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Diritti / Attualità

Rotta atlantica senza diritti. Reportage dalle Isole Canarie

Come nel 2006 le difficoltà di accesso all’Europa attraverso il Mediterraneo e le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla spingono le persone migranti a partire più a Sud dirigendosi verso le isole Canarie. Una traversata lunga e mortale

Tratto da Altreconomia 241 — Ottobre 2021

“Un viaggio del genere non lo affronterei nemmeno col mio fuoribordo da 200 cavalli” dice uno dei pescatori del paesino di Arguineguín. Le barche su cui arrivano dalle coste africane le persone migranti, di motore, ne hanno di solito uno da 20. Arguineguín, al Sud dell’isola spagnola di Gran Canaria, è uno dei punti di arrivo più frequenti della cosiddetta rotta atlantica delle persone in transito verso l’Europa, che ha visto un’impennata degli arrivi durante la seconda metà del 2020, con oltre 23mila persone sbarcate nel corso dell’anno, rispetto alle 2.700 del 2019 (dati del governo spagnolo). Si tratta della traversata dall’Africa occidentale alle Isole Canarie, territorio spagnolo nell’oceano Atlantico. I Paesi di origine delle persone che affrontano questa rotta sono prevalentemente Mali, Senegal, Marocco e Sahara Occidentale, Costa d’Avorio e Guinea-Conakry, ma anche Mauritania, Gambia e Nigeria.

Il viaggio in mare, a seconda del punto di partenza, copre una distanza che va da un centinaio fino a duemila chilometri. Significa trascorrere giorni e notti a bordo di piccole imbarcazioni sovraffollate, ancora più precarie per la recente tendenza all’utilizzo di gommoni, anziché barche di legno. Sono frequenti i problemi al motore, così come il disorientamento, e le persone a bordo possono restare alla deriva per giorni, se non settimane. Quando le scorte di acqua e cibo finiscono, l’unica speranza è essere avvistati da un’imbarcazione di passaggio, spesso navi mercantili o pescherecci, che possono allertare i soccorsi.

Si tratta di un’area di oceano molto vasta, il che complica notevolmente le operazioni del Salvamento marítimo, l’ente civile alle dipendenze del governo incaricato dei salvataggi. Disidratazione e ipotermia sono i due problemi riscontrati più di frequente dalla Croce Rossa, che si occupa della prima assistenza a terra, e sono anche le ragioni per cui molti non sopravvivono alla traversata. Ad aprile 2021, nella peggiore tragedia documentata lungo questa rotta, è stata avvistata alla deriva una barca con a bordo i corpi senza vita di 24 persone insieme a tre sopravvissuti, trasferiti in elisoccorso all’ospedale. Uno di loro, maliano, ha poi raccontato a El Pais di come fossero partiti in 59 da Nouakchott, capitale della Mauritania. Un racconto di 22 giorni in mezzo al niente, dei problemi al motore, delle scorte di acqua esaurite e del mal di mare, delle preghiere e di coloro che si sono buttati in acqua in preda al delirio, delle lacrime per l’amico e i cugini tra i primi ad andarsene, dei corpi gettati a mare giorno dopo giorno, e di quando la forza per farlo non c’era più. 

Frequenti sono anche i naufragi. “La polizia si fa corrompere, lascia partire le barche anche quando sanno che il mare sarà agitato”, racconta Ibrahim, partito, come molti, da Dakhla, nel Sahara Occidentale. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha registrato un totale di 849 morti lungo questa rotta nel corso del 2020. Si stima però che i numeri reali siano molto superiori, in quanto moltissime tragedie restano non documentate. A giugno di quest’anno un’imbarcazione salpata probabilmente dalla Mauritania è stata rinvenuta in acque caraibiche, a Tobago: 15 i cadaveri a bordo, in avanzato stato di decomposizione, alla deriva per quasi 5mila chilometri. L’organizzazione Caminando fronteras, attraverso contatti con le famiglie nel Paese di origine e con altre Ong, stima il numero di vite perse nel 2020 a 1.851. Il bilancio è di 1.922 durante i soli primi sei mesi del 2021, facendone probabilmente la via più pericolosa per raggiungere l’Europa. 

La rotta atlantica però non è una novità. Utilizzata sin dagli anni Novanta, ha visto un picco nel 2006, con oltre 31mila arrivi, conosciuto come la “Crisis de los cayucos”, dal nome delle barche in legno con decorazioni colorate tipiche di Senegal e Mauritania. La crisi del settore della pesca artigianale, dovuta all’eccessiva pratica di quella industriale, se da un lato ha pesato notevolmente sull’economia locale, dall’altro ha reso disponibile una flotta di imbarcazioni non utilizzate. Lo stesso fenomeno ha contribuito alla riapertura attuale, in parte a causa di attività illecite di quelli che si suppone essere pescherecci cinesi, e in parte a causa delle flotte europee. “Il governo ha venduto il mare, per questo ce ne siamo dovuti andare”, lamenta Ousseynou, un pescatore della Mauritania che ha scelto questa via in cerca di una vita più dignitosa. 

Altri fattori da considerare sono l’impatto economico della pandemia e il doppio colpo di Stato in Mali, nell’estate del 2020 e primavera del 2021, oltre alle motivazioni individuali per cercare protezione al di fuori del proprio Paese. “In Costa d’Avorio sono malvisto perché sono omosessuale -rivela un ragazzo che desidera rimanere anonimo-. Ovunque andassi m’insultavano, sono stato picchiato e minacciato di morte.” Abi, 18 anni, del Gambia, racconta di essere partita per evitare un matrimonio forzato. Amina, una donna ivoriana di 27 anni, spiega come la mutilazione genitale femminile sia ancora pratica diffusa nel suo Paese, spingendola a fuggire con la sua bambina di cinque anni: “Per me è troppo tardi, ma non per mia figlia”.

Nei primi sei mesi del 2021 “Caminando fronteras” stima che lungo la rotta atlantica abbiano perso la vita 1.922 persone. Nel 2020, in totale, erano state 1.851

Le similitudini con il 2006 non si limitano alla crisi dell’economia legata alla pesca. Infatti, osserva Sara Prestianni, responsabile del programma migrazione e asilo di Euromed rights, la storia del 2006 ci insegna del collegamento tra la stretta sui confini a Nord del Marocco e lo spostamento a Sud delle partenze. Gli arrivi di persone migranti in Spagna peninsulare o alle Isole Baleari, che ammontavano a 55mila nel 2018, sono diminuiti fino a 17mila nel 2020. La pandemia ha determinato la chiusura dei confini di terra tra il Marocco e le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla, in precedenza utilizzabili dai cittadini marocchini muniti di passaporto. Questo fattore si somma, nel 2006 come oggi, alla volontà da parte del governo spagnolo di limitare gli ingressi irregolari nel proprio territorio, anche attraverso accordi con il Marocco per l’intercettazione delle imbarcazioni. È Manuel Capa, membro del Salvamento marítimo, a raccontarne una delle dinamiche, in atto a partire dal 2018 nelle acque del mare di Alborán e dello stretto di Gibilterra.

“Il Salvamento marítimo viene inviato nei pressi di un’imbarcazione (di persone migranti, ndr) e riceve istruzioni di non intervenire salvo situazioni di emergenza, fino all’arrivo di un mezzo della Marina marocchina che poi riporta le persone in Marocco. Legalmente non si tratta di un respingimento, ma moralmente lo è”. Un altro fattore da considerare, spiega ancora Sara Prestianni, è l’aumento dei respingimenti per procura attuati dalla cosiddetta Guardia costiera libica nel Mediterraneo centrale. E aggiunge: “Se osserviamo la situazione con uno sguardo globale, appare evidente come la difficoltà di accesso a una rotta non chiude il passaggio, ma lo sposta”. 

Un piccolo accampamento informale utilizzato da un gruppo di persone migranti di origine marocchina lungo la costa vicino a Las Palmas, Gran Canaria nel maggio 2021 © Chiara Fabbro

Una volta arrivati a terra il dramma dei sopravvissuti non finisce. Il governo spagnolo ha infatti implementato il cosiddetto “Plan Canarias”, volto a tenere più persone possibile sulle isole per organizzarne quanto prima il rimpatrio. Con un numero così grande di arrivi la situazione si è rivelata di difficile gestione per queste piccole isole. Il risultato è stato a fine 2020 il “muelle de la verguenza”, con migliaia di persone accolte per oltre tre mesi in tende affollate allestite direttamente sul molo di sbarco delle operazioni di soccorso ad Arguineguín. Per un periodo sono stati anche sfruttati gli hotel svuotati dalla pandemia, con il doppio vantaggio di fornire un’accoglienza dignitosa e offrire un supporto finanziario a un’industria del turismo sofferente. Una soluzione non ben vista da tutti, anche perché “strumentalizzata politicamente dai partiti di destra intenzionati a mettere in cattiva luce le scelte del governo”, spiega Marifè Navarro, della Red canaria por los derechos de las personas migrantes. Le persone migranti sono state quindi trasferite in nuovi campi allestiti ad hoc, oltre ai centri per i più vulnerabili. La fama delle pessime condizioni di alcuni dei campi, unita alla paura di essere deportati, ha a questo punto spinto molti ad uscire dalle maglie dell’accoglienza ufficiale, trovandosi così a vivere in strada o in sistemazioni di fortuna.

L’avvocata di Las Palmas di Gran Canaria, Yadira González Rueda, specializzata in diritto dell’immigrazione, racconta di aver denunciato, a inizio del 2021, la limitazione illecita dello spostamento all’interno del territorio spagnolo delle persone migranti. Ostacolo incontrato da chi voleva raggiungere famigliari e amici nella penisola. Nell’aprile scorso, una sentenza ha dichiarato il diritto alla libera circolazione sul territorio nazionale di coloro che abbiano presentato domanda di protezione o che siano muniti di passaporto, permettendo a molti di lasciare le isole. Questo non ha però risolto il problema per tutte le persone senza documenti e in attesa di presentare domanda d’asilo. “Siamo nelle loro mani, mi sento bloccato qui”, lamenta un giovane uomo ivoriano alloggiato nel campo de Las Raices, a Tenerife.

“La polizia si fa corrompere, lascia partire le barche anche quando sanno che che il mare sarà agitato” – Ibrahim

Fuori dal campo riecheggia tra i residenti “mañana” -domani-, la parola spagnola che tutti qui imparano subito, in quanto risposta ad ogni richiesta. González Rueda riferisce inoltre di aver riscontrato che la maggior parte degli avvocati d’ufficio incaricati delle prime formalità all’arrivo delle persone migranti, non avendo competenze in materia d’asilo, abbia spesso firmato l’ordine di riammissione senza informare i propri assistiti dei loro diritti. Questo ha lasciato un gran numero di persone esposte al rischio di rimpatrio, non avendo presentato domanda d’asilo. In risposta, il Collegio degli avvocati di Las Palmas ha di recente stilato una guida volta a tutelare i diritti fondamentali delle persone in transito.

Si osservano pertanto alcuni miglioramenti nella gestione della situazione sul territorio spagnolo. Al tempo stesso però i campi del Plan Canarias, le condizioni inadeguate di alcuni dei quali sono state denunciate da Amnesty International, sono ancora in uso. Inoltre, come nel 2006, la risposta alla situazione da parte del governo si è tradotta in accordi con i Paesi di partenza (o nel consolidamento di quelli pre-esistenti) -Marocco, Senegal e Mauritania- volti a contenere gli arrivi e facilitare le riammissioni. Le conseguenze di queste politiche non sono difficili da immaginare. Come riferisce l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, le imbarcazioni si spingono più al largo per evitare di essere intercettate, rendendo questa rotta sempre più pericolosa. “Con l’esternalizzazione delle frontiere -commenta Manuel Capa- le violazioni dei diritti umani si lasciano fare ad altri Paesi e la moralità europea resta pulita”. 

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