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L’Europa vuole finanziare la ricerca militare, il “no” degli scienziati

Oltre 800 ricercatori e studiosi hanno firmato la petizione lanciata dalla campagna “Researchers for peace”: “Questi investimenti andranno ad alimentare la corsa agli armamenti, minando così la sicurezza in Europa o altrove”.

Fermare i finanziamenti europei alla ricerca militare. È questa la richiesta che arriva da più di ottocento, tra scienziati e ricercatori di 19 Paesi europei che hanno firmato la petizione online promossa dalla campagna “Researchers for Peace” e lanciata in occasione del vertice europeo del 28 giugno in cui i rappresentanti degli Stati Membri dell’Ue si sono incontrati per discutere del nuovo “Fondo europeo di Difesa” proposto dalla Commissione Europea.

In queste settimane, infatti, l’Unione europea sta definendo il prossimo ciclo di finanziamenti ordinari. Tra gli stanziamenti previsti, anche 13 miliardi di euro per il periodo 2021-2027 che andranno ad alimentare il nuovo “Fondo europeo di Difesa”, per il finanziamento della ricerca in ambito militare. “L’istituzione di un programma di ricerca militare all’interno dell’Unione Europea porterà ad un’accelerazione senza precedenti nella militarizzazione dell’UE”, avverte Stuart Parkinson, direttore esecutivo di Scientists for Global Responsibility.

Si tratta di stanziamento importante, a seguito del quale l’Ue diventerà uno dei primi quattro investitori nella ricerca in materia di difesa in Europa. Di fronte a questo scenario sono due le preoccupazioni principali dei firmatari della petizione. La prima è la sottrazione di risorse ad altri ambiti di ricerca: “L’Europa deve fare delle scelte su quale sia la tipologia di ricerca che intende finanziare: ogni euro può essere speso una sola volta”, sottolinea Jordi Calvo Rufanges dal Centre Delas di ricerca sulla Pace di Barcellona. Da qui la richiesta dei firmatari alla Ue di continuare a concentrarsi sugli investimenti nelle aree di ricerca civili, che migliorano la qualità della vita, contribuendo a risolvere problemi sanitari e ambientali.

Inoltre, gli investimenti nella ricerca militare inevitabilmente andranno “ad alimentare la corsa agli armamenti, minando così la sicurezza in Europa o altrove -si legge nel testo della petizione-. L’Europa, insignita del Premio Nobel per la pace nel 2012, dovrebbe invece finanziare una ricerca innovativa e coraggiosa, che contribuisca ad affrontare le cause profonde dei conflitti o la loro risoluzione pacifica”.

La campagna “Researchers for Peace” è promossa e condotta dalla Rete europea contro il commercio di armi (ENAAT) e da International Network of Engineers and Scientists for Global Responsibility, International Peace Bureau, Vredesactie (Paesi Bassi), Scientists for Global Responsibility (Regno Unito), Centre Delàs d’Estudis per la Pau (Spagna), Rete Italiana per il Disarmo (Italia) e Science Citoyenne (Francia).

Bram Vranken, attivista del movimento pacifista belga “Vredesactie”, smonta anche il falso mito secondo cui la ricerca militare può avere ricadute positive anche in ambito civile: “Questa obiezione poteva avere un senso nel passato, quando la ricerca militare era all’avanguardia nel settore della ricerca e dell’innovazione tecnologica -spiega-. Oggi in realtà questo è un falso argomento: la ricerca civile è molto più veloce, più efficiente e molto più trasparente”.

Altro argomento che viene portato avanti per sostenere l’esigenza di questi investimenti è il ritorno in termini occupazionali. La Commissione europea stima che il settore della difesa e il suo indotto impieghino circa 1,4 milioni di persone. Tuttavia, sottolinea ENAAT in un documento, questa cifra rappresenta meno dell’1% del totale della forza lavoro europea: “Gli investimenti nel settore della difesa creano meno posti di lavoro e a un costo più alto rispetto a qualsiasi altro settore”. Inoltre, si legge nel documento pubblicato sul sito della Rete europea contro il commercio di armi: “Gli investimenti nella ricerca militare spostano impieghi dal civile al militare, in un momento in cui in Europa già mancano lavoratori altamente qualificati nell’ambito dell’ingegneria o della ricerca tecnologica. Al contrario, lavoratori provenienti dal settore militare hanno le competenze necessarie per riqualificarsi professionalmente in altri settori, come ad esempio quello delle energie rinnovabili”.

Il piano per il Fondo Europeo della Difesa era stato lanciato dalla Commissione europea a fine 2016. I primi programmi (Progetto pilota e azione preparatoria sulla ricerca di difesa – PADR) sono già in fase di attuazione con un budget di 4,1 miliardi di euro per il periodo 2021-2027. Nel giugno 2017, la Commissione europea ha proposto un Programma europeo di sviluppo industriale per la difesa (EDIDP) che verrà votato il 3 luglio e il cui obiettivo è lo sviluppo di nuovi sistemi d’arma e relative tecnologie militari, che saranno destinati agli Stati membri. Anche in questo caso si tratta di un progetto pilota, con un budget per il 2019-2020 di 0,5 miliardi di euro in fondi UE, con contributi aggiuntivi attesi anche dagli Stati Membri. Per il 2021-2027, l’obiettivo è quello di avere un segmento di sviluppo all’interno del Fondo europeo di difesa con un budget di 8,9 miliardi di euro.

“Invece di fornire finanziamenti per nuove tecnologie militari, l’Unione Europea dovrebbe sostenere in maniera forte e coraggiosa ricerche innovative che possano aiutare ad affrontare le cause profonde dei conflitti contribuendo nel contempo alla risoluzione pacifica dei conflitti”, aggiunge Francesco Vignarca Coordinatore della Rete Italiana per il disarmo, partner della mobilitazione  “Researchers for Peace”.

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