Diritti / Opinioni

Basta poco per cambiare l’esito di una nascita

La riduzione della mortalità neonatale richiede formazione, risorse e consapevolezza. Il nuovo protocollo di Medici Senza Frontiere. La rubrica di Luigi Montagnini

Tratto da Altreconomia 206 — Luglio/Agosto 2018
L'ospedale MSF ad Aweil, Sud Sudan, marzo 2016 - © MSF/Adriane Ohanesian

Uscire da un utero non è una passeggiata. Fino a pochi istanti prima di nascere non respiriamo, non ne abbiamo bisogno, poi improvvisamente è indispensabile che respiriamo da soli e dobbiamo deciderci a farlo anche abbastanza in fretta. Nella rapidità con cui ci adattiamo all’ambiente esterno si gioca il nostro futuro. Alcuni di noi fanno più fatica di altri. In questi casi, che sono circa il 10% di tutte le nascite, un neonato deve essere aiutato per poter iniziare a respirare. Qualche coccola, un massaggio, qualche stimolo, talvolta una mascherina e un pallone di ventilazione e dopo qualche minuto torniamo tonici e vigorosi come quando scalciavamo nella pancia. La buona notizia è proprio che alla gran parte di quel 10% che non ce la fa da solo (a circa 9 su 10) bastano queste poche semplici pratiche per essere rimessi in pista e rimanere competitivi. La cattiva notizia è che in molti luoghi del nostro mondo non ci sono persone capaci di attuare queste semplici manovre e infatti l’asfissia neonatale è ancora una delle principali cause di mortalità infantile. Basterebbe che a ogni parto fosse presente una persona in grado di eseguire manovre facilmente ripetibili con un’attrezzatura semplice e non tecnologica e si potrebbero salvare tante vite al loro esordio.
Ho assistito a tante nascite in diversi Paesi del mondo. In alcuni casi la mia presenza è stata determinante per la sopravvivenza del neonato, molte altre volte ho solo incoraggiato o osservato. Chiamiamo questo insieme di manovre di base che aiutano un neonato a respirare la “transizione assistita” proprio per distinguerla dalla “rianimazione neonatale” che si applica ai neonati che hanno avuto problemi seri durante la gestazione o durante il parto e che richiedono competenze ed equipaggiamenti specialistici.

250.300 è il numero di parti assistiti da operatori di MSF nel mondo nel 2016

L’Organizzazione mondiale della sanità aveva già inserito la riduzione della mortalità neonatale nell’agenda stilata nel 2000 denominata Millennium Development Goals, ma l’obiettivo si è reso ancora più specifico con la nuova versione dei Sustainable Development Goals: entro il 2030 il limite massimo accettabile di bimbi che muoiono al parto non potrà essere superiore a 12 su 1.000 nati vivi, in ogni Paese. Che è come dire: “Accettiamo che ci sia un 1% di bambini che non possono essere rianimati alla nascita per patologie gravi, ma non che muoiano quella quota di bimbi sani che hanno solo bisogno di una transizione assistita”. Molto è già stato fatto negli ultimi anni: nel 2013 al 73% di tutti i parti era presente un operatore esperto di assistenza neonatale, contro il 53% del 1990, ma serve di più. Le maggiori agenzie di salute insieme alle associazioni scientifiche hanno studiato dei programmi di formazione efficaci per quegli operatori presenti al parto che devono saper riconoscere a quali neonati fornire assistenza. Uno di questi programmi si chiama proprio “Helping Babies Breathe” e dal 2012, con una metodologia incentrata su tavole disegnate ed esercitazioni di gruppo, cerca di insegnare le cose corrette da fare nei primi 60 secondi di vita di un bimbo, il golden minute.

MSF ha elaborato e pubblicato da poche settimane un nuovo protocollo, che va a integrarsi con le linee guida esistenti e che riempie il gap tra due modelli di assistenza neonatale, quello di “transizione” e quello di “rianimazione avanzata”. L’obiettivo rimane lo stesso: far capire che basta poco per cambiare in maniera sostanziale l’esito di una nascita. Ci vogliono consapevolezza, competenza e prontezza. E risorse. Perché se un bimbo è sano nella pancia della mamma, non ha motivo di morire quando nasce.

Luigi Montagnini è un medico anestesista-rianimatore. Dopo aver vissuto a Varese, Londra e Genova, oggi vive e lavora ad Alessandria, presso l’ospedale pediatrico “Cesare Arrigo”. Da diversi anni collabora con Medici Senza Frontiere.

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