Altre Economie / Approfondimento

Presìdi di rigenerazione urbana: ecco le scuole che creano comunità

A partire dal Sud Italia, il racconto dei progetti che aprono le porte degli istituti comprensivi per rispondere ai bisogni delle realtà locali. Trasformando le diversità culturali e sociali in ricchezza, fuori e dentro le aule

Tratto da Altreconomia 214 — Aprile 2019
Da anni l’Istituto comprensivo San Donato (Sassari) è un presidio del territorio e un laboratorio di attività culturali e creative © TaMaLaCà

Sassari. San Donato, uno dei quartieri popolari più antichi della città. La scuola primaria di via Fontana ha circa 100 bambini, per oltre metà stranieri. Senegalesi, pakistani, cinesi stanno ripopolando queste strade, dove restano soprattutto i vecchi. Da anni l’Istituto comprensivo San Donato, di cui fa parte la scuola, è un presidio del territorio e un laboratorio di attività culturali e creative. Ne è un esempio il progetto “Brutti, sporchi e cattivi?”, grazie al quale alunni e residenti hanno realizzato un film che racconta il quartiere. “TaMaLaCà”, spin off sostenuta dall’Università di Sassari, ha ideato quest’iniziativa con la scuola e con l’associazione Nuovo Aguaplano: “ Volevamo riabilitare la percezione negativa del quartiere -racconta Elisa Ghisu di TaMaLaCà-. La stampa locale lo descrive con terrore, come una specie di Scampia, ma non è così. Il film nasce dalle storie degli abitanti che interpretano loro stessi ed è composto di tre cortometraggi”.

C’è la storia di Cesare, un anziano a cui la vicina nigeriana affida per una notte il figlio -selezionata da diverse cinerassegne-; il corto di animazione dei ragazzi delle medie, dove i fantasmi di un vecchio convento si animano; e una madre che racconta di quando si andava all’oratorio. TaMaLaCà aveva lavorato con l’Istituto comprensivo anche ad altri progetti, coinvolgendo i bambini in micro-azioni di trasformazione dello spazio urbano. La scuola, infatti, “qui è il principale motore delle iniziative di riqualificazione e integrazione culturale”, osserva Elisa. È così che un’area occupata dalle macchine è diventata un piccolo spazio pubblico con dei sedili. O che un’aula è stata trasformata in sala cinematografica mentre si girava il film. Il “Piccolo cinema San Donato” è ora disponibile per tutti, negli orari extrascolastici.

Il progetto “Brutti, sporchi e cattivi?” è stato finanziato dal ministero dei Beni culturali, grazie al bando “Scuola, spazio aperto alla cultura”, dedicato ai progetti dove gli spazi scolastici sono utilizzati per attività formative e culturali per i cittadini. Con questa iniziativa sono stati erogati 3 milioni di euro a 31 scuole, dalle primarie ai licei; per recupero di spazi dismessi, per esempio, allestimenti di musei o sperimentazioni di danza e teatro. Alcuni dei progetti più interessanti provengono dal Sud. Come “Magione We” a Palermo, promosso dell’Istituto comprensivo Amari-Roncalli-Ferrara con l’associazione “Clac”. “La nostra scuola primaria ha sede in un edificio storico di origine catalana in piazza Magione, nel ventre della città -dice la dirigente, Lucia Sorce-. Una bellezza non costruita, autentica, nascosta. Siamo partiti dall’idea di una scuola che si apre e diventa piazza, per creare un continuum tra gli spazi scolastici e piazza Magione”.

All’inizio, il lavoro degli architetti ha reso più accessibili il cortile e il giardino della scuola, con percorsi per le persone con disabilità e arredi-gioco, progettati insieme ai bambini. Poi, per due mesi, questi spazi sono stati aperti alla città nei fine settimana, con attività culturali e creative con gli artisti locali. Come in una festa di quartiere -con laboratori di circo e narrazione, musica e installazioni-, le famiglie sono state trascinate dai bimbi e c’erano anche alcuni turisti. “Una specie di miracolo -racconta Sorce-. Abbiamo lavorato tutti insieme divertendoci, al di là dei ruoli, creando una comunità a partire dalla scuola, nell’incontro tra famiglie e ceti sociali differenti”.

L’istituto di Palermo, per la sua bellezza storica, è anche un bene culturale da restituire al territorio. “Le scuole dovrebbero essere dei luoghi dove si produce cultura e dove la si accoglie -continua-. Hanno un ruolo importante nel tessere relazioni, non solo fra i bambini”.

La Drovetti di Torino, scuola pilota nel progetto di didattica innovativa, “Scuola centro civico” © Progetto “Scuola centro civico”

La continuità dei finanziamenti è un problema cruciale per le scuole che decidono di trasformare i propri spazi animando quartieri spesso difficili. Ma il loro ruolo è centrale nei processi di rigenerazione urbana. Un tema di cui si sta occupando una ricerca del Politecnico di Milano, con altre Università italiane, a partire da “un decreto del 1968, che indica un minimo di 18 metri quadri di suolo pro capite per servizi e attrezzature collettive, tra cui scuole e parchi”, spiega Cristina Renzoni, ricercatrice di Urbanistica. “Stiamo facendo una ricognizione di questo patrimonio pubblico e a Milano lavoriamo sulle scuole, considerando le loro potenzialità a diverse scale”. L’edificio, una possibile risorsa per un tessuto sociale più ampio; gli spazi interni ed esterni che si possono rimodulare per altre esigenze; la prossimità di strutture pubbliche come un parco o una biblioteca; e infine la scala urbana. “Se pensiamo alle scuole in quanto spazi pubblici su cui investire, dobbiamo immaginare come costruire una trama complessiva fatta di questi nodi”.

La strategia urbana, legata alla sfera politica, è per ora solo una prospettiva. Con qualche eccezione. Come Torino, che da tempo si muove in questo senso, in particolare con il “Laboratorio Città Sostenibile”, una struttura interistituzionale del Comune nata nel 1999. Con l’iniziativa “Cortili aperti”, i cortili scolastici sono stati utilizzati di pomeriggio come spazi pubblici di quartiere: un’idea semplice quanto innovativa, che si è affermata contro resistenze burocratiche e culturali. Nel 2018 è stato presentato al festival “Torino Design of the City” il progetto “Scuola centro civico”, che propone “un’idea della scuola come motore di microinterventi di riqualificazione, diffusi nella città”, spiega Piergiorgio Turi, architetto dell’Istituzione Torinese per un’Educazione Responsabile (ITER). “Ogni quartiere potrebbe avere una scuola di riferimento, aperta anche il pomeriggio per delle attività -continua-. Ne abbiamo individuate in via preliminare una ventina”. La scuola pilota è la Drovetti, nel quartiere Cenisia, una cerniera tra centro e periferia. Una struttura molto grande, in passato spopolata per casi di bullismo, ora in ripresa grazie alla didattica innovativa. Grazie a un finanziamento della Compagnia di San Paolo e da fondi europei, sarà il primo istituto aperto al quartiere tutto il giorno, uno spazio “ad alta densità educativa per bambini, ragazzi, famiglie e cittadini”. ITER gestirà dei “laboratori di cinema e teatro aperti a tutte le scuole e ci sarà un’ala dedicata alla didattica innovativa, con spazi attrezzati per le nuove tecnologie, nell’ottica di una rete urbana”, spiega Turi. E attorno ci saranno delle aree pubbliche destinate al verde, a orti didattici e allo sport.

“Ogni quartiere potrebbe avere una scuola di riferimento, aperta anche il pomeriggio per delle attività” – Piergiorgio Turi (ITER Torino)

Un’altra iniziativa del Comune di Torino è “Co-City”, per cui i cittadini possono proporre interventi di rigenerazione urbana. 12 progetti sui 32 finanziati riguardano istituti scolastici. Come la scuola dell’infanzia Vittorio Veneto, nella periferia torinese, che ha una storia ventennale d’innovazione pedagogica. Qui i bimbi vivono a stretto contatto con la natura, sperimentano il gioco libero e la creatività. Il giardino -pazientemente strappato al cemento- emerge dai palazzi circostanti ed è una sorpresa continua, con l’orto, il percorso botanico, le architetture del verde disegnate dai bambini in modo partecipato, i murales fatti da un gruppo di persone con disabilità mentale. Andrea Suman ha due figlie che hanno frequentato questa scuola e, da presidente dell’associazione “Scuola in verde”, ha contribuito, a titolo volontario, a scrivere il progetto finanziato da Co-City. “Questa è una scuola particolare, che ci ha dato tanto e che ci ha sempre coinvolto -dice-. Il giardino è aperto il pomeriggio per le famiglie: così abbiamo dato una mano per l’orto e la sistemazione del verde”. L’associazione esiste da poco e ha organizzato incontri nelle scuole, il sabato, aperti a tutti, sui rifiuti e sull’alimentazione. “Sono venute un centinaio di persone. Si è formata una rete: c’è molto bisogno di costruire relazioni”. Il progetto Co-City in questo quartiere riguarda, oltre alla Vittorio Veneto, un nido e un’altra scuola dell’infanzia. I lavori partiranno a breve: tra gli interventi in cantiere c’è la creazione di un orto urbano e di due laboratori -cucito e falegnameria-, per coinvolgere anche gli anziani e persone in condizioni di marginalità. “Perchè chi educa -dice Maria Antonietta Nunnari, storica dirigente della Vittorio Veneto, in pensione-, deve avere uno sguardo ampio verso la comunità. Non può rinchiudersi tra queste mura”.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia