Esteri

Sud Sudan al voto per la secessione

Domenica 9 gennaio il referendum. L’analisi della Campagna Sudan

Come anticipato sul numero di dicembre 2010 di Altreconomia (a fianco), domenica 9 gennaio si tiene il referendum che deciderà il futuro del Sud Sudan. Pubblichiamo un’analisi della Campagna italiana per il Sudan, che partendo dagli accordi del gennaio 2005 spiega come la pace abbia tenuto, nonostante mille incognite e infinite tensioni, che oggi rischiano di esplodere nuovamente.

Quella firmata all’inizio del 2005 era una pace agognata da milioni di sudanese e attesa da lungo tempo:

per trovare un accordo c’erano voluti oltre due anni e mezzo di colloqui tra il vicepresidente del Sudan ed esponente del Ncp, Ali Osman Thata, e il leader dello Splm, John Garang.

Si trattava di una pace tutta da costruire. Prevedeva una nuova costituzione, un nuovo governo di unità nazionale, un censimento e nuove elezioni; soprattutto prevedeva una nuova, ampissima, autonomia per il Sud Sudan. Il cuore degli accordi era la suddivisione del potere politico e delle risorse economiche, in particolar modo delle rendite del petrolio. L’obiettivo dichiarato era tenere il paese unito, rendendo “l’unità attraente”, pur riconoscendo il diritto di autodeterminazione del Sud, attraverso l’organizzazione di un referendum. Lentamente e faticosamente, in sei anni tutte le novità previste dagli accordi di pace sono state realizzate, ma spesso sono rimaste sulla carta e non hanno portato i cambiamenti sperati.
Per consolidare la pace e “rendere l’unità attraente” occorreva accettare la realtà di un Sudan multietnico, multireligioso e multiculturale. Ma l’esercizio si è dimostrato troppo difficile per il Sud, che non è riuscito a lasciarsi alle spalle decenni di emarginazione e sofferenze, e troppo poco “appetibile” per la leadership del Nord, abituata a gestire tutte le risorse di tutto il paese per consolidare il proprio potere e dunque ben poco disposta a cambiare rotta. Così, nei fatti, si è imboccata la via della separazione. Invece di condividere potere e risorse le leadership del Nord e del Sud si sono misurate in estenuanti trattative per la loro ripartizione, lottizzando di fatto l’intero apparato politico, amministrativo ed economico del paese, ognuna nel territorio.
Quanto abbia influito su questa deriva la scomparsa, in un incidente aereo, di John Garang, il 30 luglio del 2005, pochi giorni dopo il suo insediamento come vicepresidente del Sudan, è difficile da dire. Sicuramente però  Garang  era l’unico politico del Sud che avrebbe potuto aspirare a un ruolo nazionale, influenzando il potere a Khartoum a tal punto da modificare l’assetto di tutto il Sudan. Garang aveva sempre parlato di una nuova visione politica per il paese, di un “Nuovo Sudan” unito e pluralista. Questo progetto politico aveva guadagnato all’Splm le simpatie di moltissimi oppositori del regime al potere a Khartoum e di cittadini democratici anche al Nord
 Al conflitto contro il regime del Nord si erano uniti anche leader politici e militari di vaste regioni settentrionali di confine, quali Yusuf Kuwa, morto durante la guerra, e il suo successore Abdel Aziz Adam Al Hilu, che hanno guidato la guerriglia sui Monti Nuba, e Malik Agar, nella zona del Nilo Azzurro. Nelle due regioni sono previste consultazioni popolari sull’assetto istituzionale, finora rimandate a data da precisare.
Che il sogno di Garang non è morto con lui è testimoniato dalle dichiarazioni di Abdel Aziz, ora vicegovernatore del Sud Kordofan, e di Malik Agar, ora governatore del Nilo Azzurro, in una conferenza stampa congiunta, tenutasi il 22 dicembre scorso: i due hanno annunciato che,in caso di secessione del Sud, fonderanno un partito di opposizione nel Nord come punto di riferimento delle «persone marginalizzate» comprendendo tra queste le popolazioni delle loro regioni di origine e quelle del Darfur e dell’est Sudan. Stessa dichiarazione era stata fatta giorni prima da Yasser Arman, il nordista vicepresidente dell’Splm. In risposta a ripetute dichiarazioni di politici chiave dell’Ncp e dello stesso presidente che, in caso di secessione del Sud, il Nord si darà una nuova costituzione fondata completamente sui dettami della “sharia”, i due hanno sottolineato che «la diversità [ovvero il pluralismo, ndr]  dovrà essere la base di un nuovo stato e di una nuova costituzione nel Nord»: il progetto politico di Garang ora applicato al Nord.

Invece il suo successore, Salva Kiir, che fino alla morte di Garang aveva diretto i servizi di sicurezza dello Spla, ha sempre dato l’impressione di preoccuparsi più delle questione interne del Sud che di quelle del Sudan nel suo complesso. Così il governo di unità nazionale non ha quasi mai lavorato per l’unità nazionale, ovvero per il Sudan nel suo complesso, bensì per il Nord e per il Sud.

Torniamo ai fatti. Gli accordi di pace sono del gennaio 2005, il governo di unità nazionale è in carica dal settembre dello stesso anno. Nel 2006 si inizia a costruire l’impalcatura istituzionale del nuovo stato, ma già nell’ottobre del 2007 lo Splm ritira i propri membri dal governo di unità nazionale accusando il Ncp di non rispettare gli accordi sottoscritti nel 2005. Dopo un rimpasto e molte pressioni internazionali, lo Splm torna a sedersi allo stesso tavolo con il Ncp, ma i bracci di ferro e la diffidenza reciproca continuano. Basta un solo esempio: nel luglio 2008 il  presidente Bashir sospende dal governo Pagan Amum, segretario generale dello Splm e dal dicembre 2007 ministro per gli affari di governo, dopo che questi aveva dichiarato alla stampa che il Sudan era «uno stato corrotto che aveva fallito». Così, giusto per non lasciare spazio a equivoci.
Il 2008 è l’anno del censimento e avrebbe dovuto essere l’anno delle elezioni, che invece slittano addirittura al 2010. Lo Splm, che aveva designato come suo candidato alla presidenza Yasser Arman, alla fine si ritira dalla competizione al Nord e boicotta le elezioni insieme a molti altri partiti di opposizione.  Si concentra dunque a stravincere nel Sud piuttosto che a cercare di cambiare qualcosa nell’intero paese. Il Ncp ricambia la “cortesia”, non presentando nemmeno un proprio candidato al Sud.
Le elezioni si svolgono in un clima non sereno. La comunità internazionale dichiara che non si sono raggiunti gli standard internazionali che definiscono le elezioni come libere e credibili, ma alla fine accetta  i risultati, che danno una schiacciante vittoria ai due partiti al potere al Nord e al Sud, per non mettere a rischio la fragile pace che nonostante tutto reggeva dal 2005 e per garantire lo svolgimento del referendum, portando così a compimento il periodo di transizione previsto dagli accordi.
Il risultato delle elezioni, che avrebbero dovuto essere un passo decisivo nel processo di democratizzazione del nuovo Sudan, rendono invece evidente la radicalizzazione delle posizioni a Nord come a Sud.

Dopo sei anni di frasi ripetute – sempre più inconsistenti e sempre più retoriche – sulla necessità di «rendere attrattiva l’unità» ormai nessuno, in Sudan e fuori, si aspetta che i sudsudanesi possano scegliere di rimanere cittadini di un unico paese.
La vera domanda da porsi quindi non è se il Sud sceglierà l’indipendenza, ma come reagirà il Nord e cosa succederà nel Nord e nel Sud e sui confini contestati nei prossimi sei mesi, quando dovrà essere preparata la separazione, che verrà sancita il 9 luglio con la dichiarazione di indipendenza

La crisi del Darfur. Il Darfur è la prova definitiva, seppur indiretta, che Ncp e Splm non sono riusciti, e forse non hanno neppure sufficientemente tentato e voluto,  a dare una risposta ai problemi del Sudan nella sua totalità. Non solo “la questione Darfur” non venne inserita negli accordi di pace firmati in Kenya nel 2005, anche se la guerra scoppiata nel 2003, era al suo culmine. Ma soprattutto nel corso dei sei anni di transizione lo Splm non ha probabilmente  potuto e l’Ncp non ha sicuramente voluto portare “la questione Darfur” al centro della questione politica nazionale. Quel territorio grande come la Francia, che appartiene al Nord musulmano e che si era ribellato contro il Nord centralista, è rimasto un problema “locale”.

E’ rimasto un problema “locale” anche per la comunità internazionale, che molto ha contribuito ad una visione parcellizzata della crisi sudanese ( due missioni di pace, ad esempio), concentrando la sua attenzione di volta in volta sul conflitto in Darfur o sui problemi nel processo di adempimento degli accordi di pace tra il Nord e il Sud, permettendo così un allentamento di tensione di volta in volta sui uno dei due tavoli a discapito dell’effettiva risoluzione dei problemi.

Come sarà giocata la crisi del Darfur nell’ipotesi di un Sud Sudan indipendente? Parecchi elementi sono già chiarissimi. Alcuni gruppi ribelli hanno già cercato protezione e agibilità a Juba e nel territorio del Sud. Forze ribelli dirette a sud ed esercito sudanese si sono già scontrati numerose volte, provocando decine di vittime e oltre 30.000 sfollati, secondo dati ufficiali della missione di pace. L’aviazione ha bombardato il territorio sud sudanese almeno due volte nelle scorse settimane, con lo scopo dichiarato di colpire postazioni darfuriane.

Di Darfur si è certamente parlato durante la visita del presidente Bashir a Juba, il 4 gennaio scorso: nelle dichiarazioni ufficiali si sottolinea l’incondizionata accettazione dei risultati del referendum. Lo stesso giorno Salva Kiir, presidente del Sud Sudan, assicura che il suo paese non diventerà ricettacolo degli oppositori del Nord.

Vedremo cosa succederà effettivamente: certo il gioco della destabilizzazione e della guerra attraverso forze “vicarie” sembra non essere più nelle mani solo di Khartoum, che se ne è servita abbondantemente prima durante e dopo la guerra civile; Juba potrebbe avere un ruolo altrettanto, se non più, importante nella prossima mano della partita in cui si definiranno i rapporti tra i due territori.

Ma il gioco della destabilizzazione, così comune sui confini africani, non è certamente utile a risolvere i problemi, anzi, semmai li amplifica e li rende inestricabili. Dobbiamo augurarci che le dichiarazioni pubbliche siano sincere e che la comunità internazionale vigili e prema per una soluzione urgente e soddisfacente della crisi in Darfur, che, da locale com’è stata finora trattata, rischia di essere la miccia di un conflitto generale tra i due paesi che con ogni probabilità usciranno dal referendum.

 

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