Diritti / Opinioni

La storia tra le mani, per non essere sudditi

Al tempo del “Codice da Vinci” e di falsi cimeli spacciati per reliquie, il presupposto necessario per il futuro delle democrazie è lo spirito critico

Tratto da Altreconomia 208 — Ottobre 2018
I resti del dito medio di Galileo Galilei. Reliquia autentica conservata al Museo della Scienza di Firenze

“Tra i teschi adulti uno per la sua grandezza, per la pronunciata forma ovale dall’innanzi all’indietro, con la regione frontale spaziosa e depressa, per la consistenza e grossezza delle sue ossa, per la stretta unione delle suture in parte ossificate attirò l’ammirazione, e quantunque sia impossibile il dimostrarlo, a quasi tutti però alla vista di quel teschio sfuggì dal labbro: questa è la testa del Palladio!”. Era la notte del 5 marzo 1831, la scena si svolge nella chiesa di Santa Corona, a Vicenza.

“Tanto bastò -commenta lo storico dell’architettura Guido Beltramini- perché un bel cranio spesso e dall’ampia fronte fosse portato con tutti gli onori nel mausoleo costruito per l’eroe eponimo della città”. Come è notissimo, le reliquie degli uomini illustri hanno una lunga e nobile storia: dalla tomba struggente di Virgilio a Napoli al braccio padovano (e in parte poi anch’esso napoletano) di Tito Livio, fino alla mummia di Giuseppe Mazzini. Una storia che si intreccia e si ibrida con quella, ben altrimenti ampia e per così dire mainstream, delle reliquie religiose.

Oggi sarebbe facile mettere in fila tutte le parodie truffaldine di questa lunga storia: dalla pretesa scoperta delle ossa di Caravaggio a Porto Ercole alla ricerca di quelle di Monna Lisa, a Firenze. Come se la conoscenza e la ricerca non fossero riuscite a cambiare il millenario retaggio religioso, e fossimo ancora prontissimi a cedere ai ciarlatani che ci propinano le reliquie della storia. Già: cos’è la storia, commercio di falsi cimeli o senso critico che porta alla verità?

Al tempo del “Codice da Vinci” e degli ex presidenti del Consiglio che si improvvisano divulgatori di storia, è questa una domanda a cui è capace di rispondere solo la scuola: una scuola che sappia dare ai cittadini del futuro gli strumenti per “afferrare il vivente”. Non per aderire acriticamente al presente e alla sua propaganda, ma per comprendere la misura umana -o disumana- del nostro tempo. La scienza degli uomini del tempo, che unisce lo studio dei morti a quella dei viventi, cioè che riconnette i fili di un senso. È il metodo critico che ci permette di esercitare davvero la nostra sovranità di cittadini, che riesce ad attuare l’articolo 1 della nostra Costituzione. “La sovranità appartiene al popolo”: non si esercita, questa sovranità, senza consapevolezza culturale.

È su questo fondamento che, nel dopoguerra, sono state ricostruite le democrazie europee. È per questo che la nostra Costituzione impone alla Repubblica di promuovere “lo sviluppo della cultura e la ricerca”. La necessaria scommessa di un umanesimo di massa è infatti quella di riuscire a praticare tutti, anche se in dosi omeopatiche, le qualità della ricerca: precisione, desiderio di conoscere e diffondere la verità, onestà intellettuale, apertura mentale. Per secoli si è creduto, a ragione, che queste virtù non servissero solo a sapere più cose, ma anche a distinguere il vero dal falso: e che dunque non servissero solo agli umanisti, ma a tutti.

E oggi sono il presupposto necessario perché le democrazie abbiano un futuro. Un futuro in cui l’unica reliquia da venerare potrebbe essere questa: il dito medio di Galileo Galilei. Che non solo è autentica, e conservata al Museo della Scienza di Firenze, ma si presta ad una lettura decisamente ironica, e perfino un poco polemica, nei confronti di questo commercio di reliquie, luoghi comuni e falsità storiche che fa a pezzi, letteralmente, ciò che resta della storia.

Tomaso Montanari è professore ordinario presso l’Università per stranieri di Siena. Da marzo 2017 è presidente di Libertà e Giustizia.

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