Esteri / Attualità

Per i profughi Rohingya il ritorno a casa è ancora lontano

A due anni dallo scoppio delle violenze in Myanmar contro la minoranza musulmana, oltre 900mila persone vivono ancora in condizioni difficili nei campi profughi in Bangladesh. Pochissimi gli atti concreti per consentire loro di tornare nel Paese d’origine in condizioni di sicurezza. Medici Senza Frontiere chiede maggiori “sforzi diplomatici” alla comunità internazionale

Una vista del campo di Kutupalong © MSF

Sono passati due anni dallo scoppio delle violenze che hanno portato oltre 745mila uomini, donne e bambini appartenenti alla minoranza Rohingya a fuggire dal Myanmar guidato da Aung San Suu Kyi per cercare rifugio nel vicino Bangladesh. In quei giorni, l’esercito birmano ha sgomberato e distrutto centinaia di villaggi nello stato di Rakhine provocando la morte di almeno 6.700 persone nel primo mese dopo lo scoppio delle violenze. Tra cui 730 bambini al di sotto dei cinque anni.

“Negli ultimi due anni sono stati fatti pochissimi sforzi concreti per affrontare le cause della discriminazione dei Rohingya e consentire il loro ritorno a casa in sicurezza”, dichiara Benoit de Gryse, responsabile delle operazioni MSF per Myanmar e Malesia. “I Rohingya possono avere qualche possibilità di un futuro migliore, solo se la comunità internazionale rafforza gli sforzi diplomatici con il Myanmar e sostiene un maggiore riconoscimento legale per questo gruppo, che al momento non ha praticamente alcun potere”.

Ancora oggi, infatti, i profughi Rohingya sono costretti a vivere ai margini della società in tutti i Paesi in cui si sono rifugiati. In Bangladesh –più precisamente nel distretto di Cox’s Bazar- oltre 912mila profughi continuano a vivere negli stessi piccoli ripari temporanei di plastica e bambù messi in piedi al loro arrivo; inoltre a causa delle restrizioni su spostamenti e possibilità di lavoro restano completamente dipendenti dagli aiuti umanitari. Molte delle patologie che MSF tratta nelle proprie cliniche a Cox’s Bazar sono il risultato delle misere condizioni di vita che i Rohingya devono affrontare nei campi, a cominciare dallo scarso accesso all’acqua pulita e dal numero insufficiente di latrine. Medici, infermieri e psicologi dell’organizzazione umanitaria continuano a trattare decine di migliaia di pazienti al mese, e hanno effettuato oltre 1,3 milioni di visite mediche dall’agosto 2017 a giugno 2019. Con i bambini impossibilitati a frequentare la scuola, le future generazioni hanno scarse possibilità di migliorare la propria condizione.

Anwar, 24 anni, vive nel campo di Kutupalong e sogna di poter ritornare in Myanmar, dove lavorava come insegnante: “Siamo sconvolti dalle condizioni di vita nel campo. Non abbiamo abbastanza cibo. Vogliamo solo tornare a casa, non voglio restare un secondo di più. La nostra speranza è di trascorrere la nostra vita in Myanmar”.

Ritornare a casa, però, e soprattutto farlo in condizioni di sicurezza e nella piena tutela dei propri diritti non è facile. A metà agosto, i governi di Bangladesh e Myanmar hanno stretto un accordo per avviare le operazioni di rimpatrio di 3.540 profughi, i cui nomi sono stati autorizzati dal governo guidato da Auung San Suu Kyi. Ma, come riferisce il quotidiano britannico Guardian, per due volte, gli autobus diretti verso lo stato del Rakhine sono rimasti vuoti. “Quattro famiglie che si trovavano nel campo di Shalbagan a Cox’x Bazar, avevano inizialmente espresso il motivo di tornare a casa –scrive il quotidiano citando fonti del governo bengalese-. Erano quasi saliti a bordo, ma sono stati dissuasi da altri rifugiati che hanno detto loro che non avrebbero potuto tornare nei loro villaggi d’origine né ottenere la cittadinanza”.

Pazienti in attesa di una visita presso il centro sanitario di MSF a Jamtoli. Dall’agosto 2017 a giugno 2019 l’organizzazione ha effettuato oltre 1,3 milioni di visite mediche © MSF

Intervistati da Human Rights Watch, alcuni rifugiati hanno dichiarato di essere spaventati dall’ipotesi del rimpatrio e che non si sentirebbero sicuri in Myanmar, dove hanno subito violenze e persecuzioni sistematiche. Inoltre a tutti gli ex profughi viene richiesto di firmare una “National verification card” che li identifica come cittadini stranieri e, di conseguenza, nega loro il diritto alla cittadinanza: “Se prenderemo questo documento, le autorità del Myanmar non ci riconosceranno mai come Rohingya”, ha spiegato uno dei rifugiati intervistati da HRW.

In Myanmar vivono tra i 550 e i 600mila Rohingya che, in base a una legge sulla cittadinanza del 1982, sono di fatto apolidi. Negli ultimi anni sono stati privati di ancor più diritti: dall’inclusione civica al diritto all’istruzione, dalla possibilità di sposarsi alla pianificazione familiare, dalla libertà di movimento all’accesso alle cure mediche. A seguito delle violenze scoppiate nel 2012, che hanno portato alla distruzione di molti villaggi, circa 128mila musulmani Rohingya e Kaman nel Rakhine centrale vivono in campi sfollati sovraffollati e precari. Poiché viene negata loro la libertà di movimento, di lavoro, nonché l’accesso ai servizi di base, dipendono esclusivamente dagli aiuti umanitari.

“A due anni dalla pulizia etnica ai danni della popolazione Rohingya effettuata dai militari del Myanmar, il governo continua a negare che le sue truppe abbiano commesso atrocità”, ha commentato Phil Robertson, vice direttore per l’Asia di Human Rights Watch. L’associazione per la difesa dei diritti umani torna quindi a chiedere che il governo birmano smetta di ostacolare le indagini sui crimini commessi ai danni della minoranza musulmana e che le Nazioni Unite hanno definito apertamente come un genocidio.

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