Altre Economie / Reportage

“Qui la camorra ha perso”: tra gli eroi normali di Castel Volturno

Reportage da una delle aree più disastrate del Paese, a pochi chilometri da Roma, lungo la via Domiziana. Nonostante criminalità, violenza e degrado c’è chi ancora sperimenta e costruisce reti di economia solidale e legale

Tratto da Altreconomia 203 — Aprile 2018
Sul litorale domizio al confine tra Castel Volturno e Mondragone, sulla spiaggia alcune case abusive abbandonate e mangiate dal mare (© Federica Mameli)

Da queste parti, le contraddizioni non mancano. Sessa Aurunca, Mondragone, Pescopagano, Castel Volturno. Luoghi di camorra, di abusivismo irresponsabile, di strafottenza, di scempio urbano e di degrado. Umano e sociale. A soli duecento chilometri da Roma, lungo la via Domiziana, che si staccava dall’Appia e doveva facilitare i collegamenti con il porto di Potuoli, l’odierna Pozzuoli.

La strada dell’imperatore Domiziano oggi è un susseguirsi di sale slot, d’insegne luminose e luci rosse, di pubblicità abusive, di palazzi decadenti, di supermercati e centri commerciali superflui. Decine di uomini e donne, di ogni colore e nazionalità, si nascondono in ciò che rimane degli edifici abbandonati, un tempo sfarzosi e appariscenti, a consumare le dosi quotidiane di eroina o di crack. All’esterno degli squallidi hotel sulla Domiziana campeggiano le scritte “camere a venti euro” per chi vuole usufruire dei servizi accessori del sesso a portata di mano, offerto da donne dell’est e dalla Nigeria, prive di via d’uscita.

Castel Volturno è un crocevia di contraddizioni che sembrano convivere in pace: venticinquemila persone ufficialmente residenti, cui si aggiungono circa quindicimila stranieri, non ufficialmente registrati. Settantacinque gruppi etnici e nazionalità differenti censiti. Un territorio fluido e aperto. Prima verso i terremotati dell’Irpinia del 1980, dislocati dallo Stato, nelle villette estive della borghesia castellana e napoletana. Poi verso i primi braccianti stranieri, pionieri dell’agricoltura stagionale e della raccolta del pomodoro, a cavallo tra gli anni ottanta e novanta. In questo teatro dell’assurdo, c’è chi resiste, sperimenta pratiche virtuose e innesta linfa vitale. Un’altra faccia della Domiziana, nascosta e poco raccontata.

“Qui ci sono gli ingredienti per una guerra civile al giorno ma nella nostra liquidità abbiamo sviluppato degli anticorpi”, dice, sorridendo, Daniele Manzo, psicologo e proprietario del bar no slot Crazy Horse. È una domenica mattina di metà dicembre e il suo bar è affollato di gente. Daniele fa avanti e indietro tra la cassa e il tavolo per raccontare la sua storia e quella del territorio circostante. “Castel Volturno meriterebbe che venissero i distaccamenti di sociologia di tutto il mondo a studiarci. Questo non è un territorio razzista se consideri che ospita ventimila stranieri da venticinque anni, ma c’è il problema della rappresentazione del territorio: l’idea nazionale che Castel Volturno sia un brand negativo”, afferma.

Bose Atta, originaria del Ghana, fa parte dell’associazione Jerry Essan Maslo che gestisce una villetta confiscata a Castel Volturno (oggi “Casa di Alice”)
Bose Atta fa parte dell’associazione Jerry Essan Maslo che gestisce una villetta confiscata a Castel Volturno (© Federica Mameli)

A trasformare il brand negativo in positivo c’è chi, come Daniele, ha detto no. Per aver rifiutato l’imposizione della marca di caffè da vendere, Daniele Manzo si è ritrovato la serranda mitragliata. Nel 2008 ha denunciato gli estorsori e li ha fatti condannare. Con altri commercianti, ha fondato la prima associazione antiracket di Castel Volturno, intitolata a Domenico Noviello, titolare di un’autoscuola a Baia Verde, ucciso nel 2008 per aver fatto arrestare gli emissari del clan dei Casalesi che gli avevano chiesto il pizzo. “Vi prego, però, non fatemi apparire come un eroe -chiede con schiettezza-, sono gesti e azioni che dovrebbero essere normali”.

Il bar di Daniele è diventato un luogo d’incontro e di scambio per le associazioni del territorio, per i giovani, volontari nei campi estivi di Libera e un punto vendita di prodotti etici e di eccellenza della zona. Come il vino “Vite Matta”, prodotto dalla cooperativa sociale Eureka tra Casal di Principe e Santa Maria La Fossa, su terreni confiscati alla mafia in cui lavorano persone svantaggiate, oppure i dolci di Nino Cannavale, che puntano a valorizzare l’antica tradizione dei pasticcieri di Casal di Principe. “Per far fronte a tutto questo -dice, indicando l’apocalittico scenario del Villaggio Coppola e del parco Saraceno- abbiamo una capacità di resilienza creativa”.

Ci vuole creatività per resistere in un territorio depauperato e sfregiato. A metà degli anni sessanta, i fratelli Cristoforo e Vincenzo Coppola si erano inventati un villaggio in stile hollywoodiano: 12.000 appartamenti, scuole, hotel, piscine, discoteche, ristoranti e otto torri per i militari americani, costruiti sul demanio statale senza permessi. Un sogno durato dieci anni. Oggi, il villaggio Coppola giace, fatiscente e abbandonato, affacciato su una costa meravigliosa da cui si scorgono, nei giorni di mare calmo, le isole di Ponza e di Ischia.

La cooperativa sociale Al di là dei sogni nata del 2004 con l’obiettivo di agevolare e sostenere il reinserimento sociale e professionale di persone svantaggiate
La cooperativa sociale “Al di là dei sogni” nata del 2004 per sostenere il reinserimento sociale e professionale di persone svantaggiate (© Federica Mameli)

La chimera del turismo fallito si nota anche ai lati della Domiziana. Un reticolo di strade ha sostituito i vigneti antichi di Primitivo per fare posto alle villette estive, anch’esse in rovina. Una di queste, di proprietà della camorrista Assunta Maresca, è stata confiscata e affidata all’associazione Jerry Essan Maslo, rifugiato sudafricano ucciso a Villa Literno nel 1989, da un gruppo di giovani criminali del paese che, all’epoca, organizzavano spedizioni punitive verso gli stranieri, raccoglitori del pomodoro. Oggi, all’interno di questa villetta, battezzata Casa di Alice, lavorano quattro donne in un progetto di sartoria sociale che prova a dare un reddito a ragazze vulnerabili e ha inventato il marchio “Made in Castel Volturno”. Bose Atta, originaria del Ghana è una di loro. “L’associazione Jerry Maslo mi ha aiutato. Grazie a loro, ho ricominciato a cucire”, dice Bose, seduta accanto a un’antica Singer. In Italia, è arrivata nel 2003 dalla Nigeria, dove faceva la sarta. Ha alle spalle un passato difficile e una bambina uccisa nel 2007, proprio a Castel Volturno. Bose non vuole parlare di questa vicenda. “Trovo pace qui dentro, fuori il mondo è brutto. Io sono fortunata, perché ho un lavoro onesto ma Castel Volturno non è cambiata molto dal 2003 a oggi -dice, sospirando-. Se non vuoi fare la prostituita o vendere droga, cosa può fare un nero in Italia?”. domanda pacatamente. “Fate qualcosa, vi prego, per cambiare il vostro Paese”.

Le parole amare di Bose stridono con i colori dei tessuti africani, con i sorrisi delle donne della Casa di Alice e con quest’oasi virtuosa di sviluppo e di economia solidale e legale ma, ai lati della Domiziana, i contrasti e le contraddizioni si avvicendano senza sosta.

La strada che dalla via romana si stacca verso Est, attraversa lande paludose, limitate dal fiume Garigliano e dal parco naturale di Roccamonfina. Un paesaggio di mirabile bellezza, brutalmente sfigurato dalla centrale elettro-nucleare di Sessa Aurunca, oggi in fase di dismissione. Non molto lontano da qui, sul confine nord della Campania, dove il Garigliano fa da frontiera naturale con il Lazio, sorge un rifugio straordinario di resistenza e di riscatto sociale, la cooperativa sociale “Al di là dei sogni”. Diciassette ettari di terreno confiscati nel 1994 ad Antonio Moccia, boss dell’omonimo clan di Afragola. Quando Simmaco Perillo e i soci della cooperativa decidono di presentare il progetto per chiedere all’amministrazione comunale l’affidamento del bene, la tenuta era in stato di rovina. “Quando sono arrivato in questo posto completamente abbandonato, ho visto del potenziale. Noi volevamo fare un’azienda agricola per il reinserimento lavorativo delle persone svantaggiate. E quella era un’occasione”, ricorda Perillo, uomo gentile e visionario.

A metà degli anni 60, i fratelli Coppola si erano inventati un villaggio hollywoodiano: 12.000 appartamenti, scuole, hotel, piscine, discoteche, ristoranti e otto torri. Tutto costruito senza un permesso

Da allora, nonostante le minacce e gli incendi intimidatori, la cooperativa è stata in grado di creare un’economia sociale e sostenibile, impiegando trentadue lavoratori del territorio e persone provenienti da situazioni di disagio -salute mentale, ex dipendenze e ospedali psichiatrici giudiziari- che hanno ritrovato dignità attraverso il lavoro. Producono pasta, lenticchie, verdure, passate di pomodoro e marmellate, vendute in tutta Italia e a giugno del 2017, hanno inaugurato un “Rural Social Hub”, una fattoria didattica e di agricoltura sociale. “Qui proviamo a creare una comunità basata sull’equità e la giustizia sociale e un’impresa che sia ecologicamente e socialmente responsabile”, spiega Perillo.

La cooperativa sociale fa inoltre parte di un consorzio (ironicamente chiamato Nuova Cooperazione Organizzata, NCO, che riprende l’acronimo della Nuova Camorra Organizzata degli anni settanta), costituito da cooperative sociali che gestiscono terreni confiscati alle organizzazioni di stampo mafioso e aziende che hanno denunciato il racket. Una rete d’imprese virtuose, generatrice di reddito e lavoro senza sfruttamento. Tra queste vi è la Cleprin, fabbrica di detergenti, distrutta da un incendio doloso nel 2015, perché i proprietari Antonio Picascia e Franco Beneduce, già nel 2007, avevano denunciato gli estorsori, facendoli poi condannare. Lo scorso marzo è tornata a funzionare, producendo saponi e detergenti ecologici, utilizzati da tutte le altre aziende ed esportati all’estero. “Qui ha vinto il lavoro e ha perso la camorra”, racconta nella sua nuova azienda Franco Beneduce, orgoglioso di non aver mai licenziato i suoi trentacinque operai. “Il territorio è nostro e noi ce lo riprendiamo”.

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