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Sul binario No Tav

Hanno sfilato in 30mila, sabato 10 maggio, a Torino per manifestare solidarietà a quattro attivisti che rischiano di vedersi processati per "attentato con finalità di terrorismo". "Libero dissenso" e "colpevoli di resistere" i pilastri del corteo, in una città inutilmente militarizzata

Grigia, nera e blu è stata la Torino che ha accolto ieri, sabato 10 maggio, gli oltre trentamila partecipanti alla manifestazione del movimento No Tav che da piazza Adriano, davanti a un blindato Palazzo di Giustizia, ha raggiunto piazza Castello. Tre colori spenti dovuti alle decine di camionette di Guardia di Finanza, Carabinieri e Polizia e altrettanti lampeggianti posti lungo il percorso, all’imbocco di vie, a Porta Susa, a fotografare un’autentica militarizzazione cittadina alimentata da agenzie di stampa e dichiarazioni volte a dipingere un corteo agitato o violento (che non ci sarebbe in realtà mai stato). Sergio Chiamparino, candidato del centrosinistra alle elezioni regionali, aveva addossato il giorno prima logiche “mafiose” al movimento.
 
 
Nonostante tutto, trentamila persone si sono dichiarate al fianco di quattro ragazzi: Chiara, Mattia, Claudio e Niccolò, che la Procura di Torino chiede di poter processare e condannare per “attentato con finalità di terrorismo”. Arrestati lo scorso 9 dicembre, i quattro avrebbero partecipato al cosiddetto “assalto” al cantiere di Chiomonte e danneggiato un compressore. Livio Pepino, ex magistrato e voce storica di Magistratura Democratica, ha contribuito -anche dalle pagine di Altreconomia e ieri ancora su il manifesto- a depotenziare l’abnorme capo d’imputazione. Un capo che per il movimento No Tav sottende a un approccio: porre sullo stesso piano il diritto a resistere con il desiderio di distruggere, terrorizzare, discutere lo Stato. 
 
È stato questo il fulcro della manifestazione di Torino, caratterizzata da una critica ribadita al pm torinese Antonio Rinaudo, cui è dedicato anche un dossier pubblicato anche su notav.info. “Libero dissenso” è stato poi lo slogan delle bandiere rosse e bianche che hanno aperto il corteo e rianimato una città incerta. Lo spezzone in testa è stato quello dei familiari dei quattro “colpevoli di resistere”, che si ritrovano appesi al pronunciamento della Cassazione del prossimo 15 maggio sulla legittimità dell’imputazione. Un esito che è atteso con preoccupazione ma senz’alcuna intenzione di retromarcia. Lo hanno detto chiaro al microfono gli organizzatori, mentre il corteo abbandonava Porta Susa, in piazza XVIII Dicembre e si infilava in via Cernaia. Distruggere un compressore equivale ad appendere una bandiera No Tav fuori dal balcone: “ciascuno dia una mano come può” è il punto
 
Alberto Perino, riferimento del movimento, aveva preso parola poco prima rivolgendosi a chi lo stava controllando dalle grate delle camionette schierate intorno alla stazione di Porta Susa: “Questo abuso di uomini e mezzi è una provocazione ed uno spreco di denaro pubblico, è un’intimidazione”. Il corteo lo ha supportato con un applauso e poi ascoltato in silenzio.

Come in silenzio ha ascoltato i rappresentanti dei movimenti per la casa di Roma, che hanno rilanciato l’appuntamento di nuovo a Torino l’11 luglio prossimo, quando il presidente del Consiglio Matteo Renzi e gli omologhi europei discuteranno di disoccupazione giovanile. Un paradosso secondo chi ha sfilato per il centro di Torino ieri, paragonabile proprio a quello del Tav: un’opera inutile che “devasta il territorio” e “attira mafia, corruzione e illegalità” presentata come ineludibile riscatto nazionale.

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