nonostante i soldi stanziati dallo Stato per lo spettacolo siano meno dello 0,03% del Pil. La dimensione economica complessiva delle imprese campione della ricerca, infatti, è di 38 milioni e 450mila euro, un patrimonio che viene al 50% da contributi esterni e da entrate proprie (12 milioni e 560mila euro sono i ricavi complessivi dalle vendite degli spettacoli). I lavoratori di queste 171 imprese dello spettacolo (132 associazioni, 14 cooperative, 4 fondazioni e 10 soggetti di altra natura) sono in tutto 3mila, per oltre 4mila contratti (la maggior parte a tempo determinato) e oltre 100mila giornate lavorate.

 

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