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Sette anni di conflitto e crimini di guerra in Yemen. Il ruolo dell’industria europea delle armi

Ola al-Aghbary, attivista per i diritti delle donne, ha fondato e dirige lo Sheba Youth Foundation for Developmen © UN Photo/Heba Naji

Dall’inizio del conflitto sono stati condotti più di 800 incursioni aere e 700 attacchi terrestri che hanno causato migliaia di vittime tra i civili. La Rete italiana pace e disarmo denuncia il coinvolgimento delle aziende produttrici di armi e torna a chiedere un’indagine della Corte penale internazionale su possibili crimini di guerra

Il 26 marzo 2015 iniziava in Yemen l’operazione “Decisive storm”: una vasta offensiva militare portata avanti dalle forze armate dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti contro i “ribelli” houthi e i militari fedeli all’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh. L’operazione militare diede inizio a un conflitto lungo sette anni, causando quella che l’Unicef ha definito “una delle più grandi crisi umanitarie al mondo, con oltre 23 milioni di persone che necessitano assistenza umanitaria, tra cui 13 milioni di bambini” e più di 377mila morti secondo i dati delle Nazioni Unite.

Come documentato dall’organizzazione yemenita per i diritti umani Mwatana for Human Rights, durante i sette anni di conflitto sono stati compiuti oltre 800 incursioni aeree e 700 attacchi terrestri che hanno causato più di 3mila vittime e 4mila feriti tra i civili. “Molti di questi attacchi aerei non sarebbero stati possibili senza forniture di armamenti europei. Fino ad oggi i governi e le aziende europee hanno continuato a sostenere la coalizione a guida saudita esportando bombe, armi e pezzi di ricambio così come servizi di manutenzione e addestramento. Inoltre, si sospetta che questi armamenti siano stati utilizzati in potenziali crimini di guerra”, denuncia la Rete italiana pace e disarmo.

Gli episodi in oggetto sono contenuti in una comunicazione che diverse organizzazioni impegnate per la tutela dei diritti umani (Amnesty international, Rete italiana pace e disarmo, il Centro europeo per i diritti umani e costituzionali (Ecchr), Campaign Against Arms Trade, il Centre Delàs di studi della Pace di Barcellona) hanno inviato nel dicembre 2019 alla Corte penale internazionale dell’Aia ricostruendo le dinamiche di 26 attacchi aerei compiuti dalla coalizione saudita che potrebbero essere classificati come crimini contro l’umanità.

Le Ong sottolineano come le esportazioni di armamenti da parte di aziende e Paesi europei abbiano favorito le operazioni militari e chiedono alla Corte di investigare sulle attività di Airbus defence e space, Bea System, Leonardo e Dassault aviation. In aggiunta vengono citate Raytheon Systems, Mbda France, Mbda UK e Rheinmetall (con la sua succursale italiana RWM Italia) e Thales che sarebbero direttamente o indirettamente responsabili di raid aerei ritenuti crimini contro l’umanità. “I responsabili in Europa che traggono profitto o alimentano il conflitto in Yemen devono essere ritenuti responsabili”, sottolinea la Rete italiana pace e disarmo. Che chiede di “esaminare sia la responsabilità penale dei dirigenti aziendali sia le pratiche e il coinvolgimento dei governi di Italia, Spagna, Francia, Germania e Regno Unito”.

I dati delle Nazioni Unite fotografano, infatti, una situazione drammatica: milioni di persone sono a rischio di fame, sfollamento e morte. A oggi, la comunità internazionale non ha fatto nulla per fermare gli attacchi contro i civili e, nonostante le palesi violazioni dei diritti umani che sono state documentate, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha votato nell’ottobre 2021 contro l’estensione del mandato del Gruppo di eminenti esperti sullo Yemen (Gee) incaricato di documentare le violazioni dei diritti umani nel Paese. “L’impunità per gli attacchi contro le popolazioni civili deve essere fermata, ed è per questo che è necessario che la Corte penale internazionale e le autorità nazionali di polizia indaghino sulla responsabilità penale degli attori aziendali e statali -chiede Rete italiana pace e disarmo-. Le strutture dell’industria europea delle armi richiedono indagini transfrontaliere e cooperazione per rintracciare completamente le responsabilità di tutti gli attori coinvolti. Aprendo un’indagine e coinvolgendo le autorità di polizia nazionali, la Corte penale internazionale potrebbe stabilire nuovi standard nella gestione cooperativa dei crimini internazionali”.

“Gli attacchi contro i civili sono quasi raddoppiati da quando l’organo di responsabilità delle Nazioni Unite che monitora le vittime e gli attacchi contro le infrastrutture civili è stato smantellato. A gennaio del 2022 è stata registrata l’uccisione o il ferimento di almeno un cittadino ogni ora, il più alto numero di vittime civili degli ultimi anni”, denuncia Jan Egeland segretario generale del Norwegian refugee council. Solo nel 2021 sono stati uccisi più di 2.500 civili (circa sette al giorno) e il Paese vive una drammatica crisi umanitaria: 31mila persone non hanno nulla da mangiare e -secondo le stime dell’Ong norvegese- entro giugno il numero di persone che rischiano di morire di fame toccherà quota 161mila. Una crisi a cui la comunità internazionale sta reagendo con estrema lentezza: servirebbero 4,2 miliardi di dollari per mettere in campo una risposta adeguata alla grave crisi umanitaria in corso ma al momento solo il 30% di questa cifra è stato coperto.

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