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Opinioni

Stefano Cucchi: lo Stato ha spento la luce

Tutti assolti i dodici imputati, e arrivederci. Le tre guardie accusate d’aver pestato Cucchi nelle aule di sicurezza del Tribunale di piazzale Clodio non hanno mai aperto bocca in udienza. E Stefano Cucchi è morto da solo e di dolore. L’insufficienza di prove dichiarata dai giudici d’Appello è dovuta a indagini sgrammaticate e viziate dal pregiudizio nutrito e manifestato dai Pm nei confronti di un “tossicodipendente da vent’anni”. Il commento dell’autore del libro inchiesta "Mi cercarono l’anima. Storia di Stefano Cucchi"

Il 15 ottobre 2009 Stefano Cucchi è entrato vivo nella custodia dello Stato. Sette giorni più tardi, il 22 ottobre, ne è uscito morto, con indosso gli stessi vestiti. Quanta strada ha fatto il “piccolo spacciatore di Torpignattara” (Il Messaggero): ha attraversato due caserme, un tribunale, un carcere, un ospedale e poi un ospedale carcere. Ha viaggiato su pattuglie, ambulanze, cellulari. L’hanno assistito infermieri, accompagnato carabinieri e agenti di polizia penitenziaria, visitato medici. Qualcuno l’ha ridotto come le fotografie diffuse dalla famiglia hanno mostrato. Lo Stato ha messo le stanze, ha offerto il rinfresco, e poi ha spento la luce. Tutti assolti i dodici imputati, e arrivederci. Le tre guardie accusate d’aver pestato Cucchi nelle aule di sicurezza del Tribunale di piazzale Clodio non hanno mai aperto bocca in udienza. E Stefano Cucchi è morto da solo e di dolore. L’insufficienza di prove dichiarata dai giudici d’Appello è dovuta a indagini sgrammaticate e viziate dal pregiudizio nutrito e manifestato dai Pm nei confronti di un “tossicodipendente da vent’anni” (risibile, ne aveva 31 quand’è morto). I suoi familiari, penso soprattutto ai genitori Rita e Giovanni, con quel dolore dovranno sopravvivere. Son persone semplici i Cucchi, a volte anche abitudinari, quanto meno per quel che li ho conosciuti in questi quattro anni. Rita beve solo vino bianco, Giovanni lo allunga con dell’acqua. Amano il camper, Roma, la televisione.

La dignità con la quale hanno sopportato la macchina mediatica del processo mantenendo integri i loro valori semplici e discreti vale quanto un manuale di educazione civica. Ma lo Stato, retoricamente richiamato alle proprie responsabilità, ha spento la luce, rifiutando di “rinnovare” il dibattimento come richiesto dai legali Anselmo, Pisa e Gamberini. E il teste chiave Samura Yaya, gambiano con tutto da perdere e tutto da insegnare, è stato ringraziato e salutato frettolosamente per supposta “inattendibilità”.

Riaccendere quella luce sarà difficile, quasi impossibile. Nel nostro piccolo abbiamo tentato di farlo con il libro “Mi cercarono l’anima. Storia di Stefano Cucchi”, che un anno fa ha rimesso in fila quelle “prove” oggi giudicate “insufficienti”. Ma l’attenzione mediatica alle videoregistrazioni delle letture dei dispositivi non è stata riversata nella consultazione analitica delle carte. È una responsabilità dell’informazione, che non dovrebbe sostituirsi ai legali difensori, e nemmeno ingraziarseli. A Chieti ad esempio c’è un radiologo che ha fornito un parere sulla schiena di Stefano Cucchi -determinante nella perizia della Corte d’Assise di primo grado- senza esaminare quella schiena quando il 31enne era ancora in vita. Per il semplice fatto che alcuni blasonati periti dell’Università di Milano non gli avevano fornito Tac ed Rx. Che c’erano, ci sono, esistono. Ma che il radiologo che avrebbe potuto riaprire la partita non ha voluto vedere. Luce spenta anche da quelle parti. Quando chi scrive ha chiesto chiarezza all’interessato, questi ha ammesso in tutta serenità d’essere “reticente”.

E in tutta serenità lo Stato se n’è andato, lasciando lacrime -ma non solitudine- ai Cucchi.

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