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Ambiente / Approfondimento

Ripensare l’immaginario per raccontare l’Antropocene

La Val d’Astico nelle Prealpi vicentine © istockphoto.com

Per geografi, geologi e filosofi è tempo di parole nuove per spiegare come curare il Pianeta al collasso. Dalle cartografie ai percorsi universitari, c’è chi prova a pensare futuri diversi oltre il catastrofismo e le distopie

Tratto da Altreconomia 240 — Settembre 2021

“Le macerie non ci fanno paura perché portiamo un mondo nuovo nei nostri cuori”. Le parole dell’anarchico spagnolo Buenaventura Durruti (1896-1936) sono state prese a prestito dai giovani del campo sportivo Gigi Piccoli di Verona (che ospita anche il Gruppo d’acquisto sociale e mercato contadino “GasP”) nella notte dell’8 luglio 2021, quando il campo è stato distrutto da una tempesta. Pochi giorni prima, Mauro Varotto e Antonia De Vita si trovavano lì a presentare il libro “Viaggio nell’Italia dell’Antropocene” (Aboca, 2021) e a dialogare sulla “geografia che ci attende”, mentre “la Terra scompare”.

Ma come raccontare questo “mondo nuovo” mentre i segni dell’Antropocene sono sempre più visibili? Per farlo, Antonia De Vita -docente di Pedagogia generale all’Università di Verona e direttrice del master in “Saperi in transizione. Strumenti e pratiche per una cittadinanza ecologica e globale” con le Università di Parma e Trento- esercita il pensiero “ecofemminile” e un approccio che si radica nei territori e nelle comunità. “Nutrire nuovi immaginari è fondamentale in questo momento in cui la nostra cultura si sta concentrando sulle distopie e fatica invece a coltivare utopie e visioni promettenti di futuro”. Di mezzo c’è un cambio di paradigma: “La possibilità di rimettere in gioco nuove sintonie con il vivente appoggiandosi a una prospettiva ecofemminista, fatta di primato della vita, di nuove alleanze con le specie, in cui la natura è soggetto e non più oggetto, e che metta al centro la fitta trama di relazioni e connessioni che tessono il vivente, permettendo un cambio di rotta anche affettivo nei nostri rapporti con la terra”. Antonia De Vita si chiede, con Alex Langer, come possiamo tornare a essere dei “viaggiatori leggeri”. Conversione (ecologica), decentramento (dell’umano, in favore della natura) e interconnessione sono le tre parole che lei mette al centro di questo percorso per “tornare a sentirsi parte di un sistema vivente”. Così è possibile “nutrire immaginari di futuro che non sono di là da venire, come l’utopia suggerisce, ma sono le esperienze già in corso a livello planetario: nuovi modi di stare sulla Terra”.

La Val d’Astico nelle Prealpi vicentine ©  istockphoto.com

Anche secondo Matteo Meschiari, professore di Geografia e antropologia all’Università di Palermo (lagrandestinzione.wordpress.com), occorre costruire narrazioni capaci di andare “oltre ogni utopia e distopia per arrivare a una piena consapevolezza del problema-Antropocene”. Con le sue scritture -come in “Antropocene fantastico” (Armillaria, 2020)- Meschiari pratica un “realismo fantastico, un’esplorazione dei possibili, per immaginare nel modo più concreto possibile un futuro diverso da quello già scritto”. “In un mondo di nuovi schiavi e di oligarchi economici al comando di un Pianeta al collasso, la scrittura e ogni altra forma di narrazione dovrebbero tornare a concentrarsi e a raccontare le pratiche del mutuo appoggio”, afferma. Solo così la scrittura nell’Antropocene può essere “pratica democratica”. A partire da poche regole, secondo Meschiari: “Non derogare mai alla complessità”, “evitare rappresentazioni banali e tradizionali della catastrofe e del collasso” e “inventare mostri nuovi che rendano giustizia all’enormità dell’evento Antropocene e ci aiutino a comprendere i fatti che ci attendono”. La scrittura può svolgere infatti “una funzione narratologica molto concreta: moltiplicare gli scenari per individuare delle alternative allo status quo”.

Un esempio lo porta il geologo Dario Zampieri dell’Università di Padova nel suo libro “Una valle nell’Antropocene” (Cierre, 2019), ambientato nella Val d’Astico, nelle Prealpi vicentine, quando richiama l’attenzione sull’importanza di rendere visibili -anche attraverso il racconto- i segni dell’intervento dell’uomo sul paesaggio. Zampieri -che è stato coinvolto dal 2012 nell’analisi del progetto di prosecuzione dell’autostrada A31 Nord su incarico del Comune di Besenello (TN)- ha messo in luce la pericolosità del versante a monte della storica frana Marogna, antica di nove secoli, e visibile prima che lì fosse costruita una spianata artificiale che ha cancellato la testimonianza delle forze naturali su questo territorio.

150 milioni di euro in dieci anni è il costo per avviare una nuova carta geologica nazionale in scala 1 a 50mila. Il progetto è fermo per mancanza di finanziamenti

“Tra i giovani di oggi ci sarà il futuro sindaco, o sindaca, di Valdastico (VI) che, non avendo percezione di cosa c’era e conoscendo solo una spianata artificiale, potrebbe un giorno autorizzare un’opera nel sito tuttora più pericoloso della valle”, riflette. Secondo Zampieri per fare prevenzione, è fondamentale conoscere i pericoli naturali del proprio territorio, aiutandosi con la cartografia geologica. Che è tuttavia carente in questo ambito: “L’unico progetto completo della carta geologica nazionale è a scala 1 a 100mila: significa che un centimetro nella carta rappresenta un chilometro nella realtà. È uno strumento che offre un’idea generale, ma non molto operativo”, spiega, infatti è stato completato circa mezzo secolo fa. Il progetto di avviare una nuova mappatura in scala 1 a 50mila è fermo per mancanza di finanziamenti. “Per completarlo, servirebbero 150 milioni di euro in dieci anni. Una cifra ridicola se paragonata a certe opere inutili e dannose -osserva-. Il fatto è che non si vuole conoscere il territorio perché questa conoscenza comporterebbe una responsabilità nel mettere dei vincoli stringenti sulla pianificazione”.

Anche il filosofo delle scienze biologiche Telmo Pievani e il geografo Mauro Varotto dell’Università di Padova credono nel “potere della cartografia”, oltre che nella sua efficacia per parlare dei problemi del Pianeta a un pubblico ampio. Il linguaggio della cartografia, infatti, è “complesso e stratificato, ma universale e intuitivo, poiché comunica con i colori, in cui tutti si riconoscono grazie a una minima alfabetizzazione cartografica condivisa”, osserva Varotto. Il loro libro “Viaggio nell’Italia dell’Antropocene” si apre con una mappa del 1940, curata dal geografo Bruno Castiglioni e oggi esposta nel Museo di Geografia dell’Università di Padova, in cui l’Italia è ridotta a un’esile silhouette peninsulare. Gli autori hanno scelto di proiettarla nel futuro, grazie all’elaborazione grafica di Francesco Ferrarese, giocando con l’analogia: “Richiamiamo qualcosa che è già accaduto usando la toponomastica presente e creando così un cortocircuito in chi guarda la mappa. Rendersi conto adesso delle trasformazioni in atto è l’unica possibilità per agire”, dice Varotto.

Il libro è nato da una collaborazione tra diverse discipline: “Il riscaldamento globale e l’Antropocene sono processi contro-intuivi, non lineari; abbiamo un problema di immaginazione nel farli nostri e non riusciamo a narrarli”, spiega Pievani. Da qui l’idea di chiedere aiuto ai demografi e ai biologi marini impegnati nello studio del riscaldamento del mar Mediterraneo: “Dalla mescolanza possiamo generare linguaggi nuovi da usare anche nell’incontro con il pubblico”, sottolinea. Non bastano più, infatti, le conferenze e le presentazioni frontali, occorre trovare altre forme per parlare a un pubblico più ampio, come le graphic novel o i podcast, per rendere i dati forniti da report internazionali accessibili e far crescere la consapevolezza. Tornando sempre alla dimensione locale, “che ci aiuta a riportare un discorso globale al nostro quotidiano, uscendo dall’astrazione per ritrovare concretezza”. Pievani e Varotto ci portano in un serio “catastrofismo illuminato”, non guidato dall’esasperazione, ma fondato sulla scienza: “Essere catastrofisti non serve, ci si arriva da soli, ma il messaggio è che non tutto è perduto e molto dipende ancora dalle nostre scelte”.

Antonia De Vita le chiama “prove di futuro”, un innesto nella visione duale distopia-utopia. Ai 18 studenti del master ha proposto un esercizio di immaginazione del domani: “Non ne è uscito un futuro tanto diverso da quello che già vivono, piuttosto un profondo cambio di tonalità e di sensibilità”. Colori da accentuare, come in una mappa, “per continuare a costruire un mondo diverso da quello che ci attende”, come ha detto il gruppo Gigi Piccoli all’indomani della tempesta.

Oltre ai testi citati nell’articolo, per chi volesse approfondire suggeriamo i libri dello scrittore statunitense Jeff VanderMeer, ideatore del sottogenere di narrativa fantastica chiamato new weird, e “Che cos’è la transizione ecologica” (Altreconomia, 2021) con un contributo di Antonia De Vita con Marco Deriu e Francesca Forno

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