Ambiente / Opinioni

Resistere allo spaesamento, ritrovandosi

Terra, paesaggio, natura e radici: i cittadini-consumatori hanno perduto la malinconia e la memoria di se stessi. Carlo Levi suona la sveglia

Tratto da Altreconomia 208 — Ottobre 2018
© Photo by Luca Micheli on Unsplash

“La vita è triste, tra quei grattacieli, con tutte quelle straordinarie comodità, e gli ascensori, le porte girevoli, la metropolitana, e sempre case e palazzi e strade, e mai un po’ di terra. Viene la malinconia. La domenica mattina si saliva in treno, ma bisognava fare dei chilometri, per trovare la campagna”.

Sono parole di un migrante lucano degli anni 30 che cercò fortuna in America. Le trovate in quel libro-meraviglia che è “Cristo si è fermato a Eboli”, di Carlo Levi. Tra quelle parole ce n’è una che mi spacca cuore e testa: malinconia. Quei migranti, catapultati dalla povera campagna alla grande città, sono come quella rana che, gettata di botto nell’acqua bollente, schizza subito fuori e così non muore. Se a salvare la rana è l’istinto bruciante, a salvare i contadini dallo spaesamento è la malinconia.

Perché essere uomini significa avere legami con una storia, un luogo, uno sguardo: tenere vive le radici. La malinconia è quella sorta di collante che ti evita di spellarti dalla tua identità e da ciò con cui è cresciuta: le pietre del tuo Paese, il colore di un campo, il profumo di zagare, il profilo delle mura della tua città. È per non perdere la memoria di se stessi che quei migranti facevano chilometri e chilometri. Un rito domenicale per evitare di farsi ingurgitare da porte girevoli, metropolitane, grattacieli o, diremmo oggi, dalla tecnologia, dai social e dalla vita nevrotica della grande città. È il potere di quella malinconia che tiene in vita ciò che altrimenti sparirebbe, che non ci fa dubitare che la terra è un bene e non una merce scadente.

Dov’è finita la malinconia? Se si addormenta, diventiamo più indifferenti e perdiamo l’istinto di sopravvivenza rimanendo nell’acqua bollente. Prima dimentichiamo e prima evapora la nostra identità fatta di terra, paesaggio, natura, bellezza diffusa, patrimoni architettonici. Sradicati per benino, diventiamo migliori compratori e consumatori, ci disorientiamo più facilmente e non pensiamo più alla terra, alle radici e a scemate simili. E invece la malinconia è un antidoto intimo e cruciale per suturare le furbe disgiunzioni culturali che si sono piazzate tra noi e il paesaggio. Tra noi e il suolo. Tra noi e la natura. Tra noi e la bellezza. Tra noi e il non vergognarci di una vacanza passata lungo un fiume italico e non a Ibiza. E così via.

1935. Il fascismo ha provato a farlo tacere spedendolo in Basilicata. Ma Carlo Levi ha tramutato per noi quell’esilio in un antidoto allo spaesamento e allo smarrimento della memoria

Queste disgiunzioni culturali disorientano e sono pane per l’egoismo. Micro-secessioni, come le chiama Paolo Rumiz in “Secessione leggera”, che fanno da apripista a chi vuole sradicarci dicendo che sono gli altri, gli stranieri, a rubarci l’identità. Senza malinconia, le “peggio cose” diventano più facili a farsi: sputare nel paesaggio che abitiamo; cementificare i campi da cui arriva il cibo; deturpare le pinete costiere gettando rifiuti dall’auto; dare fuoco a una discarica abusiva; sversare vernici nel tombino fuori casa o tonnellate di perfluoroalchilici nel suolo come nel caso della Miteni in Veneto (tra tombino e Miteni, cambia solo la scala). Senza malinconia, nessun senso di colpa. Siamo rane immerse in acqua fresca che si scalda pian piano, e perdiamo il buon senso poco alla volta. Ci abituiamo alla comodità del tepore.

E poi, patatràc, crolliamo come il ponte a Genova, figlio anche lui di una disgiunzione cronica: quella dalla cultura della manutenzione. L’Italia può riscoprire la malinconia per la terra e da lì ripartire. Sentinelle della malinconia, ma come? Iniziamo a grattare via le croste dell’egoismo e dell’indifferenza dalla nostra pelle e seguiamo per chilometri il profumo della terra, senza vergogna.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “100 parole per salvare il suolo” (Altreconomia, 2018)

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