Diritti / Attualità
Rinchiuso in Albania nonostante l’Hiv e la fragilità psichiatrica. La storia di Ibrahima

Finito al Centro di permanenza per il rimpatrio di Gjadër dopo un peregrinare tra i Cpr di Brindisi e Torino, un giovane in condizioni psicofisiche gravi ha patito una detenzione illegittima durata 125 giorni. Senza che nessuno si preoccupasse delle sue patologie. “Un caso eclatante del fallimento del ‘sistema Albania’”, spiega l’avvocato Giovanni Papotti che il 28 maggio ne ha ottenuto il rilascio
Difficilmente Ibrahima, nome di fantasia, dimenticherà gli ultimi quattro mesi di inferno vissuti chiuso nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Prima a Brindisi, poi a Torino e infine nella struttura albanese di Gjadër. Dei 125 giorni vissuti in detenzione l’uomo, però, non avrebbe dovuto spenderne neanche uno perché è affetto da Hiv ed è “pluritossicodipendente”: per questi motivi mercoledì 28 maggio è stato finalmente dichiarato non idoneo al trattenimento.
“Un caso eclatante -sottolinea il suo avvocato Giovanni Papotti di Torino- che rende l’idea del fallimentare sistema albanese e del mancato rispetto dei diritti delle persone nei Cpr: il mio assistito non doveva essere trattenuto né tantomeno trasferito in Albania. Le responsabilità sono gravi e diffuse”.
Il girone infernale di Ibrahima comincia il 23 gennaio 2025. Uscito da un istituto penitenziario toscano dopo nove mesi di detenzione, una volante lo aspetta per portarlo al Centro di permanenza per il rimpatrio di Brindisi-Restinco perché non ha un permesso di soggiorno: non per quella “alta pericolosità sociale” sbandierata nei giorni scorsi dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha dichiarato che in Albania vengono rinchiusi “solo persone che hanno scontato pene per reati gravi”.
Quando l’uomo arriva a Brindisi ha già con sé il certificato di “idoneità al trattenimento” perché un medico dell’azienda sanitaria toscana ha dato il via libera alla possibilità che venisse rinchiuso in un Cpr. Ne riporta le “buone condizioni di salute” e l’assunzione di due distinti farmaci: il Seroquel (prescrivibile per disturbo depressivo maggiore e schizofrenia) e il Tranquirit (ansiolitico).
All’arrivo a Brindisi, il dottore del Cpr gestito da Consorzio Hera Scs, riporta che l’uomo è “fortemente impaurito dalla permanenza nel centro e riferisce di essere stato tossicodipendente”. Lo stesso medico, pochi giorni dopo l’ingresso in struttura, sostituisce la terapia prescrivendo Quetiapina e Rivotril, farmaco antiepilettico a base di benzodiazepine. Per 49 giorni l’uomo continua l’assunzione quotidiana di questi farmaci ma non viene sottoposto a nessuna visita psichiatrica né specialistica del Servizio pubblico per le dipendenze (SerD).
Ibrahima a fine marzo viene quindi trasferito -le motivazioni non sono note- al “Brunelleschi” di Torino che, in quel momento, è stato riaperto da pochissimi giorni. Il 31 marzo il medico della Cooperativa Sanitalia, l’ente gestore del Cpr, conferma nella prima visita d’ingresso la terapia in uso. Ma non attiva nessuna consulenza, nessuna visita specialistica. Arriverà solo dopo più di due settimane, il 17 aprile, quando finalmente l’uomo incontra uno psichiatra che attesta una “pluritossicodipendenza (Thc, crack) da circa sei anni” oltre che pregressi gesti autolesionistici “in conseguenza di difficoltà nel controllo degli impulsi”. Nel referto si segnala “umore a tratti disforico, con ansia eccedente”. A seguito dalla visita la terapia viene modificata: tornano il Seroquel e il Talofen.
Siamo al 7 maggio, 104 giorni dopo l’inizio del periodo di detenzione, e il medico del Cpr “Brunelleschi” dà il “nulla osta sanitario” al suo trasferimento “per mezzo aereo/e altro tipo di trasporto” che fa sì che l’uomo torni a Brindisi: un viaggio di oltre undici ore, in autobus, in cui Ibrahima dichiara di aver avuto per tutto il tempo le fascette ai polsi senza la possibilità di fermarsi né per mangiare né per andare in bagno. Da Brindisi l’uomo viene portato nel giro di poche ore a Gjadër in Albania.
Il 9 maggio la visita d’ingresso svolta dal medico della Cooperativa Medihospes, l’ente gestore dei centri previsti del protocollo sui migranti tra Tirana e Roma, sembra essere una mera formalità. “È stata svolta con estrema superficialità, perlomeno da quanto emerge nel referto”, spiega Papotti, che è diventato l’avvocato di Ibrahima l’11 maggio. All’ingresso non sarebbe stato svolto neanche il test per le malattie infettive e dell’emocromo. Il giorno dopo lo stesso medico, però, attesta la tossicodipendenza oltre ad annottare: “insonnia cronica e aggressivo”. Così il 12 maggio l’uomo viene sottoposto a una nuova visita che riporta la raccomandazione di una consulenza psichiatrica, a quasi un mese dall’ultimo incontro con un professionista. Quello stesso giorno, lo psicologo di Medihospes scrive che l’uomo ha bisogno di “continuo sostegno psicologico e sociale”.
Intanto, durante gli incontri (a distanza) con l’avvocato manifesta più volte timore per il suo rientro nel Paese d’origine, viste le sue condizioni personali. Da qui nasce l’esigenza di presentare la domanda d’asilo che viene formalizzata il 22 maggio. “Per cinque giorni la questura non ha proceduto a registrare la richiesta -sottolinea Papotti-. Emerge una evidente e chiara volontà dell’ufficio di immigrazione di non registrarla”. Intanto, però, il legale fa accesso agli atti per conoscere il pregresso della condizione giuridica di Ibrahima, arrivato in Italia da minorenne nel 2014.
Lunedì 26 maggio arrivano le carte. Il 15 dicembre 2018 il Tribunale di Firenze aveva riconosciuto una forma di protezione (umanitaria) perché l’uomo “è affetto da infezione tubercolare ed è positivo al test Hiv, perciò necessita di controlli periodici e somministrazioni controllate di farmaci […] che difficilmente potrebbero essere effettuate in caso di rimpatrio”.
Chi aveva rilevato nel 2018 l’Hiv? L’azienda sanitaria toscana, la stessa che a inizio gennaio di quest’anno ne ha poi dichiarato la compatibilità al trattenimento. “Non conosciamo lo stato di avanzamento attuale dell’infezione però sappiamo che la ‘tubercolosi polmonare’ riscontrata nel 2018 potrebbe essere segno di una forma severa di Aids -spiega ad Altreconomia l’infettivologo Nicola Cocco-. In ogni caso, l’Hiv rende inidonea la persona tanto al trattenimento in Cpr, specialmente in Albania vista la distanza dalle strutture sanitarie nazionali, quanto al rimpatrio forzato. Perché nel suo Paese d’origine l’uomo non avrebbe le stesse possibilità di curarsi rispetto all’Italia, oltre allo stigma che gli porterebbe questa malattia. Quanto successo è molto grave”.
Martedì 27 maggio, pochi minuti dopo che l’avvocato presenta istanza di rilascio, Medihospes gli comunica che quello stesso giorno ha richiesto una nuova valutazione di idoneità viste le “valutazioni psichiatriche e i “documentati episodi autolesionistici”.
“Da quando sono stato nominato ho fatto cinque accessi agli atti in due settimane -sottolinea Papotti- perché ogni volta che ottenevo un documento, ne chiedevo altri per avere un quadro completo della situazione. Ed è assurdo perché quella documentazione era già tutta integralmente in possesso dei diversi soggetti coinvolti. In questa storia in tanti hanno gravi responsabilità: dalle pubbliche amministrazioni coinvolte agli enti gestori che potevano approfondire la condizione dell’uomo ma non l’hanno fatto, sia rispetto all’Hiv ma soprattutto per quanto riguarda le vulnerabilità psichiche”.
Dopo 125 giorni di ininterrotta illegittima detenzione, un “avanti e indietro” inutile da Brindisi a Torino e poi a Gjadër, l’uomo finalmente mercoledì 28 maggio è stato dichiarato inidoneo per “la presenza di patologie evidenti”. “Mi auguro che ora, viste le patologie di cui l’uomo è portatore, sia tutelato il suo diritto alla salute con una presa in carico del sistema sanitario nazionale -conclude l’avvocato Papotti-. Tutto ciò che fino a oggi non è colpevolmente accaduto”.
Di tutta questa storia resta ancora un punto interrogativo: Ibrahima ha vissuto in tre diverse strutture, compiendo atti di autolesionismo, senza che il personale sapesse che era affetto da Hiv. “Un problema di salute pubblica per tutti e tre i centri -conclude l’infettivologo Cocco- che sono caratterizzati da alta frequenza di eventi violenti auto ed eteroriferiti e l’esposizione del sangue potrebbe rappresentare un rischio di contagio. A ciò va aggiunto che gli eventuali test di controllo sui contatti richiedono notoriamente dai tre ai sei mesi per poter essere considerati attendibili, tempistiche che oggettivamente ritengo quanto meno difficili visto il funzionamento di questi luoghi detentivi. Vigileremo su come verrà gestita questa criticità”.
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