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Ambiente / Varie

Salviamo i fiumi

Dal Bisagno all’Elsa, fino al Seveso. Perché i fiumi italiani non sono i reali "colpevoli" delle alluvioni. Nonostante gli obblighi di legge, per gli oltre 8mila “corpi idrici” non ci sono controlli né attenzione. Il nostro viaggio dal Seveso al Sarno

Tratto da Altreconomia 163 — Settembre 2014

Canalizzati, inquinati, costretti in percorsi forzati, con gli alvei alterati per grandi opere o prese idroelettriche. Sono i fiumi italiani, veri architetti del paesaggio, che il nostro Paese si è persino dimenticato di conoscere. Lacuna di cui il 22 dicembre 2015 potrebbe esser chiamato a risponderne. Quel giorno, infatti, l’Italia dovrà dimostrare all’Unione europea -che già dal 2007 ha avviato una procedura di infrazione a riguardo- di aver raggiunto gli obiettivi ambientali imposti dalla cosiddetta “direttiva acque”, approvata nel 2000 dal Parlamento e dal Consiglio europeo. Tra i suoi primi “scopi”, la norma comunitaria contemplava il contrasto ad “un ulteriore deterioramento” al fine di “proteggere e migliorare […] lo stato degli ecosistemi acquatici e degli ecosistemi terrestri e delle zone umide direttamente dipendenti dagli ecosistemi acquatici sotto il profilo del fabbisogno idrico”. Tradotto: difendere quel patrimonio di biodiversità e territorio rappresentato dai corsi d’acqua, i laghi, le acque sotterranee. Gli ultimi dati riferiti a quel che è stato fatto dall’Italia in materia di qualità delle acque nei primi dieci anni dall’approvazione della direttiva -recepita, con il rituale ritardo, tramite il decreto 152 del 2006- sono allarmanti.

Da quanto emerge infatti dalla “Relazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio sull’attuazione della direttiva quadro sulle acque (2000/60/CE)” depositata nel novembre del 2012 a proposito dell’Italia, “lo stato (ecologico, quindi della vita al loro interno, ndr) di poco più della metà dei corpi idrici superficiali italiani non è stato determinato”. E non è poco, visto che i “corpi idrici superficiali” presi in considerazione erano complessivamente 8.614, e di questi per l’88% fiumi (7.644). Un esito ancora più infausto è toccato poi allo “stato chimico” dei fiumi e dei laghi (e non solo) compresi negli otto bacini idrografici del Paese -che sono le Alpi orientali, il Bacino del Po, l’Appennino settentrionale, il Serchio, l’Appennino centrale, quello meridionale, la Sardegna e la Sicilia-: a questo prososito la Commissione ha descritto come “non noto” lo scenario di “oltre tre quarti dei corpi idrici superficiali in Italia”.
È questa scarsa conoscenza che vena di timore lo sguardo che il Paese volge ai fiumi, considerati soltanto quando esondano, com’è di nuovo capitato alla fine di giugno al Seveso a Milano per soli 50 millimetri di pioggia: da notare che dal 1964 ad oggi si sono verificati 76 eventi con pioggia superiore ai 50 mm/giorno; Legambiente, nel suo rapporto “L’Italia delle alluvioni” (maggio 2013), aveva nuovamente indicato il mandante: “i 16 comuni ‘metropolitani’ del bacino del Seveso -si legge nel documento- interessano una superficie territoriale pari a 13.731 ettari, ma di questi ben 9.500 sono interessati da edifici”. Un fiume di cemento che rende impermeabile il territorio e straordinaria un’ordinaria precipitazione.
Ma non è solo il cemento ad aver alterato la vita dei fiumi. L’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) ha di nuovo riconosciuto -nell’ambito di un manuale sul sistema di valutazione dei corsi d’acqua del giugno 2014- che “in particolar modo negli ultimi 50-60 anni, la morfologia e la dinamica della maggior parte dei fiumi italiani hanno subìto delle profonde trasformazioni, soprattutto a causa di vari interventi antropici”: costruzione di dighe, prelievo di sedimenti dagli alvei, interventi di canalizzazione, variazioni di uso del suolo.

“L’entità delle variazioni subite dagli alvei è stata considerevole […] e la larghezza ha subito generalmente una riduzione superiore al 50%, fino a valori dell’85-90%, mentre l’abbassamento del fondo è stato dell’ordine di alcuni metri ma, localmente, anche di 10-12 metri”.
Dunque è necessario (ri)conoscere e riqualificare, come del resto dal 1999 fa in maniera del tutto volontaria l’associazione di tecnici ed esperti del Centro italiano per la riqualificazione fluviale (Cirf, www.cirf.org).
“I fiumi -racconta ad Ae Andrea Nardini, responsabile ricerca e cooperazione internazionale del Cirf- non trasportano solo acqua ma anche sedimenti, energia, vita (come fauna ittica e altre specie). Forniscono servizi: acqua, per scopi irrigui, permettendoci di liberarci dei reflui, e sono vie di trasporto, di sviluppo, centrali anche per la pesca. A ogni evento calamitoso -aggiunge però Nardini- il primo annuncio che leggiamo sui giornali è “non ci sono i soldi per le opere”. Questa è una bugia. È vero che mancano i soldi ma non è vero che le opere risolverebbero il problema”. È il caso di Rio de Janeiro dove “i cittadini -come spiega Nardini- dinanzi a enormi problemi determinati da vere e proprie inondazioni urbane hanno risposto con un modello matematico affiancato alla trasformazione di piazze e zone ricreative in bacino di accumulo e di mitigazione. O ancora forme di raccolta dell’acqua piovana in piccoli serbatoi e a piccole dosi. Sono i sistemi urbani di drenaggio sostenibili, alternativi alle grandi opere inutili”. Il perché di questa inutilità lo mostra con alcune slide Andrea Goltara, che del Cirf è direttore, mentre sediamo al tavolo di un bar della stazione Centrale di Milano (“Il Seveso sarà già esondato”, dice scherzando mentre piove). Ruota tutto intorno al “fattore di rischio”, che nelle pianure invase da capannoni, agricoltura talvolta intensiva o abitati schizza ben al di sopra di quello registrato in condizione “normale”, con pianure “lasciate” al fiume, restituendogli spazio per allargamenti fisiologici, naturali.

Privilegiando i meandri ai canali, come ha fatto tra il 2002 e il 2014 l’Agenzia speciale per la regolazione dei corsi d’acqua e la difesa del suolo della Provincia autonoma di Bolzano nei confronti del torrente Aurino (53 chilometri, in foto di apertura). In un tratto di circa 390 metri di proprietà demaniale -“abbiamo giocato in casa”, confessa Caterina Ghiraldo dell’Agenzia- l’alveo del fiume è stato addirittura raddoppiato (da 30 a quasi 60 metri). “È un fatto che ha ricadute economiche”, tiene a ribadire Goltara, che in suo recente scritto sulla rivista “L’Acqua” ha messo in fila i numeri: “negli ultimi 20 anni le somme destinate al finanziamento di progetti di prevenzione del rischio idrogeologico (circa 400 milioni di euro all’anno), sono nettamente inferiori (poco più del 30%) di quelle stanziate per la realizzazione di interventi ed opere emergenziali, susseguenti eventi calamitosi”.

È la dinamica che sta conoscendo uno dei fiumi più inquinati d’Europa: il Sarno, il cui bacino abbraccia 39 Comuni campani, tra le province di Salerno, Napoli e Avellino. Qui la Regione guidata da Stefano Caldoro ha deciso di realizzare delle “vasche di laminazione”  (opere di ingegneria idraulica chiamate a fronteggiare piogge intense) dall’estensione complessiva pari a 60 ettari. Costo: 217 milioni di euro, di cui 200 milioni da fondi comunitari. Il punto -che ha preso la forma di una “richiesta cautelare sospensiva” al Tar di Salerno presentato nel gennaio 2014 dal “Comitato No Vasche, No Inquinamento – Si alla messa in sicurezza del fiume Sarno”- è che il drenaggio delle acque nelle casse potrà però portare in alcuni punti “gli inquinanti direttamente nelle falde che si trovano a pochi metri e quindi nella catena alimentare attraverso il prelievo dai pozzi irrigui e dello stesso acquedotto di Gori (Gestione ottimale risorse idriche, l’ente Gestore)”.

In un territorio in cui si sono registrati livelli di cromo 14mila volte superiori al limite previsto per legge. Le preoccupazioni del Comitato -come spiega Pasquale Milite, che vi collabora attraverso il coordinamento “Difendiamo salute&ambiente”– erano fondate, tanto che il Tar -rimandando al 9 ottobre prossimo una valutazione di merito- a marzo ha “ordinato” alla Regione di fornire “documentati chiarimenti” in merito ai dati sull’“inquinamento”.

E di buona ragione è munito anche Antonio Longo -ricercatore del Politecnico di Milano, membro del laboratorio Progetti e politiche per il territorio in seno al Dipartimento architettura e studi urbani (Dastu)- con cui ho appuntamento davanti alle Torri Ligresti di via Corelli, a Est di Milano. Per la prima volta è riuscito a portare sul posto gli assessori Pierfrancesco Maran (Mobilità e ambiente) e Chiara Bisconti (Benessere e sport)  del Comune di Milano. Fa loro strada  -con gli altri attivisti del Comitato Grande Forlanini-  in una delle ultime vere aree verdi nel Comune e, in parte, di proprietà del Comune di Milano. Sono strette tra i binari ferroviari del passante, viale Forlanini, la tangenziale Est e -poco oltre- il fiume Lambro. Sommandole e rendendole fruibili -sottraendole per una parte anche all’agricoltura intensiva-, potrebbero dar luogo al più grande parco urbano milanese, secondo per centralità cittadina al solo parco Sempione: il “grande” parco Forlanini. Idea che è diventata una proposta anche grazie a quel fiume che la metropoli “immersa” in un alto rischio idrogeologico ha canalizzato, inquinato e in parte dimenticato: il Lambro. Nella testa di Longo, infatti, c’è un progetto di rete ecologica che unisca le dismesse cave Melzi di Sesto San Giovanni a San Donato (Mi), già finanziato dalla Fondazione Cariplo che vede insieme l’Ente regionale per i servizi all’agricoltura e alle foreste (Ersaf), il Comune di Milano, il Politecnico -appunto-, l’Istituto di ricerca sociale (IRS), il Parco Media Valle Lambro e Legambiente Lombardia.
La vera “emergenza” per Longo e il Comitato è la conquista, metro quadrato per metro quadrato, delle particelle pubbliche necessarie al completamento del “grande” parco, aggredite dai cantieri e dai villaggi degli operai al lavoro sulla quinta linea metropolitana in (lento) divenire -quarta di nome, M4-, un già realizzato campo da golf da 14 ettari su aree del Comune tramite una concessione ventennale dal canone annuo poco al di sotto di 18mila euro, e, seppur al posto di un già esistente parcheggio per 300 auto sequestrate a raso, un mega silos di tre piani e 1.500 posti auto dal costo (pubblico) di 24 milioni di euro “garantito” Expo 2015. A poca distanza dall’inutilizzato Linate Parking.

E mentre insieme ad Alessandro Giacomel -architetto, anch’egli nel Dastu- consultiamo il progetto della “Rete”, Longo cita uno strumento fondamentale della riqualificazione fluviale: il “contratto di fiume”. “Tecnicamente -spiega Longo- è un Accordo quadro di sviluppo territoriale che prevede la presenza di più partner (dagli enti delle acque ai soggetti privati) e che permette di allocare fondi, di origine principalmente europea, destinati a politiche integrate. In quanto contratto viene sottoscritto condividendo principi e visione che hanno tre assi fondamentali: la sicurezza idraulica, la qualità delle acque e la qualità territoriale. Dove ciascuna non può contraddire l’altra”.

“I contratti -aggiunge ad Ae Giancarlo Gusmaroli del Cirf- sono autentici accordi partecipati tra enti e portatori di interesse diversi che ragionano su un’unità idrografica”. Sono 9 quelli sottoscritti in tutta Italia (oltre 250 in Francia) tra Lombardia (3), Piemonte (3), Emilia-Romagna (1), Abruzzo (1) e Puglia (1). Considerando anche quelli avviati verso la sottoscrizione o più semplicemente annunciati si raggiunge quasi quota 100. È un percorso, come quello di una dorsale ciclistica per il cicloturismo, che ha il suo habitat naturale lungo la bassa pendenza di un fiume. Paolo Pileri, docente di Tecnica e pianificazione urbanistica al Politecnico di Milano, è l’anima di VenTo -la via per “due ruote” di 687 chilometri che collega Torino a Venezia-.
“Il 40% degli oltre 40mila chilometri di ‘ciclabili lunghe’ in Germania (8 miliardi di euro è il valore) si sviluppa lungo i fiumi”. Tollerandone, con deferente rispetto, le dinamiche. Non importa se per natura un’esondazione di un fiume o torrente dovesse occupare lo spazio del tracciato: “lungo la Drava, in Austria -spiega Pileri- succede normalmente, o anche lungo il Danubio. Le grandi infrastrutture ci hanno convinto di poter vincere la natura, che è un’idea falsa e sbagliata”. —

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