Esteri / Attualità

Il vento del separatismo soffia ancora sul Kashmir

Un attentato contro le truppe indiane, che occupano la regione, ha fatto crescere la tensione con il Pakistan. Ma le violenze contro la minoranza kashmira si stanno diffondendo anche nel resto del subcontinente, alzando la tensione in vista delle prossime elezioni politiche. Intervista all’antropologo Simone Mestroni, esperto dell’area

© Andrea de Franciscis

L’escalation militare tra India e Pakistan ha ricordato al mondo che la disputa per il Kashmir (un “conflitto a bassa intensità” che ha già fatto 70mila morti) può trascinare le due potenze asiatiche in una crisi nucleare. La popolazione locale -grande assente degli ultimi fatti di cronaca- vive una tensione costante che dura da 70 anni, oppressa dalla presenza militare indiana che si è macchiata di violenze, abusi, stupri e violazioni dei diritti umani verso i civili.

Lo scorso 14 febbraio un giovane militante kashmiri si è fatto esplodere contro un convoglio di truppe indiane uccidendo 49 militari, attacco vendicato dall’India con un’operazione aerea oltre la “Linea di controllo”, il confine di fatto con il Pakistan, innescando la più grave crisi degli ultimi 50 anni. Ripresa dai giornali di tutto il mondo, dopo controffensive e smentite, la crisi si è conclusa con il rilascio del pilota indiano catturato, un gesto di pace del premier pakistano Imran Khan che ha spiazzato la controparte, Narendra Modi, capo del Bjp, il partito espressione dell’ultradestra hinduista.

La questione del Kashmir è però rimasta sullo sfondo della narrazione, come i motivi che oggi spingono un 22enne a morire per il separatismo. “Bisogna rilevare le ragioni per cui il conflitto si perpetua con continuità nel tessuto sociale kashmiri, come il separatismo sia imbrigliato nel sentire delle persone comuni”, spiega ad Altreconomia Simone Mestroni, antropologo e filmaker che negli ultimi 12 anni ha seguito il contesto sotto un aspetto etnografico, autore del libro “Linee di Controllo”, Meltemi Editore (2018), che analizza la dimensione morale e politica del separatismo kashmiri. “Ho visto nella politica di Delhi verso il Kashmir quasi un forzare le cose portando la popolazione a un livello di frustrazione estremo: c’è una dimensione strutturale del conflitto che preme sulla soggettività, specie sui ragazzi tra i 10 e 25 anni -spiega Mestroni- un’età in cui l’idealismo si sovrappone alla dimensione ormonale, corporea, e da lì si innestano gesti di questo genere”.

L’India accusa il Pakistan di essere dietro l’attacco di febbraio offrendo protezione a gruppi terroristici. “Il sostegno logistico ed emotivo del Pakistan è strutturale. Si parla di una proxy war, una guerra non ufficiale su un territorio conteso che non era fatto di scontri aperti come quello recente: c’è stato un cambio di paradigma importante, non accadeva dal 1971 -spiega ancora Mestroni- Un altro cambio di paradigma è un attentato suicida con un numero di vittime così alto. Alla fine anni Novanta gli attacchi dei fedayn erano parte del conflitto kashmiri, il fatto che si siano ripresentati lascia intendere che possano ripetersi”.

“Ciò che più mi ha colpito è stato il trattamento dei kashmiri nel resto del subcontinente: la violenza comunalista sta diventando una caratteristica dell’India sotto il Bjp che funge da piattaforma legittimante”, commenta Mestroni in riferimento agli eventi di cronaca in cui gruppi nazionalisti ultrahindu hanno malmenato studenti e commercianti kashmiri in India in risposta all’attacco suicida: “C’è un clima di impunità e di normalizzazione nell’assimilazione dei kashmiri con i terroristi”.

Tra poco più di un mese inizieranno le elezioni politiche in India: la violenza e la polarizzazione su base comunalista è una costante alla vigilia delle elezioni, laddove molti partiti e il Bjp in primis, sono soliti cavalcare le line di divisione confessionale.  “Nella politica del subcontinente, la dimensione confessionale è fondamentale. Il fatto che esiste questa dimensione anche nel conflitto kashmiri è innegabile: la Partition dell’India Britannica (da cui è nato un Pakistan musulmano e un’India secolare ma a maggioranza hindu, ndr) è l’elemento generativo, la matrice delle politiche comunaliste – spiega Mestroni – a livello microsociale ci sono però varie affiliazioni emotive, le complessità sono molte, il livello di frantumazione è enorme. Ma la tendenza a polarizzare il discorso ‘hindu vs musulmani’, favorisce le parti e avvantaggia le forze egemoniche”. E non fa che rafforzare le aritmetiche elettorali del Bjp.

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